Una percezione letteraria della Fotografia

(Maggio 2003)

Ferdinando Scianna non ha bisogno di presentazioni, grazie al suo lungo lavoro di fotografo, ma anche di “scrittore di Fotografia”. Incontrarlo al festival fotografico di Roma, è stata una preziosa occasione per parlare di questo mezzo per esprimersi e “raccontare”, che è la fotografia.

Alla seconda edizione di FotoGrafia lei è presente, con una mostra e con un film. Vuole parlarcene?

Ho fatto un libro di recente che s’intitola “Quelli di Bagheria”, e vuole essere ambiziosissimamente una sorta di “romanzo della memoria”. Fa parte di un progetto, che si sviluppa in tre direzioni: un libro, una mostra, e un film. Insieme al mio amico il regista svizzero Paolo Jannuzzi, abbiamo montato un vero e proprio film con immagini fisse e testi, in cui 180 foto si sviluppano in una specie di lungo nastro stampato al plotter, utilizzando un linguaggio cinematografico per raccontare la stessa storia in maniera diversa. Se uno guarda un libro è solo e dialoga con se stesso; nella mostra c’è un percorso ed è un po’ un’occasione mondana. Il film invece t’impone il suo tempo e ha una certa diversa maniera di giostrare la gestione delle emozioni.

Il reportage l’ha interessata come forma di “racconto”?

Mi considero un reporter, qualunque cosa abbia fatto nella vita, ma sono piuttosto diffidente nei confronti dei generi e delle etichette. Guardo il mondo attraverso il prisma del linguaggio fotografico, tra le componenti del quale è fondamentale il rapporto col tempo e la memoria. Era inevitabile, avendo questa concezione, e fra pochi mesi sessanta anni, raccontare il mio tempo.
Come ha detto un mio amico, Federico Campbell, scrittore messicano che amo molto: “Ricordare è lo stesso che immaginare”; così, raccontando un proprio tempo, uno lo trasfigura, lo immagina: letteralmente “lo racconta”. E poiché il racconto è fatto di cose che si eliminano inconsciamente e di cose che si valorizzano, è sempre molto arbitrario, come lo è ogni gesto letterario.

Io credo molto al rapporto della fotografia con la letteratura.
M’interessava, dunque, molto – non fosse che per colmare l’abissale senso d’inferiorità, che ho nei confronti della scrittura – provare, per una volta, a comporre un testo, in cui lo scritto non può essere letto in maniera indipendente dalle fotografie, senza che le fotografie illustrino il testo, né il testo significhi. Se funziona, se uno ha fortuna, riesce a raccontare se stesso!

Il mio timore era che facessi qualcosa che in fondo riguardava solo me e i miei parenti stretti; invece, pare che quelle immagini, parlando di un tempo – quello del passaggio dal mondo contadino ad uno tecnologico – che probabilmente è una delle mutazioni più clamorose nella storia dell’uomo, documentino atmosfere e rapporti con il mondo, che erano sostanzialmente uguali, ovunque.

In questo progetto, che parte ha, il ritorno alle proprie origini siciliane?

Mah, ci sono delle condizioni dell’esistenza, le quali – lei che è siciliana lo sa come me – non appartengono al territorio delle scelte: ma a quello del destino. Insomma uno nasce lì. L’essere siciliani e l’andar via è stato per tantissimo tempo quasi un sinonimo; e molte cose nascono dalla consapevolezza di questo destino, del fatto che essere siciliani voleva dire che te ne saresti andato.
Non esiste però il ritorno, e uno scrittore ebraico dice che si può cominciare a raccontare solo nel momento in cui si è preso atto del fatto che il ritorno è impossibile.
Quando mio padre era bambino, viveva una vita quotidiana che non era molto diversa da quella che aveva vissuto suo padre, né da quella che aveva vissuto suo nonno. Io ho fatto appena in tempo a sfiorare quella realtà, in cui il ritorno probabilmente era possibile, perché, tornando dopo trent’anni, magari la vita non era cambiata in maniera così radicale.
Oggi, il tempo si è accelerato, quindi non è soltanto il fatto che, andando via, tu cambi a rendere impossibile il ritorno, è che il posto dove vorresti tornare non c’è più. Come dire: non è soltanto Ulisse che non può più tornare, è che Itaca è scomparsa!
C’è quindi questa novità dello sradicamento, che per altro non ha in me alcuna cadenza nostalgica. Non ho nessuna nostalgia per quel tempo che era durissimo e violento: un tempo di grandi ingiustizie. Che ancora esistono sicuramente, ma non così estreme come allora.
Né vorrei tornarci. Sono, più che altro, i “luoghi della memoria”… il fatto che andavi in bicicletta a fare il bagno.. quelle cose lì.E’ legato a un sentimento d’identità.
L’identità è una cosa complicata: la mia, adesso, è costituita dal fatto che ho vissuto a Parigi, che ho viaggiato in giro per il mondo, però ha anche il sapore dell’estratto di pomodoro, del profumo della zagara e di gelsomino,… da una certa cadenza dell’ironia siciliana. Il rapporto con la Sicilia è poi come quello con la madre, che non è mai in discussione: è tua madre, sia che tu la ami sia che non la ami.
L’odio e l’amore, però, non sono più vissuti con una certa connotazione… Queste cose “le racconti”, le metti nel contesto della tua memoria e della tua vita. E ti rendi conto che, se hai quegli odi, è anche perché hai quegli amori, e probabilmente il tuo essere siciliano sarebbe amputato se non ci fossero più anche le ragioni dell’odio. Quindi non c’è motivo di smettere di avere in odio le cose che si sono odiate, anche perché moltissime sono ancora lì.
Come non c’è motivo di pensare che tu debba rifiutare la tua identità, perché ci sono cose che detesti. Così è fatta la tua vita: come c’è la luce, c’è l’ombra.

