Luigi Ghirri. Pensare per immagini. Icone Paesaggi Architetture

Cittanova, 1985 da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986) da: Il profilo delle nuvole (1980-1992)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“L’Italia, come tutti sanno, è una nazione di santi, navigatori, poeti, e adesso anche di fotografi, che la percorrono in auto, a piedi, in torpedone per portarsi nei punti più adatti a osservare la «realtà». […]

Tra tutti quelli che si considerano artisti, i fotografi sono quelli che hanno meno dubbi… La fotografia è magia e se non spaventa più, come si racconta accadesse ai primitivi, è capace ancora di suscitare un senso di potenza.

La foto è la moderna versione della parabola della moltiplicazione dei pesci; con essa moltiplichiamo la realtà, ce ne impadroniamo, la coloriamo, la rendiamo simile ai quadri, impressionisti o astratti, a scelta. L’importante è che la fotografia «trasformi», abbellisca, accenda i colori, possibilmente immergendo i soggetti in un’atmosfera soffusa, carica di nostalgia e di ricordi. E se la realtà è brutale come nelle guerre, si può fare ancora qualcosa, basta riprendere i combattenti controluce o mentre si stagliano contro il cielo.

Perché per i fotografi tutto è simbolo: le cose non sono mai quello che sembrano; questo lo credete voi, ma solo perché siete degli inguaribili ingenui. […]

Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979) Courtesy ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979)
Courtesy ©Eredi Ghirri

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione… La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude. non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?”

Risalgono al dicembre 1972 queste parole, e sono stralci di un testo ben più articolato, nel quale Franco Vaccari, allo scopo di presentare il lavoro di esordio dell’amico Luigi Ghirri (in una mostra dal titolo essenziale: “Fotografie 1970-1971”), dipinge la situazione che si è venuta a determinare a causa di una incipiente massificazione della fotografia. Lo fa colorando le sue frasi di un’ironia all’apparenza leggera, che a  tratti  però trascolora in una pungente satira, forma – quest’ultima – che ben si addice ad una critica che vuole veicolare istanze etiche. Suo chiaro intento è far emergere per contrasto le caratteristiche precipue della ricerca ghirriana; una ricerca allora ai suoi primi passi, nella quale si  scorge già in potenza l’intera parabola di un percorso variegato ma sempre coerente nella sua esigenza di rinnovamento del linguaggio fotografico e di rigenerazione continua della visione stessa.

 

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

A  Roma dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, nelle gallerie 2 e 2a del MAXXI sarà possibile ripercorrere le maggiori tappe dell’iter concettuale e creativo di Luigi Ghirri, attraverso la visione di oltre 300 opere originali provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sono in mostra pure preziosi documenti quali menabò, libri, riviste, recensioni, che rimandano alla sua attività di editore, critico e curatore; libri d’artista, che testimoniano l’incontro e lo scambio intellettuale con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70;  cartoline illustrate e fotografie anonime dalla sua collezione personale; e ancora una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri, a far luce sui suoi riferimenti culturali; e infine le copertine dei dischi, frutto della collaborazione con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

E’ il mondo di Ghirri quello che progressivamente si apre ai visitatori di questa esposizione. Attraverso le tre sezioni (Icone. Paesaggi. Architetture) si dispiega, infatti, l’attitudine dell’autore a “pensare per immagini”. Ma ancor più a “far pensare attraverso le immagini”.

Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

La cosiddetta democratizzazione della fotografia, cui abbiamo continuato ad assistere nei quarant’anni che ci separano dallo scritto di Vaccari, e che ci ha sempre di più trasformato in “un popolo di fotografi”, infatti, non ha certo invertito la diffusa tendenza – stigmatizzata  nelle parole di quella introduzione – a pensare e, di conseguenza, a vedere la realtà che ci circonda come un serbatoio di potenziali immagini pittoresche e fondamentalmente consolatorie, inevitabilmente stereotipate: oggi come allora esistono “ricette del buon fotografare”, che inducono ad “imbalsamare la realtà” attraverso situazioni prescritte, inquadrature raccomandate e postproduzioni d’obbligo. Oggi come allora il risultato di tutto questo è la formazione di una sorta di immaginario collettivo d’appendice, in cui la nostra stessa percezione della realtà finisce per cristallizzarsi, vittima degli automatismi di un guardare distratto.

L’opera di Ghirri, al contrario, è tutta percorsa da una profonda, e amorevole, attenzione verso “quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano”; da un’instancabile, sistematica analisi del paesaggio urbano, nei suoi aspetti minori (e minimi) comunemente ritenuti scontati, ma che  – parafrasando l’Ecclesiaste – faranno affermare al fotografo di Scandiano “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Fotografare, per Ghirri, è uno strumento di conoscenza, un modo per osservare il mondo conservando intatto una sorta di stupore   adolescenziale, e un vedere “attraverso” le cose per poter attingere nuovi significati. Per poter, infine, trovare nuove domande.

Questa sua antologica ha il sapore di un incontro proficuo alla riflessione, sia per chi non conoscendolo si avvicina all’opera del Maestro per la prima volta, sia per chi – magari conoscendone solo gli aspetti più esteriori – è portato ormai ad osservare e fotografare la realtà attraverso una sorta di precostituito filtro ghirriano.
Per tutti noi, comunque, sarà un piacere attraversare quel suo sguardo sempre profondo e capace di stupore, poco cronachistico o di mestiere,  non unicamente teso all’aspetto estetico. E sarà un importante monito questo suo consiglio:
“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta”

Rosa Maria Puglisi
[30/04/2013]

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

fast photography vs late photography?

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.
Rosa Maria Puglisi
[05/09/2013]

“Fotografo perché voglio bene…” (intervista a Virgilio Carnisio a cura di Yelena Steffen Milanesi)

Lo Specchio Incerto torna per offrire nuove suggestioni ai suoi affezionati lettori. In un’ottica partecipativa di condivisione, ho scelto ora di accogliere una gradita e  preziosa offerta di collaborazione e spero ne possano giungere presto altre per dar nuova vita al blog (quindi chi volesse proporre qualcosa, sappia che è il/la benvenuto/a).

Con questa bella intervista a Virgilio Carnisio, noto “sguardo” della Milano più autentica di ieri e oggi, ci porta il suo contributo Yelena Steffen Milanesi. Accogliamola insieme! 🙂
Questa è la sua breve nota biografica

Yelena Steffen Milanesi è artista visiva e pianista, nata e cresciuta a Milano con lontane origini ungheresi. Si è laureata con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Brera Milano, avendo una prima laurea in Scienze Naturali con specializzazione in entomologia. Ha una quasi decennale esperienza nel campo fotografico e delle belle arti, in cui opera come ritrattista con particolare attenzione al nudo FineArt; collabora alla creazione di tessuti e stampe d‘arte per diverse case di moda ed ha al suo attivo diversi premi/mostre.

………………….

Ed ecco finalmente la sua … Intervista a Virgilio Carnisio (3 Novembre 2017)
Buona lettura!

Quando hai cominciato a fotografare e cosa ti ha spinto a farlo?

Ho sempre avuto una passione innata per la fotografia e le prime immagini che avrei utilizzato per le mie pubblicazioni negli anni successivi le ho scattate a 18 anni. Si trattava di due scorci della Milano povera: le lavandaie lungo il naviglio pavese e un orto al limitare di una fabbrica in zona Barona. Il mio desiderio, da subito, è stato quello di documentare per salvare almeno il ricordo.

© Virgilio Carnisio.
Milano, la Darsena in viale Gorizia, 1960

Le tue origini hanno influenzato molto la tua fotografia?

Sì, sono state determinanti. Pur piccino ho mantenuto ricordi della guerra con bombardamenti e immani devastazioni e pure della lotta civile, amarissima a ripensarci, ed infine il ritorno alla pace tra mille difficoltà e tanta speranza.

Bisogna studiare per fare buona fotografia?

Per fare documentazione di strada bastavano poche nozioni e molta pratica perché le fotocamere usate erano semplici e chiare. All’opposto per alcuni usi specifici della fotografia (architettura, macro, riproduzioni ecc.) uno studio approfondito era indispensabile.

