La trasformazione secondo Pierluigi Vecchi (d’après Bowie)


Una necessità di trasformazione e l’auspicio di andare avanti sotto una buona stella (seppure una “blackstar“!) sono l’occasione che ha fornito lo spunto all’opera di Pierluigi Vecchi, che qui viene presentata. Trasformare la transitoria, anche se imponente e sentita, manifestazione emotiva scaturita dall’inattesa notizia della scomparsa di David Bowie in qualcosa di diverso che una cupa celebrazione.  E farlo attraverso la fotografia.

L’11 gennaio è stato per me uno strano giorno, che ho vissuto in un’atmosfera di sospensione fra l’incredulità e un incombente dolore.
A molti di voi, come a me, sarà capitato quel giorno di scorrere la homepage di Facebook e di vedere un’interminabile sequela di post in memoriam, omaggi di ogni genere e da parte delle persone più inattese. Il mood che, per lo più, si respirava era da “fine di un sogno” e brusco risveglio a una realtà più grigia. Quasi che la scomparsa di Bowie ci orbasse definitivamente di una guida capace di immaginare per noi mondi nei quali ci si potesse muovere in sicurezza; come se ci privasse, senza speranza, di un prezioso ispiratore e d’un esempio, capace com’era di riformulare continuamente la propria ricerca estetica, ricordandoci che tutto scorre incessantemente e cambia, che così dovrebbe sempre essere in una ricerca artistica (in barba alle esigenze dei mercanti d’arte!).
In effetti non so dire con certezza se ciò che riferisco fosse realmente sotteso ai tanti messaggi di cordoglio dei miei amici o se si trattasse piuttosto di una proiezione delle mie personali emozioni; ciò che invece è certo è che quella mattina ho desiderato di poter fare qualcosa  che ci scuotesse da tanta cupezza, spostando il focus della nostra attenzione da una disperato senso di mancanza a una speranzosa “capitalizzazione” del legato artistico di Bowie. Da orfani, quali ci siamo sentiti – mi son detta – ognuno di noi potrebbe forse prendere consapevole possesso di quell’eredità in forma d’ispirazione, che già da tempo ha avuto a disposizione senza accorgersene.
Da qui l’idea, forse un po’ ingenua, di improvvisare una call su Facebook fra i tanti miei amici reali e “social”, che si esprimono attraverso la fotografia, per rendere omaggio all’artista scomparso in un “Bowie Photographic Tribute“. Mi è parso un buon modo per continuare a ricevere ispirazione ed energie positive da qualcuno che ha significato tanto per noi.
Come spunto su cui lavorare ho proposto il tema, appunto, della trasformazione, sia perché David Bowie ai miei occhi ha sempre fatto suo e quasi incarnato questo concetto, sia perché il tributo stesso è nato – come già detto – dal desiderio di trasformare emozioni dolorose e di disagio in un qualcosa di positivo, di trasformare letteralmente la cupezza in luce, grazie alla fotografia. Infine perché l’evento stesso della morte possiamo interpretarlo come una trasformazione.

Alla mia call ha così risposto Pierluigi Vecchi.

Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia. Dittico

Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia (dittico)

E con queste parole ha presentato il suo dittico: “Per me la trasformazione comincia da se stessi: trasformare vuol dire guardare il mondo con occhi nuovi, vedere le cose in modo diverso. Quando vediamo le situazioni da un’altro punto di vista cambiamo le nostre percezioni e cambiamo anche il mondo che ci circonda. Per me “trasformazione” significa anche non perdersi mai d’animo e guardare sempre avanti; a volte, camminando anche sulla stressa strada che ho già fatto mille volte, posso continuare a scoprire cose nuove, magari semplicemente guardandole da una nuova prospettiva: una luce, per esempio; è un po’ come un lampo di luce sul pavimento in una giornata grigia e piovosa…”

Pierluigi Vecchi è un artista multi disciplinare che da anni lavora nell’ambito dei video, della fotografia e delle installazioni d’arte. I suoi video sono stati mostrati in diversi festival internazionali di cortometraggi. Nato inizialmente come pittore si è successivamente concentrato sulla fotografia e sulle opere video anche attraverso esperienze come VJ presso la SAT di Montreal (Society of Technological Arts) e in alcune discoteche. Laureato in belle arti all’Università Concordia di Montreal, in Canada, vive adesso a Londra e lavora nel mondo dei media. La luce l’acqua e i colori sono elementi ricorrenti nel suo linguaggio visivo.

