Graciela Iturbide

Il senso poetico del tempo.

Intervista a Graciela Iturbide (Maggio 2002)

copertina del libro di G. Iturbide “Eyes to fly with”

copertina di “Eyes to fly with”

Come si è avvicinata alla fotografia?

Cominciai a studiarla tardi, perchè mi sposai molto giovane. Nel ’69 avevo già 3 bambini piccoli e decisi di studiare cinematografia; ebbi la fortuna di conoscere Nanuel Alvarez Bravo, perchè dava lezioni di fotografia.

Quasi nessuno andava alle sue lezioni, perchè tutti volevano diventare registi, ma io gli chiesi se potevo seguire le sue lezioni e lui mi rispose che, se volevo, potevo andare con lui a fotografare per le strade. Così cominciai molto presto a fargli da assistente e lo fui per un anno e mezzo o due.

Quando poi lasciai la cinematografia, e smisi di lavorare con Alvarez Bravo, però, egli fu sempre una persona molto vicina a me: la persona da cui penso di aver imparato di più nella vita, non solo come fotografo, perchè era una persona molto colta, molto fine, molto intelligente, con senso poetico della vita molto messicano; con molto tempo per ogni cosa, innamorato dell’arte popolare, la cultura e la musica. Per me fu veramente un privilegio stargli accanto.

Ha avuto un modello in fotografia?

Io ho sempre cercato di avere un mio proprio linguaggio. Devi avere molte influenze nella vita, però – devi sapere – queste devono passare per un setaccio, e dev’essere sempre il medesimo, se no l’opera di uno non vale.Chissà? Ho imparato ad amare il mio paese per merito di Alvarez Bravo, perchè con lui ho viaggiato molto nelle zone indigene, grazie all’amore che ha per il mio paese, per molti luoghi che conosceva. Però sempre ho cercato di conservare il mio proprio linguaggio

Le immagini nelle zone indigene sembrano avere come riferimento quelle di Tina Modotti…

No. Anche se conoscevo il lavoro di Tina Modotti, dal momento che lavoravo con Alvarez Bravo, perchè lui era stato molto amico di Tina Modotti. Mi capitò anche nel laboratorio di alvarez Bravo di stampare le immagini di Tina: conobbi il suo lavoro nel 69, e potei vederlo nel laboratorio.M’incantava; è una fotografa che mi è piaciuta molto. Sono stata in luoghi, come Juchitan, dove Tina Modotti era stata e… Juchitan è un villagio nello stato di Teuantepec (è un popolo mitico), dove studiarono Weston, Tina Modotti, il pittore messicano Diego Ribera, Frida Kahlo.

Ma io fui lì perchè mi invitò Francisco Toledo, un pittore messicano indigeno. E mi trovai a lavorare a Juchitan con le stesse donne, negli stessi luoghi. Noi fotografi però dobbiamo stare attenti a non fare le stesse cose degli altri fotografi. Dobbiamo apprezzare il loro lavoro, ma cercare di avere il nostro cammino personale.Comunque ho avuto molte influenze nella mia vita, o meglio, molti fotografi che mi hanno affascinato, come Alvarez Bravo, Tina Modotti, Robert Frank, Giacomelli.

I suoi paesaggi ricordano talvolta Giacomelli…

Mi piace molto Giacomelli. Ho una piccola foto firmata da lui, e ho i suoi libri… Avrei voluto conoscerlo, ma è morto. E’ molto triste perchè è uno dei fotografi che più mi piace al mondo.Ha una sensibilità ed una poesia molto speciali. I paesaggi che dicevi… vedendoli, sento che è un artista molto libero. Gente che lo conosceva mi dice che scattava le foto, faceva collage, però tutto in modo libero. Non era una cosa intellettuale e si sente nel suo lavoro. E’ una cosa emotiva molto forte che mi colpisce profondamente.

Ci sono molti fotografi, Brassai ad esempio… molti fotografi che mi hanno influenzato, ma ho mantenuto il mio cammino.

Devi vedere molte fotografie, devi vedere molta pittura, però devi sempre cercare di non fare ciò che hanno fatto gli altri, perchè se no è una copia. Devi rispettarli sempre…

Quando io lavoravo con Alvarez Bravo, non scattavo mai foto, era uno stare a guardare come lavorava, ma anche un avere rispetto per il maestro, vedere come posizionava la sua macchina fotografica in un paesaggio che gli piaceva, e come aspettava che qualcosa accadesse o che qualcuno passasse.

Mi piaceva molto vedere come lavorava, il suo tempo, il suo tempo così poetico e così messicano.