Perché hai scelto la “old street Photography”? Pensi che può insegnare ad osservare il mondo?

Dopo due anni di scuola serale comunale conseguii un attestato in fotografia pubblicitaria; feci subito pratica in uno studio che trattava quasi solamente moda e capii ben presto che non era quello che volevo. Avevo bisogno, delle vie, dei cortili, della gente, di tutto quello che la città offriva fisicamente ed in modo corale, e di respirare con essa. Documentare per riportare è, per me essenziale, per entrare nelle pieghe della città e della società, per capire la facciata ed il backstage, per creare un mosaico capibile e veritiero.

© Virgilio Carnisio.
Milano, via Magolfa 15, 1969

Quale è stato il momento della tua vita in cui ti sei sentito più legato alla fotografia?

E’ora, da qualche mese a questa parte, tempo di riflessioni e di bilanci.

Ci sono stati o ci sono dei maestri fotografi o artisti a cui ti ispiri?

Ci fu all’inizio un libro “del miracolo” che mi scosse alquanto con fotografie dure, crude, molto contrastate, anche sfuocate, ma nuovissime, quasi un pugno nello stomaco perché scavavano nella vita reale della città, senza titubanze o auto censure. E’ “ Milano, Italia” di Mario Carrieri, 1958.

Perché la maggior parte delle tue fotografie sono in BN?

Non è stata una scelta. Mi è venuto così, naturalmente. Vivevamo in un mondo in cui l’immagine stampata era quasi sempre in bianco e nero, sia sui libri che sulle riviste e nel grande cinema italiano e francese di quegli anni, un periodo magico e fecondo come mai più avrei riscontrato nella mia pur lunga vita.

© Virgilio Carnisio.
Milano, corte a ringhera, 1969

Come è avvenuto il passaggio analogico/digitale?

E’ avvenuto nell’agosto del 2016, dopo sessant’anni di analogico e sempre con la medesima pellicola, la TRI X della Kodak.
Mi ero ripromesso di fare, come lavoro finale, una lunga verifica sulla Milano di oggi, sia nel centro che nelle periferie, approfondendo anche quelle zone “grigie” che sono né l’uno né le altre e solitamente poco documentate perché giudicate, a priori, scarsamente interessanti. Un lavoro di lungo periodo e di grande portata che prevedeva un rilevante numero di scatti e una varietà di veloci cambiamenti. Pensai così ad una camera digitale che potesse accogliere i miei obiettivi manuali e presi una Pentax che non deluse le mie aspettative: uso facile e veloce e il tutto a costo zero, molto apprezzato dato che in un anno ho realizzato più di 21.000 immagini già parzialmente selezionate.

Hai anche un portfolio ritrattistico, sembra ispirato dal neorealismo, delicate e potenti allo stesso tempo, c’è ne puoi parlare?

Il neorealismo, cruccio e delizia dei fotografi (ma non solo) degli anni ‘50 e ’60! Certo, un po’ era dentro di noi, nel DNA degli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, e qualche segno riaffiora, di tanto in tanto, in tutta la vita fotografica. Faccio qualche fotografia di nudo solo da un anno per capire se ci sono analogie con la fotografia di documentazione e direi che ci sono o, meglio, il mio occhio è sempre il medesimo, così come il punto di osservazione ed il risultato cui vorrei arrivare.
Per ora sono soltanto balbettii ma mi piacerebbe andare avanti.

Quale è l’esperienza espositiva che ti ha dato più emozione?

La prima, nel 1962 al Politecnico di Milano, e l’ultima che è sempre chiusa nel mio cuore e nella mia mente.

© Virgilio Carnisio. Milano, corso San Gottardo 14, 1969

Fotografi da 50 anni, come è cambiato il tuo modo di fare fotografia?

No, non è cambiato anche perché mi viene naturale fotografare così, soggetto o sguardo diretti verso l’obiettivo, punto di ripresa frontale però, a pensarci bene, ora mi accorgo che talvolta “rubo” qualche immagine, mentre prima non succedeva e credo che ciò dipenda dall’estrema praticità e rapidità della camera digitale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Finire il mio reportage su Milano, seguirne gli ultimi cambiamenti e collaborare maggiormente con gli splendidi e competenti amici dell’A.F.I. Archivio Fotografico Italiano, che hanno acquisito tutto il mio lavoro fotografico durato una vita intera.

Lasciaci una tua “frase mantra”!

“Fotografo perché voglio bene e non ho altro modo per dirlo”

 

 

Lo sguardo e l’obiettività (Intervista a Gianni Berengo Gardin. Novembre 2001)

Per celebrare insieme a voi il compleanno di Gianni Berengo Gardin, ho deciso di riproporre un’intervista raccolta nel 2001, in occasione di una retrospettiva a lui dedicata e intitolata – appunto – “© Copyright Gianni Berengo Gardin”, allora in mostra a Roma al Palazzo delle Esposizioni.
Ricordo con grande piacere quell’incontro, in cui questo Maestro della fotografia italiana – con l’umiltà che gli è propria e che contraddistingue i “Grandi” – interrogandomi in maniera partecipe su cosa facessi, alla mia risposta che ero fotografa e amavo il reportage, replicò semplicemente: “Allora abbiamo una passione comune!”. Gli fui grata per questo pensiero che in qualche modo mi faceva sentire riconosciuta per ciò che amavo, e parte di qualcosa di più grande.

Tanti auguri, dunque, e che questa sua passione ci possa sostenere e illuminare ancora a lungo attraverso il suo lavoro!!! 🙂

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© Rosa Maria Puglisi, 2001

Pensa che le 150 immagini di questa retrospettiva possano davvero riassumere il suo lavoro?

E’ stata, logicamente, una selezione molto difficile, poiché ho in archivio un milione e cento negativi. Mi spaventava l’idea di dover scegliere, non perché io ami tutte le mie fotografie, ma piuttosto perché a volte il mio giudizio può essere influenzato dal momento dello scatto e da cose che non si vedono poi nella fotografia. Questo lavoro è stato dunque fatto da Mario Peliti e Giovanna Calvenzi con l’aiuto di mia figlia Susanna, che cura l’archivio. Ci voleva il coraggio di selezionare. In questa retrospettiva non ci sono certi mondi: l’Australia, il Canada, la Cina, ma soprattutto l’India alla quale sono molto legato. Vi ho lavorato parecchio tempo e, non dico che mi abbia cambiato il carattere, però mi ha sicuramente cambiato molto il modo di pensare. Nonostante l’importanza dell’esperienza indiana, in questa mostra abbiamo voluto, visto che si parla tanto d’Europa, rimanere in tale ambito: c’è una piccola sezione di Europei, il resto è dedicato agli Italiani. Italia, dunque, con un accenno all’Europa, soprattutto alla Francia nella quale io ho imparato a fotografare.

Può parlarci di quest’influenza della fotografia francese nel suo percorso?

Da ragazzo, ho fatto per cinque anni il fotoamatore. Poi, visto che la passione era molto forte, ho deciso di diventare professionista. Allora i miei maestri ideali erano i fotografi americani di “Life” e della “Farm Security Administration”, dopo i quali (diciamo come secondi) venivano i francesi. In quegli anni andare in America era più difficile di oggi, specie se avevi poche lire, e quindi ho ripiegato sulla Francia che era più vicina (Parigi ha, inoltre, un grosso fascino su di me). A Parigi sono rimasto quasi due anni; ho conosciuto Doisneau, Boubat, Masclet, ma soprattutto Willy Ronis, col quale siamo diventati molto amici, e da loro ho imparato moltissimo. L’incontro con Cartier-Bresson è avvenuto solo molti anni dopo. Allora Cartier-Bresson era già “dio” e quindi non facilmente raggiungibile, così mi sono accontentato dei “santi”. Da lì è partito tutto, e, infatti, in molte mie foto si vede l’influenza della fotografia francese più di quell’americana.

Quel certo spirito ironico alla Doisneau di certe sue immagini?

Devo dire, forse, un po’ si; anche se io non mi accorgo di essere così ironico in fotografia.