Gli ho chiesto cosa abbia significato/significhi Bowie per lui o per la sua arte, cosa lo abbia spinto ad aderire a quest’idea di un tributo fotografico.
Pierluigi mi ha risposto richiamando alla mente alcuni ricordi: “Il mio primo concerto vero, l’ho visto a 17 anni quando sono andato, da Genova, allo stadio Comunale di Firenze a vedere Bowie in una tappa di un suo tour internazionale, il suo Glass Spider Tour dell’ 87.
Quindi Bowie fa parte della mia adolescenza. Un’altra ragione è che il mio film preferito in assoluto, quello che mi ha spinto a diventare videografo, è stato un film degli anni 80 che è quasi un video e aveva come protagonisti Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon: The Hunger [uscito in Italia col titolo “Miriam si sveglia a mezzanotte”].
Allora ero rimasto impressionato dal suo multiforme talento, come attore, musicista, eccetera…”
Ringrazio Pierluigi per aver aderito mostrandoci questa sua visione, doppiamente legata a Bowie: in quanto espressione della sua personale eredità bowiana e in quanto inconscio rimando a quello che Pierluigi stesso definisce “l’imprinting del lampo di Ziggy Stardust

Il sito/blog di Pierluigi Vecchi è all’indirizzo www.pierluigivecchi.com

 


Fotografia fra terapia e conoscenza di sé


Segnalo questo incontro, al quale parteciperò anch’io, a quanti volessero approfondire il tema della fotografia terapeutica, che ho trattato qui qualche settimana addietro.
Alcuni di voi hanno già portato il contributo del loro pensiero nei commenti a quel post e mi auguro che altri vorranno farlo in presenza giovedì 19 Novembre.
Sarà una buona occasione per ragionare insieme su un argomento di particolare interesse perché controverso.

Maggiori informazioni potete trovarle sul sito di Nuove Arti Terapie che organizza l’incontro.

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“Come vi piace”. Un workshop per mettere in gioco la vostra immagine


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© Ute Niedermayr, Autoritratti, 2015

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Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori […] e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”.

(Shakespeare)

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Questa celebre frase  mi ha ispirata per il workshop sull’autoritratto, che si terrà il 21 Novembre a Firenze sotto l’egida di Deaphoto.

La citazione è tratta da una forse poco nota commedia di Shakespeare, “Come vi piace”, il cui titolo ho scelto di prendere a prestito per il workshop.
L’ho scelto perché evidenzia proprio ciò che più mi preme: precisare che, se è vero che ognuno di noi ha una sua parte nel mondo e  recita un suo ruolo che nel tempo può modificarsi, è anche vero che tale ruolo può essere scelto secondo i nostri gusti personali, soprattutto quando ci si trova ad operare in un contesto piuttosto tranquillo come può essere quello di una “rappresentazione” fotografica di sé, cui si può attribuire un intento creativo o anche puramente giocoso.

Il concetto è, in breve, piuttosto semplice: ciascuno di noi è solito avere una sorta di propria “immagine ufficiale” – cui tenta di rimanere fedele un po’ per abitudine, un po’ perché la ritiene “più giusta” rispetto alle altrui aspettative (aspettative che poi nessuno si preoccupa mai di verificare!) – e l’attribuirsi tale immagine di fatto esclude la possibilità di manifestarne altre magari più autentiche o semplicemente di sperimentarne di più divertenti.
Il percorso del workshop si svolge su due fronti: il primo teorico, per inquadrare meglio gli aspetti performativi dell’autoritratto fotografico; il secondo esperienziale, per avere l’opportunità di confrontarsi con gli altri nel processo di sperimentazione di altri ruoli.