Il suo lavoro è proprio universale, ma al tempo stesso mi piace perchè è molto messicano. Gli è sempre piaciuta l’arte preispanica, la cultura preispanica… Tutto ciò che cercavano i pittori muralisti messicani è nelle sue opere a suo modo.

Cos’è il senso del tempo messicano?

Ora è cambiato un po’ per la globalizzazione, ma se tu vai nelle zone indigene, è come se tu avessi tempo per tutto. Hai tempo per il paesaggio, per le leggende, per ogni luogo. E quando vai nella zona indigena, ci sono sempre leggende sulla luna: per esempio, una donna lava i panni, parte della schiuma va in cielo, ed è la luna. E’ solo un esempio. Ma c’è sempre tempo per i racconti dei nonni ai bambini, per andare ad arare i campi…

Tutto è legato alla natura…

Si.

…ai cicli naturali.

Esatto. E Alvarez Bravo ha nel suo laboratorio un cartello che dice “C’è tempo.. c’è tempo”. Ciò m’impressionò molto perchè lui non aveva fretta di andare al campo, metteva la sua macchina, aspettava.

Non aveva fretta nè per la fama, nè per le sue esposizioni: per nulla; e diceva che tutto deve arrivare da solo. E’ vero, ed è un uomo molto saggio. Questo mi piacque molto nel lavorare con lui.

Non è importante la tecnica, diceva Alvarez Bravo…

Si, devi avere sempre una buona tecnica, è come un pastello o un piatto: si deve avere una tecnica, ma con sentimento.

Comunque è più importante l’occhio, se non hai occhio puoi avere una tecnica perfetta ed il lavoro è freddo. Cioè, devi conoscere – come diceva Bravo – la “ricetta della Kodak”, ma non ti preoccupare: nel foglietto della Kodak c’è tutto (quanto tempo, come fare), ed è più sicuro che non la tua capacità di capire se la stampa sia più scura più chiara.

E’ molto importante la tecnica, ma è più importante quel che c’è dietro la macchina:l’occhio. E che c’è nella persona che sta scattando la fotografia: che tipo di cultura ha, che tipo di emozione, che riferimenti ha nel mondo. Tutto è importante.

In ogni caso puoi vedere una cattiva tecnica in una buona fotografia, che ti emozioni; e puoi vedere una fotografia tecnicamente perfetta che non dice nulla. E’ chiaro, se una fotografia che ti emoziona può essere ben esposta è meglio, però c’è gente che espone bene, fa tutto correttamente, ma deve ancora imparare a vedere.

Quanto è importante la casualità nelle sue immagini? Una foto con dei cani scattata in India, ha detto, aveva la bellezza dell’incontro casuale.

Era bello perchè stavo in India con i miei figli in India (ho due figli, grandi) in viaggio in India con me. E stavamo vedendo un tempio, mio figlio è architetto e voleva vedere sempre templi. Dissi a Maurizio: – Per favore non voglio vedere più templi-; l’altro mio figlio è musicista, compositore e cercava tutto il tempo, nell’acqua nell’aria, la musica. Ad un tratto Maurizio mi chiamò: mamma guarda! Ed io scattai con la mia Mamiya dodici foto. Maurizio me lo indicò ed in un certo senso è come fosse fatta da me insieme a lui…

La casualità per me è molto importante perchè ci sono molte cose, uno può uscire da qui e incontrare meraviglie. Devi stare pronta… come diceva Cartier Bresson, devi avere occhio di lince e mano di seta. Ci sono molte cose che a volte uno non vede, io non avevo visto i cani; me li ha indicati Maurizio e ne fui tanto sorpresa. Mi piace molto la sorpresa nella fotografia.

Quando io non mi sorprenderò penso che non potrò più essere fotografa, perchè se non c’è l’emozione e la sorpresa finisce tutto.

La fotografia diventa un modo per capire la realtà…Si, per me è il pretesto per conoscere il mondo. E’ un’interpretazione, certo. La fotografia non è oggettiva, anzi è molto soggettiva: è come uno interpreta il mondo a modo suo. Per questo pur con delle influenze, se uno è maturo e formato, deve avere la propria visione. Ci sono varie influenze: della letteratura che uno legge, della pittura che uno vede, delle esperienze che uno vive. Tutto questo aggiunge al proprio lavoro un’interpretazione del mondo.

Come mai ha preferito la monocromia, venendo da un Messico che immaginiamo così colorato?

Ho fatto solo un libro a colori, ma è stato su commissione. Mi piace il colore e mi piace molto un fotografo che si chiama Miguel Rio Branco, che fotografa a colori in Brasile. Mi piace davvero, però per me il colore è molto… non posso, non posso vedere a colori quando sto fotografando.

