Paola Agosti

Una testimone al di là delle mode.

Intervista a Paola Agosti (Dicembre 2002)

Puoi parlarmi degli inizi, come è avvenuto il tuo incontro con la fotografia?

Gli inizi sono stati assolutamente casuali. Avendo fatto il Liceo Artistico, e frequentato un po’ l’Accademia Di Belle Arti, ho cercato un lavoro nel campo della grafica e facendo l’apprendista in uno studio, appunto di grafica, mi misero in camera oscura.

Lì imparai…ad odiare il lavoro di camera oscura (che per altro non ho più fatto), ma conobbi tutta una serie di fotografi, tra cui soprattutto la milanese Augusta Conchiglia che all’epoca aveva già lungamente lavorato come fotografa di scena presso il Piccolo Teatro di Milano. Decidemmo di unire le forze e cominciare a proporre servizi fotografici sui vari teatri romani, così riuscimmo ad avere una piccola collaborazione col Sistina e da lì…

Paola Agosti
© Paola Agosti

Siccome lei nel frattempo era stata lungamente in Africa, in Angola, ed aveva fatto numerosi bei lavori di reportage, mi appassionai al reportage e cominciai a fare una serie di viaggi che mi portano appunto nell’America Latina.

Erano gli anni 70, allora mi dividevo fra il lavoro che mi piaceva, e mi appassionava, di fotoreporter legata all’attualità, alla politica, ai grandi temi sociali, anche ideologici, degli anni 70 (o, se vogliamo, ideali, visto che allora volevamo cambiare il mondo!) e, invece, quel lavoro che mi serviva per campare, di fotografa di scena.

Lavoravo poi un po’ le riviste di cinema e televisione, fotografando gli attori, cose così; finché piano piano cominciai a lavorare sull’attualità politica italiana. In quegli anni un buon mercato era costituito dalle “figurine dei politici”, nel senso che i giornali pubblicavano moltissimo le cosiddette “testine”. Quindi si andava a fotografare, non so, una direzione della Democrazia Cristiana, o un comitato centrale del PCI, i personaggi delle quali avevano un buon mercato. In questo modo, sono riuscita a lavorare sui temi dell’attualità fino alla fine degli anni 70. Avevo cominciato alla fine del 69 e già nel 76 pubblicai il primo libro, “Riprendiamoci la vita”, un libro sul movimento femminista.

Com’era allora il lavoro per una donna in fotografia?

Beh, quando mi occupavo di attualità politica senz’altro la competizione era durissima. Non direi che ci fossero altre donne; all’inizio soprattutto.

A Roma, c’era un ambiente di fotografi molto agguerriti, disposti il più delle volte a passare sul tuo cadavere pur di fare una foto. Se pure vi fosse qualcuno gentile e solidale, la maggioranza era fortemente machista e competitiva, la qual cosa alla fine mi rese un po’ insopportabile quel lavoro.

Non si usava veramente il cervello, nasceva una competitività sfrenata che non mi piaceva affatto… Tuttavia va detto che nemmeno lavorare tra le donne, tra le frange più dure del movimento femminista, in quegli anni era particolarmente gradevole. Questa ideologia un po’ chiusa e settaria le rendeva poco elastiche…

Oggi le stesse persone che magari in gioventù mi hanno ostacolato, quando m’incontrano mi abbracciano mi dicono: mi ricordi un pezzo della mia vita.. Va detto pure che accanto a questa esperienza non sempre positiva, ci fu, per più di dieci anni, l’esperienza bellissima con “NOI DONNE”, il giornale dell’UDI.

In un contesto del tutto diverso, con pochi soldi e molto poco guadagno, feci la conoscenza di una certa Italia al femminile, che probabilmente non era così dichiaratamente femminista, ma era fatta di donne che avevano lavorato in risaia, che avevano fatto la resistenza, che erano entrate per prime nelle grandi fabbriche del nord: tutta un’umanità al femminile veramente straordinaria, che ebbi modo di avvicinare in questi viaggi assolutamente disagevoli.

Spesso non c’erano i soldi per pagare l’albergo, ed eravamo ospiti in casa di queste compagne dell’UDI, viaggiavamo sempre con una macchina, la mia, (come direbbe Jannacci: stessa donna, la mia… stessa macchina, la mia); per cui io dovevo fare da autista, da fotografa, però ho davvero dei ricordi molto belli, legati ad un’Italia, a un mondo, anche forse a delle donne che non esistono più.

Fortunata. Alta Langa. Copyright: Paola Agosti
© Paola Agosti. “Fortunata. Alta Langa”

Come sei passata dal reportage ai tuoi lavori sulla memoria storica in immagini?

Nel 78 con “Immagini dal mondo dei vinti”, che è stato ripubblicato quest’anno in una veste un po’ diversa [un libro intitolato “I testimoni. Fotografie di Paola Agosti dal mondo dei vinti”, n.d.r.] con 35 foto inedite. Era un lavoro che aveva sempre un taglio di reportage, ma non più legato all’attualità: era una ricerca fatta nella parte più povera della provincia di Cuneo, tra l’alta Langa e le valli cuneesi, sulla scia dell’omonimo libro di Nuto Revelli, che tanto mi era piaciuto.