La materia che si va a toccare, in fondo quella dell’identità personale, è certamente delicata, ma non c’è d’aver paura: ci sono molti modi per avvicinarsi alla conoscenza e all’espressione di sé, e quello che ho scelto, basandomi sulle mie conoscenze della relazione d’aiuto a mediazione artistica, permetterà ai partecipanti di muoversi su un terreno sicuro e giocoso, a meno che non decidano deliberatamente di correre qualche rischio in più (rischi del tutto calcolati però!).

Cos’altro aggiungere se non che vi aspetto al workshop?

Se avete voglia di farmi domande, o di chiedere chiarimenti sul lavoro che svolgeremo insieme, potete contattarmi via email a specchioincerto@yahoo.it

Per ulteriori informazioni cliccate sulla locandina qui sotto o contattate direttamente a Deaphoto:

Mobile: 338 8572459
Mail: deaphoto@tin.it

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Fotografia terapeutica o semplicemente fotografia, questo è il problema?


Si fa un gran parlare di fotografia come terapia sul web e altrove. C’è chi si mostra giustamente preoccupato da un dilagare di proposte terapeutico-fotografiche approntate alla bell’e meglio da persone, certamente in buona fede, ma che non hanno una preparazione per gestire le situazioni delicate che certi approcci troppo in profondità potrebbero provocare. E c’è chi semplicemente cavalca l’onda emotiva del riconoscimento di uno statuto psicologico per la fotografia, inteso nelle accezioni più disparate. Così che tutt’a un tratto fioriscono i progetti di fotografia terapeutica, spesso intrecciandosi e confondendosi con lavori più propriamente ricollegabili allo storytelling o addirittura a una concettualità ritenuta – forse – un po’ demodé e quindi da rileggere in una chiave più vicina alla sensibilità del pubblico attuale.
Fra le email che ricevo da voi mi è parsa emblematica quella che pubblico qui di seguito (insieme alla mia risposta). Ho chiesto al suo autore il permesso di pubblicare il nostro scambio di battute poiché mi pare possa fornire un qualche spunto a chi volesse approfondire l’argomento, nella speranza di sentire altri punti di vista e magari anche di sviluppare il nostro stimolati dalle vostre riflessioni.

 © Pamela Piscicelli/D.O.O.R, 15×21 cm, 78 pagine, design by Mirko Smerdel / Discipula, 2015

© Pamela Piscicelli/D.O.O.R, 15×21 cm, 78 pagine, design by Mirko Smerdel / Discipula, 2015

Per quanto riguarda il bel libro citato sotto, resta il dubbio riguardo alla sua reale collocabilità in un filone terapeutico. Non ho sufficienti elementi per poterlo stabilire, mancandomi dati su come si è sviluppato tale percorso, ma certamente mi balza all’occhio principalmente il suo valore di ricerca estetica di carattere diaristico in cui materiali eterogenei confluiscono a creare il racconto di stati d’animo più che di eventi.

Ad ogni modo, buona lettura e buone riflessioni (che mi auguro vorrete condividere)!

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Oggetto: Anche a castelnuovo si parla di fotografia terapeutica

A Castelnuovo di Porto domenica [4 ottobre] pomeriggio c’è stata una interessante discussione durante la presentazione di un libro: Undici solitudini di Pamela Piscicelli. Un libro molto personale, intimo. Un libro difficile da leggere visivamente e difficile da decodificare e avvicinare attraverso un punctum, come diceva Pamela riferendosi a Barthes, di vissuto comune.
In effetti Pamela parlando del libro, più e più volte aveva fatto riferimento alla sua fotografia come autoanalisi, come terapia. Aveva raccontato delle sue difficoltà di relazione con il padre e come questo lavoro fotografico l’avesse aiutata.

Nel dibattito è intervenuta Lina Pallotta, la quale, provocatoriamente le ha chiesto: Pamela, ma che malattia hai?
Naturalmente Pamela ha avuto difficoltà a rispondere. Non perché non sapesse il nome clinico della sua “malattia”.
Semplicemente Lina ha voluto forzare l’autopresentazione di Pamela per mostrarle che era eccessiva, inappropriata.
Non è meglio parlare di scoperta, ha suggerito Lina, rispetto al percorso interiore svolto con questo lavoro fotografico?
Dopo qualche altro chiarimento sulle parole utilizzate, tutti sono stati più soddisfatti del ribaltamento di prospettiva.