C’è il bianco e c’è il nero. Come ha tradotto in bianco e nero i colori di quelle feste?

Se guarda le fotografie fatte dai fotografi del nord in Sicilia, o in luoghi simili, le trova piene di sole: sono colorate, anche dentro il bianco e nero.

Invece le immagini del Sud, scattate dai fotografi del sud, sono nere. Io dico spesso che il sole m’interessa perché fa ombra! C’è il titolo di un libro di Bufalino, “La luce e il lutto”, che riassume perfettamente tale concetto. L’ombra non è soltanto il momento dialettico rispetto alla luce, è anche un momento psicologico rispetto allo splendore. C’è lo splendore e c’è il dolore. Nella mia maniera, anche nelle mie stampe, è come se le forme venissero fuori dal nero.

Il fotografo deve “inventare” le sue immagini, in senso etimologico. Nelle sue fotografie di Moda, come ha conciliato il “creare” con il “trovare”?

Non mi porterà mai verso il terreno del creatore, perché io non ci credo. Per me la fotografia – che tecnologicamente è uno strumento del ricevere – è inventare, in senso “assolutamente etimologico”, “invenio”, vuol dire trovare! E’ un esercizio del leggere, non dello scrivere.
La fotografia di Moda può coniugare, almeno come la faccio io, gli aspetti stilistici del reportage ad altri. Ha, per esempio, a che fare anche col teatro: il fotografo lì è un po’ un regista, crea le situazioni che fotografa. Tuttavia quest’esperienza mi ha confermato nell’idea che, in realtà, la foto che scatti – anche quando hai preparato una situazione – è sempre quella che tu vedi!
Non si tratta, però, di un “momento decisivo” della cosa (la frase di Cartier Bresson ha generato molti equivoci!), se no ci sarebbe una sola foto possibile, ma è quello in cui il fotografo “decide” di scattare la foto. E’ il fatto che tu fotografi con quella luce, piuttosto che un’altra.
Don McCullin diceva, a proposito di sue foto fatte nel momento di un terribile massacro: “Non è colpa mia se quel giorno c’era la luce di Goya”. Il problema è che dovunque lui andasse c’era questa luce di Goya! I suoi occhi la trovavano. In questo sta la personalità, il cosiddetto stile di un fotografo.

Alcune di quelle vecchie immagini recuperate, lei ha dichiarato, sembrano contenere ciò che avrebbe fatto nei successivi quarant’anni.

Una delle più grandi fortune che possa capitare a un uomo, è quella d’incontrare nella propria vita la sua passione, il suo linguaggio per esprimersi. Specialmente se lo incontra presto, visto che le cose importanti ci succedono quando siamo piccoli, inevitabilmente, le prime cose che fa contengono quelle che farà dopo. Naturalmente poi ci sono affinamenti e ci sono anche manierismi di se stesso: il peggio che ti può succedere è cominciare a copiare te stesso. E l’abbiamo sicuramente fatto, ma spero non del tutto…non troppo!

Quanto ha contato l’incontro con Sciascia nella scoperta di questo “linguaggio”?

Ha contato in maniera assolutamente determinante. Io ero un ragazzino, di paese, in un contesto piccolo borghese sostanzialmente poco sensibile alla cultura letteraria, però con grandi fermenti, e grandi passioni politico-culturali…
Credo che Sciascia abbia avuto la funzione determinante di farmi prendere coscienza di quello che stavo facendo, e del senso che aveva. Sciascia non è stato solamente il mio maestro. E’ stato anche mio padre, la mia guida spirituale, un amico incomparabile.

Cosa pensa della fotografia attuale?

Sta morendo! Come vicenda tecnologico-culturale è alla conclusione della sua funzione storica.

Dipende dall’avvento di nuovi mezzi tecnologici?

La fotografia non è stata inventata per caso, ma perché in quel momento c’era una necessità della società di nuovi strumenti per comunicare e per mettersi in relazione con la realtà. Così adesso, probabilmente, la società ha bisogno d’altre cose. Il mondo ha vissuto secoli, anzi millenni, senza fotografia e, credo, che ne possa benissimo fare a meno. Gli uomini hanno fatto disegni con le pietre: in un modo o in un altro troveranno sempre il mezzo per esprimersi. Bisogna andare al passo con i tempi, penso.
Io sono molto contento di stare per fare sessant’anni e che questi siano cavoli vostri!

Rosa Maria Puglisi, pubblicato su Cultframe

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