Era la descrizione, attraverso centinaia d’interviste, della fine di una civiltà, quella contadina schiacciata dall’avvento dell’industrializzazione (la montagna che si spopola, i giovani che vanno a lavorare in fabbrica, gli anziani che rimangono lassù). Una tematica del profondo nord, che in quel momento riguardava in realtà tutta l’Italia.

Con ” Il mondo dei vinti”, stavo recuperando le mie radici. Anche se ero nata e cresciuta a Torino, e quello che Revelli definisce “il terzo mondo alle porte di Torino” non lo conoscevo affatto, si trattava in un certo senso di un ritorno nella mia terra. Tante altre cose nasceranno da lì, intrecciandosi poi a passioni giovanili come quella per l’America latina e a temi miei, più personali, giacché nel mio piccolo avevo molto intensamente sentito questo sradicamento dal Piemonte, cioè da Torino, andando a Roma.

Quando “Il mondo dei vinti” venne esposto per caso in Argentina, mi resi conto che molti dei visitatori della mostra riconoscevano in quelle immagini dei paesi, delle situazioni ecc. da cui erano emigrati i propri padri, i propri nonni, i propri antenati; e allora scoprii che in Argentina vivevano quasi 4 milioni di persone di origine piemontese, i quali avevano ancora un’identità regionale, territoriale ben radicata e forte. Iniziai tutta una serie di viaggi in Argentina prima a Buenos Aires poi nella provincia di Cordoba per documentare questo mondo un po’ fuori dal tempo, che è il mondo di chi emigra e non sa dimenticare la terra alla quale rimane legato per sempre (tant’è vero che in Argentina, tra Cordoba Rosario e Santa Fé ci sono, cosa curiosa e molto toccante, paesi che si chiamano Piamonte, Nuevo Torino, Silvio Pellico, Cavour).

Fu un viaggio attraverso la nostalgia che durò anni, in un mondo lontano e vicinissimo, nel quale sembrava di ritrovare l’Italia degli anni 50 con tutta una serie di personaggi. Non erano più i reportage legati all’attualità degli anni 70, ma era, credo, un modo molto più mio di esprimermi e di trovare anche lì un legame con qualcosa che mi apparteneva.

Con l’inizio degli anni 90 mi dedicai sempre più al ritratto mettendo insieme con un’amica fotografa, Giovanna Borgese, una galleria di ritratti dei grandi vecchi della cultura del Novecento, cioè di quei personaggi che in Europa avevano in qualche modo attraversato il secolo; cominciammo a fotografarli nel 90 e la condizione era che avessero già compiuto 70 anni: uscì, così, nel 92 “Mi pare un secolo. Ritratti e parole di 106 protagonisti del 900″, pubblicato da Einaudi: accanto al ritratto di ognuno di questi personaggi, c’è una pagina di poche o molte righe, un testo raccolto da noi che esprimeva l’idea del 900 che questi grandi personaggi avevano avuto.

Da lì ci venne poi l’idea di fare un altro libro, sempre con Giovanna: si trattava di una raccolta di ritratti, non erano più foto nostre, di questi stessi personaggi e anche di altri: ho chiesto loro una foto di se stessi bambini e una paginetta in cui ricordavano che bambino erano stati, nacque così “C’era una volta un bambino”, Baldini e Castoldi, 1996.

Infine mi sono dedicata alle memorie di famiglia: alla fine degli anni 80 ho scoperto che un mio prozio, il fratello del mio nonno paterno, il prof. Francesco Agosti, medico psichiatra, direttore del manicomio di Torino, era stato tra gli anni 10 e gli anni 20, secondo me, un grande fotografo. Era stato un grande amatore come si diceva all’epoca; aveva lavorato con uno stile pittorico, ma non solo, partecipando a tutta una serie di concorsi e di saloni internazionali della fotografia. Con l’aiuto della Fondazione Italiana per la Fotografia a Torino, della Calcografia Nazionale a Roma, del Museo dell’Elisee a Losanna, pubblicai questo libro, “Francesco Agosti. Lo sguardo discreto di un fotografo piemontese del primo 900″; al quale ha fatto seguito poi un altro.

Adesso tra pochi mesi, credo, saranno 33 anni che faccio questo lavoro e mi domando per quanto tempo lo farò ancora…

Jorge Luis Borges. Copyright: Paola Agosti
© Paola Agosti. “Jorge Luis Borges”

Ci sono state anche le tue immagini dal mondo animale…

Un’altra passione che ha attraversato la mia vita, ed è forse la più intensa e persistente, che supera di gran lunga quella per la fotografia, ammesso che quella per la fotografia sia poi stata una passione (ho ancora i miei dubbi), questa passione sono gli animali e poiché a un certo punto mi resi conto che, in 30 anni, in giro per il mondo e in Italia, avevo fotografato tantissimi cani, pubblicai con la Tartaruga “Caro cane”, che è appunto una raccolta d’immagini in bianco e nero sulla condizione dell’esistenza canina.