A proposito di Cartier-Bresson, pare che lei abbia dichiarato di non credere in un “attimo decisivo”…

No, io credo nel momento decisivo; però, secondo me, il momento decisivo non esiste nella situazione che si fotografa. Sei tu, fotografo, che decidi quando è il momento decisivo. E ognuno lo fa secondo il proprio punto di vista. Dipende tutto dal fotografo; perché bene o male è sempre la sua realtà, quella che interpreta e che vuol far vedere agli altri.

La fotografia è un’interpretazione del tutto personale della realtà?

La fotografia non è quasi mai realtà, cioè lo è in gran parte, ma non totalmente. Pensa alla foto del poliziotto durante la contestazione della Biennale: quel poliziotto lì, può essere mille cose; può darsi che m’insegua per bastonarmi, ma può essere anche che corra per conto suo. Non credo a quelli che dicono che una fotografia vale mille parole. Una fotografia vale molte parole, però dovrebbe essere sempre accompagnata da parole, cioè da una didascalia che puntualizzi la situazione. Per quanto mi riguarda, io tendo sempre ad essere il più obiettivo possibile, però “cerco” di esserlo; non è detto che lo sia.. magari il mio inconscio nasconde qualcosa anche a me stesso, e quindi non sappiamo come va a finire… Il dramma è che oggi, col digitale, c’è una possibilità di falsificazione che è terribile; non sai più se quello che vedi non sia stato completamente costruito a tavolino in una stanza. Certo esisteva già una possibilità di falsificazione col fotomontaggio, ma era facile accorgersene. Oggi, invece, ci sono cose talmente perfette… Il discorso sulla comunicazione diventa, di conseguenza, molto complicato, molto difficile; specie nella comunicazione di guerra, dalla Guerra del Golfo in poi. L’associazione dei fotografi, cui appartengo, da anni tenta di avere una legge che obblighi chi lavora in digitale, trasformando le fotografie, a mettere un simbolo, una frase con cui dichiari che si tratta di un’immagine costruita. Fino a pochi anni fa io mettevo sempre all’inizio dei miei libri: nessuna di queste fotografie è stata ritoccata o trasformata al computer, proprio perché si sapesse che quello che avevo fotografato era quello che io vedevo.

E’ dunque contrario alle tecnologie digitali in fotografia?

Non sono contrario al digitale; capisco, anzi, che è molto utile per chi fa fotografia di cronaca: fa la foto e due minuti dopo la può trasmettere ai giornali. Però il digitale, a me, non interessa. Sarà una tecnologia nuova, moderna, attuale, ma a me va già anche troppo bene questa. E quindi per questa vita… la prossima reincarnazione vedremo; magari passerò anch’io al digitale sempre che rinasca uomo… E poi, in realtà, il digitale non è ancora arrivato (certo, ci arriverà presto) alla qualità che ha la fotografia tradizionale.

Gianni Berengo Gardin
Val D’Orcia. Copyright: Gianni Berengo Gardin

Qual è il motivo della sua predilezione per il bianco e nero?

Ci sono vari motivi. Innanzi tutto, è parte integrante della mia cultura visiva: sono cresciuto col cinema in bianco e nero (sono un grande appassionato di cinema), e con la televisione in bianco e nero; anche i miei maestri di fotografia erano tutti fotografi in bianco e nero. Quindi sono già istintivamente portato per questo tipo d’immagine. Poi sono convinto che, per il mio tipo di fotografia, sia più efficace. Da quelle pochissime foto a colori che faccio (come si suol dire per il panino; è l’unico ricatto al quale devo cedere, anche se malvolentieri) mi accorgo già in ripresa che sono distratto dal colore, e sono convinto che anche chi poi guarderà l’immagine, ugualmente distratto da certi colori piuttosto che da altri, non vedrà più l’immagine nel suo complesso. Chi guarda le foto in bianco e nero, è quasi costretto, invece, ad entrare di più nella fotografia…. a cercare di capire cosa il fotografo gli volesse dire. Per finire: oggi i colori della fotografia sono coloracci. Bianco e nero sono, ad ogni modo, due bei colori… per non dire del grigio, che è un colore bellissimo.

Che ne pensa dei reportage che troviamo oggi sui giornali a larga diffusione?

Si passa agli estremi opposti: dalla fotografia eccessivamente violenta (però è anche giusto far vedere certe cose) alle foto di una banalità estrema. E’ un periodo che vediamo solo foto di Talebani piantati davanti alla macchina. Capisco che anche loro hanno difficoltà a fare qualcosa di più interessante, però… Esistono, in ogni caso, vari modi di fare reportage, dipende un po’ da quello cui è portato il fotografo: io non andrei mai in guerra, perché odio la guerra, e questi ultimi anni di vita che ho, tento di tenermeli più stretti possibile; ma ci sono fotografi che amano il rischio di andare in zone di guerra… Penso, tuttavia, che siano utili anche i miei reportage: quella degli zingari e dei manicomi è anch’essa, in certo qual modo, una realtà “di guerra”. Inoltre, fotografie che sembravano banali quarant’anni fa sono oggi importantissime, in quanto documento di com’eravamo; così ho la presunzione di affermare che le mie foto non sono importanti oggi, ma fra cento anni diventeranno importantissime. A me interessa, comunque, fotografare chi normalmente non viene fotografato; infatti, i ritratti che ci sono in mostra (di Mulas, Piano, Zavattini, Fo…) sono, più che altro, foto di amici.

Qual è per lei, dunque, il ruolo del reporter?

Qual “era” il ruolo del reporter… perché ormai… E’ far vedere quello che lui vede, nel modo più onesto possibile, cosa non semplice né facile.

Rosa Maria Puglisi

(Pubblicata precedentemente su Cultframe)

La fotografia consapevole di Simona Guerra

Conosco Simona Guerra già da qualche anno attraverso Facebook, e più di recente abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza trovando talora occasione per uno scambio d’idee anche attraverso mezzi più diretti che la parola scritta.

© Wilson Santinelli
© Wilson Santinelli

Simona si occupa di fotografia da molto tempo e lo fa con metodo e rigore scientifico; la serietà che la contraddistingue di questi tempi nel nostro settore è merce sempre più rara. Il suo impegno in campo fotografico si è concretizzato non solo nel suo lavoro per l’Archivio fotografico di Mario Giacomelli (per lei zio che l’ha iniziata a quest’arte), ma di volta in volta in quello di docente, di curatrice di mostre e di eventi (per citarne uno la manifestazione Giornate di Fotografia che quest’anno è alla sua quinta edizione) e di scrittrice.

Se qualcosa può mai accomunarci, è il nostro interesse verso una fotografia che va oltre ciò che comunemente viene inteso, e cioè una fotografia pensata – e vissuta – come mezzo d’espressione personale, tale da arrivare ad essere potente mezzo di autoconoscenza e valido strumento per il benessere personale. In quanto tale, la fotografia non può che trovare sostegno nella parola (nella scrittura intendo), in quanto questa racconta il nostro esprimerci attraverso il mezzo fotografico, ancor prima che agli altri, a noi stessi . A suo tempo scelsi la dicitura “tra immagine e parola” come sottotitolo a questo blog, proprio perché conscia di questo fatto. copertina-libro-GRANDEUna fotografia che va oltre la superficie ed ha bisogno della parola scritta come una sorta di “fissaggio” che ne stabilizza il senso sia pure transitoriamente, è questo – per come la vedo io – il terreno sul quale ci si incontra.

Su questa maniera d’intendere la fotografia Simona Guerra ha scritto ora un interessante libro, che s’intitola “Fotografia consapevole. Scrittura e fotografia s’incontrano“. E potete di certo immaginare l’entusiasmo col quale ho accolto la sua richiesta di dargli un’occhiata per scrivere eventualmente cosa ne pensassi!