Quando vado in Messico e vedo il colore senza macchina, m’incanta, ma con la macchina disturba! Preferisco l’astrazione del bianconero. Lo preferisco, chissà, perché è più simbolico… Non so. Il colore contiene molte informazioni…mi piace… O chissà? Forse non lo so usare!

Nelle sue immagini sembra esserci spesso una componente surreale…

A me piace tanto Buñ uel, mi piacciono molto i suoi film. Quando Andrè Breton venne in Messico disse che il Messico è surreale. Però è l’idea di un francese.. un poco colonialista per me; che viene e dice il Messico è come voglio io. Penso che è importante che gli spettatori quando vedono il mio lavoro o quello di Buñ uel notino qualcos’altro. Questo vorrei.

Si, molta gente ha detto che il mio lavoro è surreale, ma non so; chissà…

Flaubert ha scritto non solo Madame Bovary ma anche una trilogia di racconti meravigliosa che sta nel realismo magico, nel surreale, ma per i francesi non… Per Breton il Messico era un paese surreale.

Beh, ci sono cose di Alvarez Bravo, nell’uso della parabola ottica ... Ma – come posso dire? – non è che egli cercasse l’effetto.

Trovava cose in Messico… Possiedo qualche immagine che posso dire avesse a qualcosa a che fare col surreale, ma mai coscientemente.

Cos’è il Messico per una messicana?

L’amo molto, però ora è un paese molto difficile; c’è molta corruzione, sfortunatamente. C’è una parte emarginata, che è meravigliosa, ma che ha sofferto molto per questa emarginazione. Ci sono zone indigene che hanno una cultura fantastica e in alcuni casi non si è persa.

Le sue leggende… E’ un paese meraviglioso, un paese molto difficile ed ultimamente molto corrotto…però continua ad avere gente meravigliosa e una cultura fantastica, una cultura millenaria …

Non come Roma. Eppure in Messico vedi i templi maya e gli edifici coloniali e la parte preispanica, parte che chi va in giro in Messico conosce…

E’ un paese molto strano dove c’è la modernità, e al tempo stesso c’è molta purezza, cultura. Nella letteratura abbiamo grandi scrittori come Dos Passos, come Fuentes. E’ molto ricco di cultura però dobbiamo stare attenti, tutti i messicani, dobbiamo averne cura perché è molto triste ciò che sta accadendo adesso.

Qual’è il filo conduttore dei suoi lavori?

Direi che sono sempre io. Io fotografa, che innanzi tutto m’interesso al mio paese, desidero conoscerlo per mezzo della macchina fotografica, e la mia macchina fotografica è il pretesto per conoscere il mio paese e la sua cultura, perché mentre io fotografo parlo molto con la gente, leggo molto su di esso. Sopra Juchitan ho letto molto: sopra le leggende.

Quando sentii di conoscere più o meno il mio paese, pensai di continuare ad essere una viaggiatrice, però essendo me stessa.

Andai negli Stati Uniti, che sono un altro mondo, gli Stati Uniti sono per me la solitudine, non c’è gente per strada…si, l’uomo non era così presente come in Messico. In India c’è molta gente. Ma, non so perché in India dove c’è tanta gente, ho scattato molti paesaggi.

L’essre umano lascia spazio alle proprie tracce…

Forse m’interessava… chissà ..perché tutto è molto a livello inconscio in me. Forse m’interessava avere queste tracce dell’uomo, le tracce della cultura nell’uomo. Mi avvicinai molto a questi uomini, stetti con loro vissi con loro, convissi con loro.. e poi chissà mi allontanai un poco per riflettere forse.. non lo so, non so perché…

Ma non credo che sia un vero allontanamento, io continuo ad interessarmi perché anche quando uno fotografa è se stesso.

Quando io fotografavo tutti gli uccelli prima lo facevo inconsciamente, ma..ci sono molti poemi, c’è un libro di un poeta sufi che si chiama Attar. In un opera che si chiama “Il verso degli uccelli” (è un lungo poema sufi che parla del volo di tutti gli uccelli) alla fine c’è un uccello che si chiama Simurg – anche Borges parla del Simurg, questo uccello, che sta in cielo. Viene un uccello che parla agli altri riuniti e dice: andiamo a cercare Simurg, e tutti gli uccelli dicono di si, poi alcuni con dei pretesti si rifiutano e vanno solo trenta uccelli. E’ molto bello perché arrivano ad incontrare Simurg e si racconta che Simurg sono loro, lo specchio di loro. E’ bello perchè in qualche modo gli uccelli sono il simbolo del volo che ognuno deve fare e io li rappresento in questa maniera reale, perché non sono scrittrice…

Come pensa alla fotografia nell’era digitale?