Ti chiedi se per te la fotografia sia stata o meno una passione; ma dalle tue parole sembra lo sia, forse non una passione per il “mezzo”, ma una passione per l’auto-espressione o una passione per l’osservazione delle cose, o meglio una passione per la ricerca di significati nelle cose.. Come potremmo definirla?

Forse è tutte queste cose. Sicuramente quando dico non è la passione per la fotografia intendo dire che, sarà un mio limite, ma non ho mai sentito la passione per la tecnica; sono assolutamente un’autodidatta (e qualcuno potrebbe dire: si vede!), tutto l’aspetto della tecnica lo vivo come un mio grande limite.

Credo poi che arrivi anche un momento in cui la vena creativa di un fotografo si esaurisce: puoi continuare ad essere un ottimo esecutore, puoi continuare a fare dei lavori di routine, però, io credo, che, proprio così, in qualche modo si esaurisce dentro di te la vena espressiva.

Cambiano le mode cambiano gli approcci, l’arrivo dell’informatica con il computer, tutte cose rispetto alle quali mi sento spiazzata. E poi forse questo non andrebbe detto, ma anche il contesto generale è un po’ deprimente…

Trovi che le nuove tecnologie snaturino la fotografia?

Non so. Sicuramente è un linguaggio che non mi appartiene, perchè prima di tuttola fotografia è, per me, memoria, e quindi quanto meno artificio si sovrappone alla memoria, meglio è.

A me continua a piacere la fotografia come documento, come testimonianza di un tempo. Naturalmente ci sono stati grandi maestri della fotografia che hanno fatto anche altro, e che sono rimasti, penso quindi che tra i fotografi contemporanei che ricorrono ad altri mezzi ad altri artifici sicuramente alcui resteranno nella storia della fotografia.

Non mi sento particolarmente critica verso questi nuovi linguaggi, semplicemente dico che non mi appartengono: forse sono come quei pittori un po’ accademici di fine 800, che quando nacquero gli impressionisti si sentirono piuttosto fuori tempo… Io credo che quello che oggi mi interessa ancora molto, riguardo alla fotografia, è il suo rapporto con la memoria: questo, sento, è quello che mi interessa di più. In quanto a trovare un nuovo linguaggio, ad esprimersi con nuove tecnologie, a quasi 55 anni… mi sento estranea alle nuove tecnologie, sento che non sono portata per queste; ti ripeto: mi piace enormemente continuare a scoprire la fotografia come testimonianza di epoche diverse, di mondi diversi… e poi io credo che, dopo una certa età, uno ha anche il diritto di non sentirsi attratto…

Paola Agosti
© Paola Agosti

Vedi, secondo me è anche banalmente un problema di mode; ricordo, c’erano degli anni in cui io continuavo a fotografare in bianco e nero e tutti dicevano: per carità, non si usa più! Fra colore, colore e colore, io ho continuato tranquilla a fare il mio bianco e nero, finchè è tornato di moda, direi, a tutti gli effetti . Non bisogna lasciarsi condizionare eccessivamente nè dalle mode nè dagli strumenti, direi; L’importante è esprimere se stessi, quello che hai voglia di dire, finchè hai voglia di dirlo. A un certo punto, non avrai più niente da dire, chiuderai con la fotografia e farai un’altra cosa.. non sono le idee che mi mancano al riguardo.

Nelle tue immagini la testimonianza oggettiva s’intreccia alla soggettività…Sono la testimonianza di una memoria. Ci può essere il documento bello e il documento brutto; puoi avere mirabilmente illustrato, con grande finezza o umorismo, un’epoca della storia, oppure aver fatto delle brutte foto; ci vuole anche un senso artistico, di gusto, un senso dell’inquadratura, di eleganza della composizione, un tocco…

In fotografia, l’amore per la memoria legata al sentimento è, secondo te, una prerogativa femminile?

Mah, non so veramente cosa pensare a riguardo, perchè su questo si è molto discusso, si è molto scritto e parlato negli anni scorsi (soprattutto gli anni del femminismo) e forse si continua a fare… Ma io non vedo tutta questa grandissima differenza tra l’occhio maschile e l’occhio femminile, no.

Non mi sembra che ci siano tematiche prettamente femminili, è tutto un problema di sensibilità individuale, infatti ci sono state fotografe straordinarie, come Margaret Bourke-White, che magari hanno saputo testimoniare cose legate alla storia, alla guerra, alla presenza sul campo, all’essere sempre comunque in prima linea… Certo, se lo fai a tempo pieno, questo è un mestiere che ti richiede da giovane una grandissima disponibilità , una grandissima libertà, una grandissima autonomia, quindi non so quante donne poi se lo sono potuto permettere: indubbiamente se tu sei anche moglie e madre non sempre questo è fattibile…

Hai rinunciato a qualcosa per la fotografia?

Beh, forse un po’ si…non so se per la fotografia. Ma forse si, per questa mia – come dire?-preoccupazione di fare sempre tutto bene, di dedicarmi anima e corpo alle cose. L’ho fatto molto con la professione e non so se oggi lo rifarei.

(Intervista realizzata per Cultframe)


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