
“Ho sempre odiato la specializzazione. Per questo ho cambiato così spesso mezzo di espressione… mi rinfresca e mi permette di rinnovare il mio punto di vista”, dichiarava Brassaï in un’intervista pubblicata nel ‘74 su Photo-Revue. Personaggio dal multiforme talento, seppur noto sopratutto come fotografo, egli è stato, infatti, an chedisegnatore, pittore, scrittore e giornalista, autore di mediometraggi e scultore.
Nato in Transilvania, a Brasso (da qui lo pseudonimo), egli giunge nel 1924 nella capitale francese e ne diviene presto il più acuto interprete fotografico, tanto da essere poi ricordato come “l’occhio di Parigi”. Il testo introduttivo del libro - in Spagnolo, Italiano e Portoghese come le didascalie e le schede biografiche e bibliografiche - traccia la storia di Brassaï e rende conto di quella sua particolare visione, che incontrò presto grandi consensi, soprattutto presso la comunità artistica e segnatamente presso i surrealisti.
L’attenzione dei molti benevoli critici si è appuntata spesso proprio sul suo cosiddetto “occhio”, al quale hanno associato epiteti come “vivente”, “insaziabile” fino a giungere, con Henry Miller, ad attribuirgli doti cosmogoniche; e in effetti Brassaï ha saputo far scaturire ordine dal caos della vita, e creare nuove realtà: “angelo del bizzarro” lo definì, per questo, John Szarkowski identificando in lui il campione della surrealtà, contraltare per importanza e stile dell’acclamato Cartier-Bresson.
Bisogna dire, però, che Brassaï, giunto alla fotografia relativamente tardi e per merito dell’amico Kertész, non aveva come proprio fine lo straniamento e il senso di atemporalità che le sue immagini naturalmente producono; sono questi, semmai, l’ovvia conseguenza di una indagine curiosa della realtà, che per una sorta di eccesso di realismo finisce con lo svelare come le categorie del tempo e della coerenza non siano che costruzioni e riadattamenti della nostra mente: “Il surrealismo delle mie immagini non è altro che il reale reso fantastico dalla visione. Cercavo solo di esprimere la realtà, in quanto niente è più surreale”.
La variegata produzione fotografica dell’artista transilvano spazia, però, dalle immagini di still life e di nudo - uscite nei primi anni Trenta sulla rivista Minotaure -alla decennale documentazione degli ingenui, anonimi graffiti sui muri di città, passando per le più note e affascinanti vedute notturne di Parigi, e indugiando su un popolo notturno di amanti, lavoratori, malavitosi e frequentatori di più o meno loschi tabarin, fin dentro alla vita segreta delle case chiuse; non mancano ovviamente le sue “visioni diurne” collocabili nella migliore tradizione della fotografia umanista francese, né i ritratti ambientati degli amici artisti.
Soggetto prediletto di quest’artista che rivendica per sé una piena libertà di visione e di sperimentazione sono, insomma, “i mille aspetti della vita quotidiana” e suo obiettivo finale la realizzazione di “un grande reportage sulla vita umana”.
Rosa Maria Puglisi
estratto da un articolo pubblicato su Cultframe