Certo si è passati da un potenziale luogo comune ad un altro, ma almeno è di segno positivo. Sicuramente, ci sarebbero dei significati più propri sia per la fotografia come terapia che per la fotografia come percorso di crescita, sviluppati in contesti più specializzati. Però alla fine è stata una bella chiacchierata…
Mi faceva piacere raccontartelo visto il tuo interesse per il tema.
A presto.
Paolo

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Ciao Paolo!
Grazie per questo messaggio: trovo il tuo racconto, e le conclusioni all’insegna del dubbio che ne trai, molto interessanti e pertinenti. E’ assolutamente vero, in questo periodo “c’è nell’aria” questa idea della terapia e si finisce per generalizzare; soprattutto perché c’è l’impressione diffusa che – come diceva una vecchia canzone – “siamo tutti un po’ malati, ma siamo anche un po’ dottori”.
Questo per dirti che credo ci siano due diverse problematiche che vanno a collidere in questa faccenda: da un lato la voglia – assolutamente lecita – che ognuno ha di trovare mezzi per star meglio (in una situazione storica di depressione sociale diffusa),e dall’altro lato l’idea balorda che, senza avere una preparazione specifica (talora – non non nel caso che racconti – neanche in fotografia; e figuriamoci poi in psicologia!), il fotografare si trasformi in automatico in un processo di autoanalisi e autoterapia. Non è così semplice però, anche se la società dei consumi ci ha allenati a pensare che tutto sia a portata di mano, in questo caso recandosi a comprare un qualunque apparecchio utile a scattar foto.
La fotografia non è terapia “di per sé”, neanche quando si occupa di “mettere a fuoco” un malessere, che – tra l’altro – non dev’essere necessariamente “una malattia”.
A tal proposito trovo che la fotografia si presti, per esempio, ad affrontare un generico “male di vivere”, di tipo montaliano intendo, essendo un’attività che – se svolta con la dovuta consapevolezza – tende all’attribuzione di significati personali per l’ambiente (cose, fatti e persone) che ci circonda, e riesce anche a dare uno scopo alla nostra esistenza in quanto esploratori di tale ambiente.
Se è pur vero che questo attribuire significati al mondo e agli eventi attraverso gli scatti è anche la chiave di volta delle potenzialità terapeutiche della fotografia – consentimi la metafora architettonica – è chiaro pure che i piedritti che sostengono l’arco sono due, distinti e separati: la fotografia vera e propria (con tutto il suo portato artistico e concettuale) e la terapia.
Fotografia e terapia sono semplicemente due cose che possono talora confluire in un unico nodo, a sostegno dell’espressione personale, e sappiamo bene che ci si può esprimere con varie finalità, non sempre e solo con quella di
liberarsi d’un peso o di cambiare prospettiva sulla propria vita. Il più delle volte la fotografia è solo (e non è poco!) uno strumento di conoscenza e di comunicazione. Uno mezzo di “scoperta”, come suggeriva appunto Lina Pallotta, che non deve per forza fare i conti con un disagio per “curarlo”, ma che sicuramente dà a chi fotografa occasioni di crescita personale, ampliando – è il caso di dirlo – le proprie vedute su se stessi e sulle cose.
Confondere i due piani e tentare di farne un tutt’uno. magari finendo addirittura con l’asserire – e mi è capitato di sentire anche questo! – che la fotografia è sempre terapeutica, non giova a nessuno, in quanto finisce con lo svalutare da una parte quelli che sono lavori autenticamente vissuti come terapia, perché frutto di un processo consapevole e portatori di una trasformazione personale profonda, e dall’altra con lo stravolgere e omologare il senso di lavori che traggono valore da un costrutto concettuale, sol perché si immagina che parlare di terapia sia più in linea con il momento attuale.
Sai cosa penso Paolo? Che forse questo dialogo potrebbe diventare un post, uno di quelli utili a far riflettere anche altra gente su queste criticità. Ti andrebbe se pubblicassi il tutto?
Buona giornata!
RM
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RACCONTO DI NATALE


In-Sight

Una storia e un’immagine da interpretare…
In realtà una scusa per farvi i miei auguri di buone feste: il mio augurio è che possiate guardare al mondo con occhi sempre nuovi e che riusciate a cogliere in ogni cosa molteplici e persino contraddittori aspetti.