Posso subito dire che l’esperienza non è stata per nulla deludente, malgrado confesso che mi aspettassi qualcosa di un po’ diverso.
Il titolo mi risuona, infatti, molto e scorrerne l’indice mi ha fatto pensare – sono sincera – che avrei voluto scriverlo io un libro che parlava di quegli argomenti.
Già di per sé il concetto di una consapevolezza applicata alla fotografia risulta prezioso in un momento storico, come quello presente, in cui molti credono di poter padroneggiare il linguaggio fotografico sol perché la tecnologia digitale consente agevolmente a chiunque di non toppare più una foto dal punto di vista tecnico, motivo per cui poi suppongono anche che basti riprodurre immagini aderenti agli stereotipi modaioli del momento per “fare Fotografia” e dirsi – a seconda dei casi – professionisti o artisti. A costoro sfugge, purtroppo, cosa sia la fotografia e cosa sia la comunicazione delle loro emozioni e/o idee, concetti questi strettamente interconnessi. La consapevolezza è precisamente il loro punto debole.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Ma queste considerazioni sono fin troppo scontate, e infatti la consapevolezza, cui Simona Guerra si riferisce, va ben oltre questo: nella fotografia lei vede un linguaggio finalizzato ancor prima che a comunicare ad esprimersi, e soprattutto uno strumento di verifica, consapevole, in quanto “ha come motivo d’essere l’esperienza sensoriale delle cose della nostra vita, la constatazione della loro esistenza e la presa di coscienza del mondo a noi circostante, sapendo già che tale progetto, per natura, non potrà mai interamente compiersi”. Fuori d’ogni considerazione logica che porterebbe a desistere per senso d’impotenza, l’esigenza di misurarsi col mondo, una spinta interiore propria a chi indaga per il solo piacere della conoscenza, rimane; e non possiamo far altro che tentare di affinare e combinare le risorse che possono meglio aiutarci a tale scopo. In questa ottica, per quanto mi riguarda trovo ovvia l’esigenza di una commistione fra fotografia e scrittura, ma mi rendo conto che per i più ovvia non è, e quindi sono ben felice che ora ci sia questo libro a sottolinearla.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Dopo un preambolo in cui l’autrice spiega le sue motivazioni, il libro si dipana in quattro sezioni.
La prima fa un punto della situazione riguardo a ciò che la fotografia è oggi, prende atto dei mutamenti storici e auspica un adeguamento alla realtà attuale da parte di chi opera in fotografia.

La seconda considera la fotografia in relazione a contesti quali l’arte e il mercato dell’arte, le innovazioni tecnologiche, e quelle istanze psicologiche che sempre più emergono creando sovente confusione e sovrapposizione fra setting psicologici e formativi, e setting artistici. Per ovvi motivi, legati al mio percorso e a ciò che trovo personalmente stimolante, m’incuriosiva soprattutto leggere come veniva configurato il rapporto fra la cosiddetta fotografia consapevole e la cosiddetta fotografia terapeutica.
A tal proposito Simona, con serietà, si esprime in maniera chiara, a fugare le facili tentazioni di omologazione fra ambiti diversi in cui spesso si scade, scrivendo: “La Fotografia consapevole non è la Fotografia terapeutica; … in questi ultimi anni si fa grande uso del termine terapeutico anche nel mondo della fotografia “artistica”. Molti autori parlano del loro lavoro fotografico definendolo terapeutico… la Fotografia consapevole – e la fotografia in generale, come gesto creativo – ben si inserisce fra tutte quelle attività che possono donare sollievo e piacere alla persona che le pratica … non bisogna però confondere la Fotografia consapevole con la fotografia utilizzata a vario titolo in ambito psicologico e clinico”.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Nella terza sezione accosta concretamente i linguaggi della scrittura e della fotografia, vedendo nella seconda “una penna per tutti” e valutando le opportunità che i due medium offrono al fine dell’autoanalisi e dell’espressione di sé.

A differenza del resto del libro, che ha uno stile che va dal saggistico all’ideologico, dando consistenza a un vero e proprio “manifesto” della sua fotografia consapevole, nella parte conclusiva l’autrice usa un registro linguistico che per me è più accattivante: è  quello proprio al racconto delle storie di vita, che ha l’efficacia di una testimonianza resa in maniera sincera, autentica  e pertanto emotivamente coinvolgente. In questa testimonianza personale trovano pieno senso e coerente spiegazione le motivazioni intrinseche di quella che altrimenti potrebbe sembrare soltanto una presa di posizione ideologica.

Nel leggere questo libro, che per quanto mi riguarda ho trovato stimolante, mi sono più volte scoperta a pensare che mi sarebbe piaciuto suggerirne la lettura ai miei studenti, e però anche a chiedermi se una lettura come questa sarebbe per loro infine chiarificatrice o se non verrebbe magari fraintesa, complessa e densa com’è di riferimenti colti, fotografici e non solo.

Monica Delli Iaconi: fra fotografia e scrittura

Copertina del del libro
Copertina de “La Protagonista è assente “

Ho conosciuto Monica Delli Iaconi qualche anno or sono su facebook, dove condividevamo diverse amicizie, prima d’incontrarla dal vivo. E a quel punto avevamo la sensazione di essere amiche di vecchia data. Non solo perché ci eravamo più volte confrontate – anche animatamente – via chat, ma soprattutto per il fatto d’esser state entrambe allieve di Giuliana Traverso. Il riconoscimento di un’esperienza che aveva lasciato in noi un’importante impronta, insomma, ci rendeva vicine.
Fotografa e insegnante, Monica ha ormai da tempo ha messo in luce il suo talento di scrittrice, servendosi inizialmente della parola a commento delle proprie immagini. Con una raccolta di “pensieri sparsi” dal titolo “Il re senza corazza” (edito da Matithyàh) ha temporaneamente rinunciato alla protezione di un filtro – quello della fotografia – attraverso cui guardare al mondo in una modalità sicura e protetta. Quell’esperienza ha  certamente avuto per lei il sapore di un mettersi in gioco in maniera nuova, di un esprimersi in maniera diretta lasciando emergere – senza le ambiguità semantiche proprie della fotografia – suggestioni personali profonde. Ma ne “La protagonista è assente”, suo ultimo libro, la fotografia ritorna. Non da protagonista (in un lavoro in cui il titolo stesso rimarca come il concetto stesso di protagonismo sia bandito). Tanto meno ancella della parola.
Fotografia e scrittura s’intrecciano in questo libro con pari dignità allo scopo di portare in luce temi universali in cui ognuno può riconoscersi: il sogno, l’amore, la speranza, la memoria e le aspirazioni future. Come scrive nel presentarlo Bruno Sullo, l’autrice “offre una molteplice e diversificata prospettiva di lettura: consente il piacere dell’immagine e, al tempo stesso, l’acquisizione dello straordinario contributo di contemporaneità espresso dai testi. I due elementi sono complanari e contemporanei, inscindibili eppure autonomi”. In questa maniera i due testi, quello scritto e quello visivo, invitano il loro lettore a partecipare nella costruzione di un senso, aggiungendo – attraverso la loro libera interpretazione – molto del loro sentire.

Mi fa piacere condividere, dunque, con voi questa breve chiacchierata a proposito del suo lavoro creativo. Brevi battute che, mi auguro, possano incuriosirvi su questa autrice tutta da scoprire.

–o–

– Buongiorno Monica, ti va – innanzi tutto – di raccontarci come e perché ti sei avvicinata alla fotografia?

Mi sono avvicinata laal fotografia grazie a mio padre: comprò una zenit con gli obiettivi base (gradangolo tele e 50mm) e cominciò a fare fotografie, da autodidatta. Mi affascinò e cominciai a osservarlo e a studiare su un piccolo manuale, la tecnica fotografica. Avevo circa 12-13 anni.

– Il tuo lavoro d’insegnante e la  tua formazione culturale, quanto hanno pesato sul tuo fotografare e sulla tua scrittura?