Penso che la fotografia digitale è molto forte e molto pratica per un certo tipo di attività, molto rapida. Io non la uso. Non la so usare. Io amo il piacere di andare con la macchina fotografica, arrivare alla mia camera oscura, sviluppare. Forse sono abituata, non so. Ho qui alcune stampe al platino, che è stata una delle prime tecniche fotografiche…

Tuttavia penso che la gente che vuole praticare queste nuove tecniche lo può fare, ma a me piacciono le tecniche antiche e posso continuare a farle.

Per il resto, Alvarez Bravo diceva sempre che andare a scuola non serve, devi imparare da sola; devi vedere molte foto, molta pittura, devi fotografare, ma… se devi fare pubblicità, o moda, o in generale guadagnare soldi in un lavoro (ma per il lavoro proprio no!), serve un corso di fotografia, un piccolo corso dove t’insegnano le tecniche di ripresa e di stampa. Però la scuola può essere molto pericolosa… a volte, se sono stupidi o sono gente frustrata che non può far nulla…

Secondo lei, esiste un approccio femminile particolare?

Essenzialmente penso di si, non sempre però. Per esempio io sono madre, ho sentito il parto e sono femminile nel sentimento, lavorando con le donne di Juchitan, l’essere donna mi è servito perché potevo stare con loro. E’ più facile per una donna stare nel mercato, vendendo pomodori; gli uomini a Juchitan non possono entrare nel mercato. In realtà, però, ci sono lavori di donne che potrebbero essere indifferentemente d’un uomo, e viceversa. Per esempio, quelli di Giacomelli per me non hanno sesso.

Credo che abbia a che fare molto con la sensibilità. Ci sono sensibilità che sono più “femminili” tanto in un uomo quanto in una donna. Io ho una sensibilità femminile, ma ho fatto lavori, che non sono esposti qui, che sono molto “morbosi”: per esempio ho un lavoro su una mattanza di capre, che si chiama “En el nombre del Padre”, perché gli indios quando ammazzavano le caprette si facevano il segno della croce. Mi piace il sangue e il pericolo; fare questo libricino è stato un po’ conflittuale, ma è una tradizione che c’è in Messico, molto biblica, per questo l’ho fatto. E’ un libro che la gente vedendolo dice: – Che orrore! -. E’ molto diverso dagli altri lavori.

Non era troppo?

A me piaceva. Io faccio sempre le cose perché mi piacciono. Quando c’è sangue in un rituale è una cosa molto erotica. Mi piace fotografare tutto…

Eros e Thanatos…

Certo. E normalmente sono molto tranquilla, fotografo paesaggi. Volevo mandare queste immagini ma mi sono detta che sono troppo forti. Mi piace, però e ho molte immagini di morte, scattate in India.

Perché noi siamo questo: siamo tutto, la morte, siamo il forte e il dolce, la tranquillità e la passione; tutto: non siamo soltanto morte, né solo poesia. Siamo tutto.

Quali sono i prossimi progetti?

Sto facendo due libri, uno sui giardini ed uno sugli uccelli, ma i miei veri progetti ora sono in India, non so cosa farò…è un paese molto forte.

Darà un taglio sociale al lavoro in India?

E’ importante tutto: in un paese il sociale ha a che fare con tutto.. Ma quando vedi un oggetto in un paese che ti piace, deve aver molto a che fare con la cultura. La cultura di quel paese è la base, la cosa più importante per me.

Cosa pensa allora della globalizzazione?

E’ difficile dirlo. Perché ci sono cose molto buone grazie alla globalizzazione e cose terribili. Stiamo in un mondo che tuttavia non riesco a capire. Una volta stavo in un centro commerciale e mi sembrava di essere a New York, perché ormai è tutto uguale…

A tal proposito cosa può fare un fotografo?

Non può fare nulla. Pochissima gente ha cambiato il mondo con la fotografia. Eugene Smith soltanto, quando fotografò Minamata… Poi lo copiarono, lo stimarono.. però in generale è molto difficile.

C’è Salgado, forse… Io non pretendo di farlo. Io faccio tutto per il piacere. E se le mie fotografie possono aiutare qualcuno, è fantastico, però non lo pretendo. Certo, spero che le mie foto aiutino… ma è molto difficile. Faccio altre cose per cambiare anche il mondo: quando devo, firmo manifesti; quando servono fotografie mie… A volte, quindi, aiutano, però in altro modo.

Rosa Maria Puglisi

(Intervista realizzata per Cultframe, in versione integrale)

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Potete sfogliare on line “Eyes to fly” e conoscere meglio il lavoro di Iturbide cliccando qui.

Questo link ci è stato gentilmente segnalato da Mijael Jiménez.


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