Buona lettura!
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Il 24 dicembre di quattro anni fa, al termine della cena di vigilia, ho estratto dal cestino della frutta secca una noce. Era particolare: tripartita e con il gheriglio a sei lobi.
Due fra i commensali presenti, una coppia di tedeschi di una certa età, avendo esaminato con attenzione il cestino in cerca di un’altra “sonder Wallnuss” (noce speciale) e constatato che quella in mano mia era la sola, si sono allora detti convinti che quello fosse un segno, un presagio per me. E infatti lo era.
Ma che tipo di segno? Cosa avevo in mano?
Un frutto cresciuto in maniera anomala, le cui cellule si erano…

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EroticaMENTE (attraverso Alessandra Vinotto)


locandina della mostra

locandina della mostra

Volentieri segnalo questa mostra collettiva, che s’inaugurerà sabato, dove sarà possibile immergersi in un immaginario erotico variegato per le emozioni e le forme espressive in cui viene tradotto.

Si tratta della IV edizione di EroticaMENTE – linee, forme e colori della sensualità. Dal 18 al 31 ottobre 2014 presso Milano Art & Events Center, via Lupetta 3, Milano (Inaugurazione domani alle ore 18). Ingresso libero. Vietato ai minori di anni 14.

In mostra non solo fotografie e fra i partecipanti anche personaggi più noti per il loro esser parte del mondo dello spettacolo dello spettacolo che di quello dell’arte, come Ivan Cattaneo e Michele D’Anca.
Da segnalare anche la presenza di Alessandra Vinotto.

Fotografa di teatro e d’arte, all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali . Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, ma anche regista e direttrice artistica multimediale. Fondatrice con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011 e ancora vincitrice in altre importanti manifestazioni internazionali.
Del suo talento da sperimentatrice nel video 3D abbiamo già avuto modo d’interessarci su questo blog (Leggete Qui!).
Per quanto riguarda questa mostra milanese, mi fa piacere potervi far conoscere – attraverso le sue stesse parole – qualcosa di più sulla sua sperimentazione (stavolta in campo fotografico) e anche sul senso di questa sua partecipazione ad “EroticaMENTE”. Ecco come l’artista ci presenta il suo lavoro, spiegandone la genesi concettuale:

© Alessandra Vinotto. "Embrasse"

© Alessandra Vinotto. “Embrasse”

Il corpo, la natura. Questo il tema portante del mio lavoro. Il corpo a contatto con gli elementi: per recuperarne il lato selvaggio, per ridare all’eros una dimensione animale, ferina.