Fare l’insegnante è stata una mia scelta. Dopo la scuola superiore decisi di iscrivermi a Pedagogia contestualmente cominciai a lavorare nel sociale. Cominciai a capire se potevo specializzarmi un po’ anche con la fotografia. Sono degli anni delle scuole superiori, le mie riflessioni e indagini sui corsi di foto. Molto costosi, alcuni fuori da Genova, quindi improponibili. Poi verso la fine degli anni 80 scoprii che a Genova c’era una scuola di fotografia particolare. Riservata a sole donne e condotta da una esperta e stimata fotografa in campo internazionale: Giuliana Traverso. Appena guadagnai il mio primo stipendio mi iscrissi. Ecco è stata la formazione pedagogica unita al metodo di insegnare fotografia di Guliana a formarmi. E sicuramente hanno influito moltissimo sul mio modo di “guardare attraverso l’obiettivo”. La scrittura, almeno la mia, non era prevista. Possiamo chiamarla un’evoluzione del percorso creativo. Decisi di fare la mia prima mostra perché avevo voglia di realizzare un progetto covato da tempo: tradurre in immagini le poesie di Montale. Era il 2004. Da allora ogni mio progetto fotografico si dotò di testo. Parole di altri. Finchè un giorno, in treno, non buttai giù alcuni pensieri. Fu l’inizio del Re senza corazza.

– Come scegli se esprimerti attraverso l’immagine o la parola?

Direi che non lo scelgo, a volte sono imprescindibili l’uno dall’altra, a volte mi sento di esprimermi più con l’uno a volte più con l’altra. Stati d’animo. Attualmente c’è una spinta verso la narrazione.

– Il titolo “Il re senza corazza” faceva riferimento ad un mettersi a nudo nel momento in cui mettevi momentaneamente da parte la fotografia. E’ forse proprio la fotografia, per te, la corazza a cui si fa riferimento?

– No esattamente il contrario: la fotografia mi ha permesso di “uscire fuori” di mostrarmi, di offrire le mie emozioni. La corazza nasce dalla riflessione sull’incapacità di mettersi a nudo, in generale non solo la mia, e sul concetto che non è mostrandosi “corazzati” che si governa meglio il proprio regno.

– Quanto nella tua produzione creativa ha che fare con le tue emozioni e quanto con la necessità di comunicare le tue riflessioni razionali sulla vita e la società?

Le emozioni sono l’incipit di entrambe le scritture. Le riflessioni su ciò che accade intorno a me o nella mia vita mi suscitano movimenti emozionali che sublimo scrivendo o fotografando.

Copertina de
Copertina de “Il re senza corazza”

Monica Delli Iaconi, si è laureata in pedagogia con una tesi sulla fotografia. Ha vissuto a Genova fino al 1992, dove ha frequentato la scuola di fotografia diretta da Giuliana Traverso “Donna Fotografa”. Attualmente vive e lavora in Toscana nella provincia di Pisa. Ha esposto le sue fotografie in varie mostre in Italia e in Germania. Alcune sue fotografie sono diventate le scene di un’opera lirica per ragazzi dal titolo “Il figlio cambiato”, presentata al Teatro Verdi di Pisa. Ha lavorato come fotografa di scena presso Festival Teatro Romano di Volterra.

Dal 2008 al 2010 ha tenuto corsi di fotografia presso varie associazioni sul territorio della Valdera. Con Matithyàh ha pubblicato: “Grazie di cuore” e “Ad occhi aperti nei secoli dei secoli” che hanno accompagnato gli omonimi eventi espositivi e culturali, e la prima raccolta di pensieri e fotografie intitolata “Il re senza corazza”, e “La protagonista è assente”.

La trasformazione secondo Yelena Steffen Milanesi (d’après Bowie)

Un nuovo tributo  fotografico alla figura di David Bowie,  e una nuova meditazione sul concetto di trasformazione. a lui ricollegabile. Quello che pubblico oggi è il terzo contributo nato da un’iniziativa, in cui ho coinvolto alcuni dei miei amici (quella di  cui dicevo  in questo post).
Yelena Steffen Milanesi ne è in più modi autrice, oltre che protagonista, con uno stile che unisce un’elegante leggerezza alla sua consueta intensità (di altri suoi lavori avevamo avuto già modo di raccontare su questo blog). Il prodotto finale che ci propone sono di fatto due serie di autoritratti, in realtà fermi immagine scattati durante delle performance, in cui Yelena indossa abiti da lei creati e ispirati a due momenti della carriera artistica del cosiddetto Duca Bianco. E una delle due performance nasce proprio dalle suggestioni ricavate dall’immagine elegante di questo alter ego di Bowie.

© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (in versione the White Thin Duke)
© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (come White Thin Duke)

“David Bowie è stato di ispirazione per moltissimi miei progetti, la sua ecletticità ed il suo essere alieno e perfettamente appartenente al mondo sono strabilianti!”, racconta l’altrettanto eclettica Yelena.

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© Yelena Steffen Milanesi.

“Le performance sono 2”, spiega, “una riferita al periodo The Man Who Fell on Earth 1976 e la seconda the White Thin Duke, diverse ma ugualmente legate a David Bowie.
Un primo periodo più glamRock, che mi permetto di collegare – almeno da un punto di vista prettamente estetico – al successivo periodo musicale Dance, pur sempre glam ma ormai trasfigurato nella sua versione più pop-glitterata, fine anni 70; mentre per il Secondo periodo, più matura, ho scelto un bn più riflessivo e neo dandy”.
Riguardo a come è nata la sua passione, per questo artista che l’ha tanto ispirata, ci racconta: “Ho conosciuto l’eccezionale personalità di David Bowie verso la fine degli anni ‘90, quand’ero appena adolescente, attraverso il film The Man Who Fell to Earth del 1976, dopo questo primo carismatico impatto sono andata a scoprire tutti i lati della sua poliedrica attività artistica. La capacità di oscillare tra diversi generi e mantenere sempre una forte individualità: dall’irraggiungibile Ziggy Sturdust all’eccentrico dandy de il Duca Bianco; dal fascino delle tute da ballerino GlamRock, che furono foriere della rivoluzione unisex negli anni ‘70, alle recentissime ballate struggenti di Blackstar. Mi sono ispirata molto spesso a questo eccezionale artista, per abiti e fotografie, come dimostrano questi scatti – di cui sono sia la fotografa che la performer – in cui prendo spunto dalle sue molteplici trasformazioni.

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© Yelena Milanesi. Ziggy in the galaxy

Stimo il suo messaggio di sfida alle convenzioni, l’essere stato pioniere di rivoluzioni sociali attraverso l’arte, non solo quella musicale ma anche visiva e del costume, l’essere stato musa iconoclasta e di tendenza allo stesso tempo.
Un mio recente lavoro, vestiti foto e perfomance fatti da me, è Ziggy in the galaxy…umile rivisitazione di una vera Icona!!”.

Ringrazio Yelena Milanesi per il suo tributo e vi invito a vedere altre sfaccettature della sua variegata produzione sul suo sito: https://yelenamilanesi.carbonmade.com/

La trasformazione secondo Alessandra Vinotto (d’après Bowie)

A distanza di un mese vi propongo un nuovo tributo a David Bowie e al concetto di trasformazione che l’artista ha sempre incarnato:  “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”.

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Alessandra Vinotto, “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”, 2016

Con queste parole Alessandra Vinotto, poliedrica artista genovese e autrice di quest’omaggio, ce lo introduce spiegandocene il senso: “Conforme alla mia concezione di crescita come cambiamento senza forzature, il farsi “acqua”, ovvero liquido che si adatta ad ogni forma, simboleggia l’adattarsi senza perdere la propria natura.. “Waterale” è il titolo che accorpa alcune mie opere ispirate all’acqua in relazione col mio corpo”.

Riguardo a cosa David Bowie sia stato per lei, ci racconta:”Sin dalla prima adolescenza ero incantata dalla sua musica e dai suoi testi, che per me rappresentavano il top del sound di quegli anni.
Ed essendo io giá all’epoca piuttosto trasgressiva (ma senza mai trascendere nel kitsch o nel volgare), avevo trovato in lui quel senso di composta eleganza nell’essere decisamente diverso.
Inoltre la trasformazione interiore che da allora non mi ha mai abbandonato è sempre stata in sintonia con il suo personaggio in costante mutamento coerente”.

Ringrazio Alessandra per la sua partecipazione a questa iniziativa (e le faccio un in bocca al lupo per le sfide -di vario genere- che sta attualmente affrontando!

Alessandra Vinotto [cliccando sul nome potete leggere anche un’intervista] è  fotografa d’arte, ha all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali (Vogue, Marie Claire, Herald Tribune, Opera, Amadeus, libri e cataloghi).
Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, da qualche anno si occupa di regia e direzione artistica multimediale.
Ha fondato con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011. Altri riconoscimenti: premio speciale al MEI (Faenza), special guests al Dimension 3 (Parigi), al 3D Stereo Media (Liegi), al Capalbio International Short Film Festival, e proiezione al Sundance Film Festival nel 3D Satellite.
Nel 2012 viene premiata dal Sindaco di Genova per la sua attività artistica all’estero.
Prima regista italiana ad aver realizzato un video in 3D stereo, nel 2013 ha diretto “Viceversa 3D” al padiglione Italia della Biennale di Venezia: il primo documentario europeo sull’arte contemporanea girato in 4K.
Sue fotografie sono state esposte a mostre collettive con opere di artisti quali Andy Warhol, Nan Goldin, Joseph Beuys, Jan Saudek, Bettina Rheims, Luigi Viola, Ferdinando Scianna, Kiki Smith, Orlan, Yoko Ono, Vanessa Beecroft, Marina Abramovic , Shirin Neshat.

La trasformazione secondo Pierluigi Vecchi (d’après Bowie)

Una necessità di trasformazione e l’auspicio di andare avanti sotto una buona stella (seppure una “blackstar“!) sono l’occasione che ha fornito lo spunto all’opera di Pierluigi Vecchi, che qui viene presentata. Trasformare la transitoria, anche se imponente e sentita, manifestazione emotiva scaturita dall’inattesa notizia della scomparsa di David Bowie in qualcosa di diverso che una cupa celebrazione.  E farlo attraverso la fotografia.

L’11 gennaio è stato per me uno strano giorno, che ho vissuto in un’atmosfera di sospensione fra l’incredulità e un incombente dolore.
A molti di voi, come a me, sarà capitato quel giorno di scorrere la homepage di Facebook e di vedere un’interminabile sequela di post in memoriam, omaggi di ogni genere e da parte delle persone più inattese. Il mood che, per lo più, si respirava era da “fine di un sogno” e brusco risveglio a una realtà più grigia. Quasi che la scomparsa di Bowie ci orbasse definitivamente di una guida capace di immaginare per noi mondi nei quali ci si potesse muovere in sicurezza; come se ci privasse, senza speranza, di un prezioso ispiratore e d’un esempio, capace com’era di riformulare continuamente la propria ricerca estetica, ricordandoci che tutto scorre incessantemente e cambia, che così dovrebbe sempre essere in una ricerca artistica (in barba alle esigenze dei mercanti d’arte!).
In effetti non so dire con certezza se ciò che riferisco fosse realmente sotteso ai tanti messaggi di cordoglio dei miei amici o se si trattasse piuttosto di una proiezione delle mie personali emozioni; ciò che invece è certo è che quella mattina ho desiderato di poter fare qualcosa  che ci scuotesse da tanta cupezza, spostando il focus della nostra attenzione da una disperato senso di mancanza a una speranzosa “capitalizzazione” del legato artistico di Bowie. Da orfani, quali ci siamo sentiti – mi son detta – ognuno di noi potrebbe forse prendere consapevole possesso di quell’eredità in forma d’ispirazione, che già da tempo ha avuto a disposizione senza accorgersene.
Da qui l’idea, forse un po’ ingenua, di improvvisare una call su Facebook fra i tanti miei amici reali e “social”, che si esprimono attraverso la fotografia, per rendere omaggio all’artista scomparso in un “Bowie Photographic Tribute“. Mi è parso un buon modo per continuare a ricevere ispirazione ed energie positive da qualcuno che ha significato tanto per noi.
Come spunto su cui lavorare ho proposto il tema, appunto, della trasformazione, sia perché David Bowie ai miei occhi ha sempre fatto suo e quasi incarnato questo concetto, sia perché il tributo stesso è nato – come già detto – dal desiderio di trasformare emozioni dolorose e di disagio in un qualcosa di positivo, di trasformare letteralmente la cupezza in luce, grazie alla fotografia. Infine perché l’evento stesso della morte possiamo interpretarlo come una trasformazione.

Alla mia call ha così risposto Pierluigi Vecchi.

Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia. Dittico
Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia (dittico)

E con queste parole ha presentato il suo dittico: “Per me la trasformazione comincia da se stessi: trasformare vuol dire guardare il mondo con occhi nuovi, vedere le cose in modo diverso. Quando vediamo le situazioni da un’altro punto di vista cambiamo le nostre percezioni e cambiamo anche il mondo che ci circonda. Per me “trasformazione” significa anche non perdersi mai d’animo e guardare sempre avanti; a volte, camminando anche sulla stressa strada che ho già fatto mille volte, posso continuare a scoprire cose nuove, magari semplicemente guardandole da una nuova prospettiva: una luce, per esempio; è un po’ come un lampo di luce sul pavimento in una giornata grigia e piovosa…”

Pierluigi Vecchi è un artista multi disciplinare che da anni lavora nell’ambito dei video, della fotografia e delle installazioni d’arte. I suoi video sono stati mostrati in diversi festival internazionali di cortometraggi. Nato inizialmente come pittore si è successivamente concentrato sulla fotografia e sulle opere video anche attraverso esperienze come VJ presso la SAT di Montreal (Society of Technological Arts) e in alcune discoteche. Laureato in belle arti all’Università Concordia di Montreal, in Canada, vive adesso a Londra e lavora nel mondo dei media. La luce l’acqua e i colori sono elementi ricorrenti nel suo linguaggio visivo.

Gli ho chiesto cosa abbia significato/significhi Bowie per lui o per la sua arte, cosa lo abbia spinto ad aderire a quest’idea di un tributo fotografico.
Pierluigi mi ha risposto richiamando alla mente alcuni ricordi: “Il mio primo concerto vero, l’ho visto a 17 anni quando sono andato, da Genova, allo stadio Comunale di Firenze a vedere Bowie in una tappa di un suo tour internazionale, il suo Glass Spider Tour dell’ 87.
Quindi Bowie fa parte della mia adolescenza. Un’altra ragione è che il mio film preferito in assoluto, quello che mi ha spinto a diventare videografo, è stato un film degli anni 80 che è quasi un video e aveva come protagonisti Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon: The Hunger [uscito in Italia col titolo “Miriam si sveglia a mezzanotte”].
Allora ero rimasto impressionato dal suo multiforme talento, come attore, musicista, eccetera…”
Ringrazio Pierluigi per aver aderito mostrandoci questa sua visione, doppiamente legata a Bowie: in quanto espressione della sua personale eredità bowiana e in quanto inconscio rimando a quello che Pierluigi stesso definisce “l’imprinting del lampo di Ziggy Stardust

Il sito/blog di Pierluigi Vecchi è all’indirizzo www.pierluigivecchi.com

 

Fotografia fra terapia e conoscenza di sé

Segnalo questo incontro, al quale parteciperò anch’io, a quanti volessero approfondire il tema della fotografia terapeutica, che ho trattato qui qualche settimana addietro.
Alcuni di voi hanno già portato il contributo del loro pensiero nei commenti a quel post e mi auguro che altri vorranno farlo in presenza giovedì 19 Novembre.
Sarà una buona occasione per ragionare insieme su un argomento di particolare interesse perché controverso.

Maggiori informazioni potete trovarle sul sito di Nuove Arti Terapie che organizza l’incontro.

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Fotografia terapeutica o semplicemente fotografia, questo è il problema?