Perchè amo il corpo spogliato dai vestiti e dai preconcetti, nudo e  vulnerabile, immerso nella natura… La sabbia, l’acqua, il vento, sentiti sulla pelle hanno un sapore diverso.
Il nostro corpo ormai purtroppo è disabituato a confrontarsi con gli elementi: sempre forzato negli abiti, in luoghi chiusi dove difficilmente può spaziare in totale libertà, si rinchiude, diventa diffidente, si nasconde agli altri e rischia di perdere la dimensione del piacere.
Per questo mi sono fatta molti autoritratti in situazioni diverse, in posti diversi: non solo per rappresentare il paesaggio fuori di me, ma anche per raccontare il viaggio interiore del corpo che, scoprendo la natura, si spoglia degli orpelli e mette a nudo l’anima.
Questo lavoro vuole essere una riscoperta del sè attraverso l’alterità più pura: gli elementi che costituiscono il mondo in cui viviamo, e di cui, inevitabilmente, (anche se cerchiamo di sfuggirne celandoci dietro presunte “civilizzazioni”), apparteniamo inscindibilmente.
Approvo in pieno la scelta operata da Eva Czerkl del dittico “Embrasse-La danse”, non solo per questioni estetiche (mi piacciono, appaiate..!!) ma anche per le sensazioni che, vicine, suscitano:
c’è un prima e un dopo, un movimento e una stasi, una quiete e un furor, un’esibirsi e un celarsi che insieme danno un senso forte alle immagini.
La mia personale ricerca artistica sul corpo – portata avanti sovente tramite l’autoritratto – non mai ha avuto termine, salvo gli alti e i bassi dell’ispirazione, e dopo aver perseguito la fotografia “in purezza” del corpo nudo sia in bianco e nero che a colori, da qualche anno ho voluto realizzare un progetto diverso, intraprendendo in parallelo anche la strada della tecnica mista (in fondo, nella mia formazione, c’è un liceo artistico!!!).
La tecnica utilizzata per questo lavoro è volutamente “sporca”, non definita, pittorica: e questo per esaltare la naturalezza delle fotografie.
Anche tutto il lavoro creativo di elaborazione dell’immagine è manuale, artigianale: le stampe originali (da negativo analogico, digitale, Polaroid) sono state graffiate, incise, poi scansionate (unica concessione alla tecnologia…), nuovamente stampate su tela ed infine dipinte per farne dei pezzi unici e non riproducibili.
Ho iniziato facendo stampare alcune mie foto su tele di un metro per un metro e successivamente le ho dipinte, incidendo la superficie del colore ancora fresco con “scritte” fregiate in un alfabeto misto, un lessico inesistente, astratto, che spazia dall’ideogramma ai caratteri arabi a quelli latini, a sottolineare l’universalitá del messaggio.
Il tema portante è il corpo femminile come forza generatrice, come seduzione ancestrale, che viene messo a confronto con diversi elementi naturali: l’acqua, la roccia, la sabbia, diventando esso stesso materia terrestre, portatrice però di valori quali la bellezza interiore e la sublimazione dei sensi.
Nell’epoca della perfezione artefatta di visi e corpi, della correzione esasperata – quasi chirurgica – delle fotografie (ormai facilmente ottenibile da chiunque con photoshop e numerosi programmi accessibilissimi di postproduzione) ho voluto riportare l’arte ad una dimensione primigenia e fisica, e lasciare al corpo la libertá di esprimere l’erotismo -qualunque sia la sua forma- nell’imperfezione.

Qui di seguito il …

COMUNICATO STAMPA

Sabato 18 ottobre s’inaugura a Milano, presso il Milan Art & Events Center, la quarta edizione di “EroticaMENTE – linee, forme e colori della sensualità”, a cura di Eva Czerkl. Già presentata con successo a Taormina nel 2010, a Roma nel 2011 e 2012, la Rassegna, intesa come contenitore di tutta quella creatività che rimanda al pensiero erotico e al suo potere sulle emozioni interiori ancor prima della dichiarazione fisica, propone un nuovo capitolo della storia infinita dedicata all’erotismo, narrata da 31 artisti contemporanei. Un viaggio pittorico, scultoreo, fotografico dentro al corpo dell’Eros, lì dove l’essere carne si congiunge al mistero, tra desideri inespressi, anatomie frammentate, invenzioni fantastiche, derive surreali, astrazioni.

© Alessandra Vinotto. "La danse"

© Alessandra Vinotto. “La danse”

[…] Ogni artista presente in questa mostra è responsabile con il proprio linguaggio di appartenere a una sorta di continuità espressiva iniziata dalle ombre del secolo scorso, ma che nella realtà contemporanea appaiono come una voce pronunciata da una macchina antropica alla fine di un film geniale di Kubrick. […] L’opera d’arte cerca il cuore sostanziale della forma e si avvede, in questo modo, di aprire visioni prodigiose che oscillano nelle sfere connotative delle passioni modellando lo sposalizio erotico tra storia e natura e ‘convenzionare’ così i codici possibili della seduzione. In questo modo ‘EroticaMENTE’ sfoga il nuovo ‘erotismo artistico del terzo millennio’ cercando, come un’orchestra musicale che suona visioni ottiche, il senso universale dell’amare.” (Antonio Picariello)

Si segnala tra gli altri la presenza con due sue opere di IVAN CATTANEO, noto oltre che per la carriera discografica come pioniere e paladino del primo Punk Rock italiano, nonché inventore del Revival anni ’60 da lui soprannominato “Archeologie-Moderne”, per il suo percorso parallelo nell’arte multimediale e sperimentale. O ancora l’attore MICHELE D’ANCA, uno dei protagonisti più amati del piccolo schermo, in particolare nel ruolo di Sebastian Castelli in ‘Centovetrine’, da sempre appassionato di fotografia e di arte erotica, esperto di nawa shibari, e che presenta alcuni suoi lavori in tema.