Si fa un gran parlare di fotografia come terapia sul web e altrove. C’è chi si mostra giustamente preoccupato da un dilagare di proposte terapeutico-fotografiche approntate alla bell’e meglio da persone, certamente in buona fede, ma che non hanno una preparazione per gestire le situazioni delicate che certi approcci troppo in profondità potrebbero provocare. E c’è chi semplicemente cavalca l’onda emotiva del riconoscimento di uno statuto psicologico per la fotografia, inteso nelle accezioni più disparate. Così che tutt’a un tratto fioriscono i progetti di fotografia terapeutica, spesso intrecciandosi e confondendosi con lavori più propriamente ricollegabili allo storytelling o addirittura a una concettualità ritenuta – forse – un po’ demodé e quindi da rileggere in una chiave più vicina alla sensibilità del pubblico attuale.
Fra le email che ricevo da voi mi è parsa emblematica quella che pubblico qui di seguito (insieme alla mia risposta). Ho chiesto al suo autore il permesso di pubblicare il nostro scambio di battute poiché mi pare possa fornire un qualche spunto a chi volesse approfondire l’argomento, nella speranza di sentire altri punti di vista e magari anche di sviluppare il nostro stimolati dalle vostre riflessioni.

 © Pamela Piscicelli/D.O.O.R, 15×21 cm, 78 pagine, design by Mirko Smerdel / Discipula, 2015
© Pamela Piscicelli/D.O.O.R, 15×21 cm, 78 pagine, design by Mirko Smerdel / Discipula, 2015

Per quanto riguarda il bel libro citato sotto, resta il dubbio riguardo alla sua reale collocabilità in un filone terapeutico. Non ho sufficienti elementi per poterlo stabilire, mancandomi dati su come si è sviluppato tale percorso, ma certamente mi balza all’occhio principalmente il suo valore di ricerca estetica di carattere diaristico in cui materiali eterogenei confluiscono a creare il racconto di stati d’animo più che di eventi.

Ad ogni modo, buona lettura e buone riflessioni (che mi auguro vorrete condividere)!

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Oggetto: Anche a castelnuovo si parla di fotografia terapeutica

A Castelnuovo di Porto domenica [4 ottobre] pomeriggio c’è stata una interessante discussione durante la presentazione di un libro: Undici solitudini di Pamela Piscicelli. Un libro molto personale, intimo. Un libro difficile da leggere visivamente e difficile da decodificare e avvicinare attraverso un punctum, come diceva Pamela riferendosi a Barthes, di vissuto comune.
In effetti Pamela parlando del libro, più e più volte aveva fatto riferimento alla sua fotografia come autoanalisi, come terapia. Aveva raccontato delle sue difficoltà di relazione con il padre e come questo lavoro fotografico l’avesse aiutata.

Nel dibattito è intervenuta Lina Pallotta, la quale, provocatoriamente le ha chiesto: Pamela, ma che malattia hai?
Naturalmente Pamela ha avuto difficoltà a rispondere. Non perché non sapesse il nome clinico della sua “malattia”.
Semplicemente Lina ha voluto forzare l’autopresentazione di Pamela per mostrarle che era eccessiva, inappropriata.
Non è meglio parlare di scoperta, ha suggerito Lina, rispetto al percorso interiore svolto con questo lavoro fotografico?
Dopo qualche altro chiarimento sulle parole utilizzate, tutti sono stati più soddisfatti del ribaltamento di prospettiva.

Certo si è passati da un potenziale luogo comune ad un altro, ma almeno è di segno positivo. Sicuramente, ci sarebbero dei significati più propri sia per la fotografia come terapia che per la fotografia come percorso di crescita, sviluppati in contesti più specializzati. Però alla fine è stata una bella chiacchierata…
Mi faceva piacere raccontartelo visto il tuo interesse per il tema.
A presto.
Paolo

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Ciao Paolo!
Grazie per questo messaggio: trovo il tuo racconto, e le conclusioni all’insegna del dubbio che ne trai, molto interessanti e pertinenti. E’ assolutamente vero, in questo periodo “c’è nell’aria” questa idea della terapia e si finisce per generalizzare; soprattutto perché c’è l’impressione diffusa che – come diceva una vecchia canzone – “siamo tutti un po’ malati, ma siamo anche un po’ dottori”.
Questo per dirti che credo ci siano due diverse problematiche che vanno a collidere in questa faccenda: da un lato la voglia – assolutamente lecita – che ognuno ha di trovare mezzi per star meglio (in una situazione storica di depressione sociale diffusa),e dall’altro lato l’idea balorda che, senza avere una preparazione specifica (talora – non non nel caso che racconti – neanche in fotografia; e figuriamoci poi in psicologia!), il fotografare si trasformi in automatico in un processo di autoanalisi e autoterapia. Non è così semplice però, anche se la società dei consumi ci ha allenati a pensare che tutto sia a portata di mano, in questo caso recandosi a comprare un qualunque apparecchio utile a scattar foto.
La fotografia non è terapia “di per sé”, neanche quando si occupa di “mettere a fuoco” un malessere, che – tra l’altro – non dev’essere necessariamente “una malattia”.
A tal proposito trovo che la fotografia si presti, per esempio, ad affrontare un generico “male di vivere”, di tipo montaliano intendo, essendo un’attività che – se svolta con la dovuta consapevolezza – tende all’attribuzione di significati personali per l’ambiente (cose, fatti e persone) che ci circonda, e riesce anche a dare uno scopo alla nostra esistenza in quanto esploratori di tale ambiente.
Se è pur vero che questo attribuire significati al mondo e agli eventi attraverso gli scatti è anche la chiave di volta delle potenzialità terapeutiche della fotografia – consentimi la metafora architettonica – è chiaro pure che i piedritti che sostengono l’arco sono due, distinti e separati: la fotografia vera e propria (con tutto il suo portato artistico e concettuale) e la terapia.
Fotografia e terapia sono semplicemente due cose che possono talora confluire in un unico nodo, a sostegno dell’espressione personale, e sappiamo bene che ci si può esprimere con varie finalità, non sempre e solo con quella di
liberarsi d’un peso o di cambiare prospettiva sulla propria vita. Il più delle volte la fotografia è solo (e non è poco!) uno strumento di conoscenza e di comunicazione. Uno mezzo di “scoperta”, come suggeriva appunto Lina Pallotta, che non deve per forza fare i conti con un disagio per “curarlo”, ma che sicuramente dà a chi fotografa occasioni di crescita personale, ampliando – è il caso di dirlo – le proprie vedute su se stessi e sulle cose.
Confondere i due piani e tentare di farne un tutt’uno. magari finendo addirittura con l’asserire – e mi è capitato di sentire anche questo! – che la fotografia è sempre terapeutica, non giova a nessuno, in quanto finisce con lo svalutare da una parte quelli che sono lavori autenticamente vissuti come terapia, perché frutto di un processo consapevole e portatori di una trasformazione personale profonda, e dall’altra con lo stravolgere e omologare il senso di lavori che traggono valore da un costrutto concettuale, sol perché si immagina che parlare di terapia sia più in linea con il momento attuale.
Sai cosa penso Paolo? Che forse questo dialogo potrebbe diventare un post, uno di quelli utili a far riflettere anche altra gente su queste criticità. Ti andrebbe se pubblicassi il tutto?
Buona giornata!
RM
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RACCONTO DI NATALE

In-Sight

Una storia e un’immagine da interpretare…
In realtà una scusa per farvi i miei auguri di buone feste: il mio augurio è che possiate guardare al mondo con occhi sempre nuovi e che riusciate a cogliere in ogni cosa molteplici e persino contraddittori aspetti.

Buona lettura!
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Il 24 dicembre di quattro anni fa, al termine della cena di vigilia, ho estratto dal cestino della frutta secca una noce. Era particolare: tripartita e con il gheriglio a sei lobi.
Due fra i commensali presenti, una coppia di tedeschi di una certa età, avendo esaminato con attenzione il cestino in cerca di un’altra “sonder Wallnuss” (noce speciale) e constatato che quella in mano mia era la sola, si sono allora detti convinti che quello fosse un segno, un presagio per me. E infatti lo era.
Ma che tipo di segno? Cosa avevo in mano?
Un frutto cresciuto in maniera anomala, le cui cellule si erano…

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Le visioni pittorialiste di Yelena Milanesi

© Yelena Milanesi.
© Yelena Milanesi. “The Aracneis Lullaby. Babushka World”

Ciò che pubblico oggi nasce come “lettera di presentazione”, da me stilata, e per questo forse noterete qualche “stranezza” stilistica, ma perché – mi sono chiesta – non presentare anche a voi quest’artista, che usa la fotografia in una maniera molto insolita per questi anni?
Detto fatto: buona lettura! Spero che piaccia a voi come è piaciuta a me. 🙂

Mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione Yelena Milanesi e la sua variegata ricerca artistica, che spazia dal fashion design, alla stampa d’arte, alla fotografia.