In mostra: Alberto Agnelucci, Giorgio Aquilecchia, Giacomo Bartoli, Giulio Bellutti, Aurelio Biocchi, Ivan Cattaneo, Michele D’Anca, Angelo De Francisco, Nicola Domenici, Peppe Esposito, Luciano Fadini, Paolo Fermi, Esther Grotti, Sally Hewett, Eleni Kyriazopoulou, Angelo Merante, Laura Maria Mino, Nestor Jr., Alessandro Nobile, Omar Olano, Chan Park, Fulvio Petri, Giovanni Pinosio, Luciano Poli, Antonio Proietti, Massimiliano Ranuio, Mauro Rea, Sofia Sguerri, Marc Vandevelde, Pierluigi Gianni Vecchi, Alessandra Vinotto.

Catalogo: Palladino Editore. Testo introduttivo e intervento del critico d’arte Antonio Picariello.

Orari: da martedì a venerdì 10.00-13 / 15,30-19, sabato 16-19 (domenica e lunedì chiuso)

Info: tel. 0039-02.39831335, e-mail staff@wepresentart.com  


Aiutiamo il Perugia Social Photo Fest!


logo-260Chi mi conosce, per aver seguito negli anni lo Specchio incerto, sa che non sono solita bussare per denari… ma questo è un caso molto particolare: si tratta di sostenere il PSPF, una manifestazione che porta avanti un ideale nel quale personalmente credo (quello che la fotografia può essere un potente mezzo di cambiamento positivo individuale e sociale!), e che esiste da tre anni grazie all’abnegazione di persone che si dedicano autenticamente con tutte le loro forze (e senza quel rientro economico che, peraltro, meriterebbero) per diffondere conoscenze e progetti fotografici, per rendere tali conoscenze e la visione di tali lavori accessibile a più gente possibile con l’abbattere il più possibile i costi, e il proporre molti eventi gratuiti.

Per far questo ha bisogno di essere sostenuto, appunto, ed è in atto una raccolta fondi online (un crowdfunding) cui potete contribuire andando a questa pagina: https://www.produzionidalbasso.com/pdb_3999.html.

Purtroppo a distanza di una settimana la cifra raccolta è insufficiente e quindi mi decido a chiedere, pensando che basta davvero una piccola cifra se molti si uniscono in questa raccolta… anche un oceano è fatto di gocce d’acqua, no?

Il tema di quest’anno è “R-esisto”. Contribuiamo alla resistenza/esistenza del Festival in questo momento storico in cui la crisi rischia di annullare un qualcosa di cui proprio ora abbiamo più che mai bisogno!

Il PerugiaSocialPhotoFest è una manifestazione socio-culturale focalizzata sul ruolo sociale e terapeutico della fotografia.
Annualmente, il PSFP presenta al pubblico italiano e internazionale progetti negli ambiti tematici della fototerapia, la fotografia terapeutica, sviluppati in due principali segmenti espressivi: la fotografia sociale di denuncia e riflessione nelle identità individuali e collettive, come strumento di riscatto e inclusione sociale e la fotografia terapeutica, il tramite di stimolazione percettiva dell’impulso interiore orientato al superamento delle difficoltà comunicative, il processo di autocoscienza ed esplorazione del sé.
Il festival nasce per incoraggiare e sostenere la diffusione delle esperienze italiane ed internazionali, creando una rete di contatti allo scopo di favorire le collaborazioni progettuali.

Nel 2012, suo primo anno di attività, lo spazio del Festival si è caratterizzato come contenitore di sperimentazione sugli aspetti meno esplorati della fotografia.

Nel 2013 ha consolidato la sua identità culturale quale unico evento europeo per contenuti e specificità della fotografia terapeutica e sociale, divenendo luogo fondamentale per tutti coloro che operano in questo innovativo settore. Un successo inaspettato che ha raccolto l’interesse degli esperti e di coloro che compiono i primi passi nella fotografia terapeutica.


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