Milanesi è, infatti, un’artista eclettica, a tutto tondo, che da ormai dieci anni ha scelto d’impegnarsi nel settore della moda, creando stampe d’arte ed elaborate fantasie per tessuti poi commercializzati da varie case di moda, ma che si esprime in maniera particolarmente interessante soprattutto in una raffinatisima staged photography.

Il suo curriculum di studi è costituito da un ragguardevole percorso di approfondimento nel campo delle arti, grazie a un certo numero di corsi di specializzazione, oltre che alla laurea con lode in fashion design conseguita presso la prestigiosa Accademia di Brera a Milano. Di rilievo per la sua attitudine alla precisione dell’osservazione e all’accuratezza dell’allestimento delle sue mise en scène, urbane o teatrali che siano, è probabilmente la sua iniziale formazione da entomologa.

Dal 2007 ad oggi ha al suo attivo un buon numero di collettive e una mostra personale, nel novembre del 2012.

La sua fotografia è messa in scena accurata. In essa convergono spunti che provengono da disparati territori culturali: dalla poesia come dalla pittura romantica e preraffaellita, da un certo cinema noir e del mistero alla moda concettuale di Marin Margiela e Alexander McQueen.

Le sue serie d’immagini, dalle composizioni impeccabili, hanno come soggetto soprattutto il corpo femminile nudo, a tratti eroticizzato e bardato d’orpelli vagamente fetish (come nella serie Feminin Noir); più di frequente etereo e impalpabile, trasfigurato verso un’ideale androgino. E’ un corpo che spesso si raddoppia suggerendo una specularità virtuale e stranamente asimmetrica.

Cromatismi, luci, e ambienti appena tratteggiati, rimandano alla fotografia pittorialista – e proprio come quest’ultima – ci riconducono idealmente a certa pittura romantica, popolata di presenze fantastiche e intessuta di sogni gotici. In Babushka World possiamo ritrovare poi un più stretto richiamo all’arte preraffaellita e simbolista.

Tutto, nella sua opera, ci riporta a un clima onirico ed enigmatico: creature luminose, immateriali e trasparenti, spigolose ma sensuali sihlouette neogotiche che emergono da ombre avvolgenti, e propongono un immaginario ambiguo, fondamentalmente aperto ad una lettura polisemica, che può essere indagata a diversi livelli di profondità. Ogni spettatore, una volta superato il potere fascinatorio delle visioni dell’artista, troverà certamente una propria chiave di lettura e una personale risposta al mistero di queste fotografie.

© Yelena Milanesi.
© Yelena Milanesi. “The Aracneis Lullaby. No dialogue connection”.

Sofia Bucci: “Oleandro”

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

(già pubblicata su Fotografia 3.0 -immagini per il benessere e il cambiamento)

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto.
Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”?
S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini?
S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”?
S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano?
S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia?
S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”…
S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno.
S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli?
S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico?
S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te?
S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore?
S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”?
S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo?
S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

Alla ricerca di una visione personale, in un workshop

L’esperienza recente del workshop, che ho tenuto per Deaphoto, è ancora viva nella mia mente mentre scrivo, per quanto sia ormai trascorso un po’ di tempo. E mi fa piacere dedicare questo post ai protagonisti di quel laboratorio sulle cui premesse ho scritto diffusamente qui.
Nel formulare il suo titolo, “la mia storia”, avevo pensato già di fornire un preciso indizio su come il percorso proposto fosse pensato per dare agio ai fotografi  di narrarsi in maniera del tutto personale: di mettere a fuoco, cioè, la propria storia e il proprio vissuto quotidiano non tanto nei semplici termini di “storia di ciò che mi è capitato o che mi accade”, quanto piuttosto in quelli di “storia che racconto io”, ovvero sia “mia versione/visione delle cose”.
Punto di partenza per questo viaggio sono stati alcuni scatti preesistenti, che ai fotografi è stato chiesto di portare con sé: foto ritenute significative allo scopo di dire qualcosa della loro vita (ne vedete tre qui di seguito).

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
@ Diego Cicionesi
@ Diego Cicionesi
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Proporre in un workshop fotografico un approccio mutuato dalla cosiddetta “relazione d’aiuto” sembrava azzardato, poiché era lecito temere che potesse sembrare inaccettabile a dei fotografi l’idea di lavorare in una maniera tanto insolita. A cominciare dall’opzione, che  era stata data loro, di scegliere le fotografie da portare e su cui lavorare anche fra immagini personali, tratte dall’album di famiglia. Quindi non necessariamente scattate da loro.
Perciò è stata una gradita sorpresa scoprire che ben due dei partecipanti avevano scelto di portare con sé “foto di famiglia” come spunto iniziale. E che uno di loro, addirittura, abbia poi deciso addirittura di mettersi in gioco tentando la difficile e per nulla scontata strada di trattare proprio quelle immagini come materiale vivo della sua narrazione (fatta di parole e immagini), più che semplice occasione di evocazione emotiva e rilancio verso nuovi scatti.

© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi

Sicuramente una scelta originale, estranea agli stereotipi della fotografia attuale, e una concreta affermazione della propria libertà di sperimentare in ogni direzione, senza farsi bloccare dalla paura di sbagliare.
Perché poi – diciamocelo chiaramente – la fotografia contemporanea ci mostra con grande evidenza come non esistano scatti “giusti”, ma esistano solo scatti funzionali ad estrinsecare l’idea che il fotografo intende esprimere, e anche il fatto che spesso si arriva ad un prodotto “finito e valido” attraverso un percorso tortuoso.
Ognuna delle scelte espressive messe in atto dai partecipanti si è rivelata profondamente personale, ed in varia misura sperimentale per quanto attiene ai rispettivi percorsi.
Ognuno di loro ha accettato di buon grado l’opportunità di fare, per così dire, un passo di fianco per guardare il proprio modo di fare fotografia  (e forse la propria stessa realtà?) da una diversa prospettiva.

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini

Del resto era proprio questo l’obbiettivo del laboratorio: elicitare in loro la libertà di esprimere il proprio “occhio fotografico”. Oltre a sollecitare l’osservazione e la narrazione della quotidianità, che peraltro è tema alquanto complesso. Vuoi perché la nostra osservazione, assopita dalla routine quotidiana, cessa di notare quel che ci circonda e di trovarvi spunti di rilievo. Vuoi perché implica un riconoscimento di come percepiamo il nostro ambiente e una rappresentazione di come ci figuriamo il mondo, ma anche di quella che è la nostra modalità di interagire con l’ambiente circostante.

diary
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Il compito era quello di tralasciare le consuetudini proprie, e soprattutto quelle acquisite in ossequio a un unico modo di vedere e di mostrare il mondo attraverso i propri scatti.  Per scoprire in questo racconto di sé l’originalità del proprio “io narrante”.

Immagino sia difficile cogliere l’entità dei risultati ottenuti attraverso le poche immagini che questo post può ospitare, ma – credetemi – io stessa sono rimasta sorpresa. E poco importa se le “storie” che mi sono state presentate siano un punto di partenza o punto di approdo. Quello che conta è la possibilità di cambiamento che questi fotografi si sono concessi di sperimentare, perché tutto cambia continuamente ed è assurdo rimanere ancorati a vaghe prescrizioni nel fotografare.
Anche perché quella che mostriamo nelle nostre fotografie è la nostra visione personale e in nome di cosa dovremmo privarci da soli della libertà di esprimerla?

Ringrazio Sofia Bucci, Diego Cicionesi, Alessandro Comandini, Giovanni De Leo e Giovanni Masi per aver accettato di scommettere sulla creatività e sul cambiamento. 🙂

© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi