Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Julia Margaret Cameron

L’arte di Julia Margaret Cameron

copertina del libro “Julia Margaret Cameron’s Women”Donna insolita, al limite della stravaganza per l’età vittoriana in cui vive, Julia Margaret Cameron, è una figura di grande carisma, molto stimata per cultura e sensibilità dagli amici artisti, letterati e scienziati, di cui ama circondarsi. Fra di loro si possono annoverare Thomas Carlyle, Robert Browning, Alfred Tennyson, George Frederick Watts, John Herschel e Charles Darwin, dei quali ci ha lasciato interessanti ritratti fotografici.
I suoi modi imperiosi e insieme amabili, nonché la sua dedizione totale alla fotografia, piena di travolgente entusiasmo, sono abbondantemente testimoniati da molti di questi amici, che si troveranno da lei coinvolti in sessioni fotografiche sfiancanti all’interno della scomoda e caotica Glass House (un locale a vetri, fornito di tendaggi per filtrare opportunamente la luce, ricavato da un pollaio di casa). Gli stessi non mancheranno di celebrarne l’innato talento, più che la scarsa avvenenza.
Il suo lavoro, così osannato, non trova però unanime consenso, ed è anzi talora stroncato, dai colleghi, che vedono nella sua tecnica imperdonabili lacune.
Cameron non volge tutti gli sforzi verso la perfezione tecnica: ciò è attestato dal fatto che spesso lo strato d’emulsione al collodio sulle lastre originali non è uniforme ed è segnato da polvere e graffi, come pure le sue stampe all’albumina sono ricoperte da macchie, o sbiadite, per un cattivo fissaggio.
Tuttavia le accuse d’imperizia a lei rivolte riguardano, più che altro, una focheggiatura ritenuta imperfetta: un uso del fuoco (spinto a volte addirittura “fuori fuoco”) incurante della nitidezza e volto invece alla ricerca d’effetti plastici memori forse dello sfumato leonardesco. Una prassi, questa, che farà in seguito apprezzare particolarmente le sue immagini.
In un periodo in cui l’unico valore riconosciuto alla fotografia è quello d’essere specchio fedele della realtà, e in cui i fotografi si sforzano di raggiungere una verosimiglianza assoluta attraverso i successivi perfezionamenti della tecnica, Cameron si muove controcorrente, e non stupisce che sia invisa per il suo sprezzo verso le convenzioni del mestiere.
I mezzi tecnici, che ella usa, sono d’altronde limitati, ma usati, più o meno consapevolmente, in modo da trar spesso profitto estetico dalle loro manchevolezze.
Il suo primo apparecchio fotografico, ricevuto in dono dalla figlia, é tutt’altro che perfetto: fatto di due scatole di legno, che scorrono l’una nell’altra grazie ad un ingranaggio, le permette di scattare su lastre di un formato di 9×11 pollici, ma il suo obiettivo Jamin, oltre ad essere poco luminoso e soggetto ad aberrazione cromatica, non è adatto a quel formato e da ciò dipendono senza dubbio le deformazioni nelle zone esterne di alcune immagini, come il celebre ritratto a Tennyson, noto come “The dirty monk”.
Nel 1886 però, forse per ovviare a tali inconvenienti, Cameron acquista un secondo apparecchio di formato più grande, la focale del quale stavolta è adatta a coprire un formato maggiore di quello effettivo. Vantaggio di quest’accoppiata imperfetta fra obiettivo e grandezza della lastra, sarà la particolare impressione di rilievo conferita alle immagini dalla ridottissima profondità di campo. L’uso del fuoco selettivo, collegato al tipo d’attrezzatura, insieme ad una gestione della luce non standardizzata, ma studiata ad hoc su ogni soggetto per farne risaltare le caratteristiche personali, darà alle sue fotografie una potenza espressiva fino ad allora sconosciuta.

Una prima rivalutazione dell’opera di Julia Margaret Cameron avverrà nel tardo Ottocento con l’avvento del Pittorialismo; più tardi, anche in Alfred Stieglitz e nei fotografi della Photo Secession, troverà ammiratori entusiasti della sua Fotografia.
Gli elementi che ne caratterizzano le immagini – la soppressione di dettagli superflui, l’estrema cura formale della composizione, ma soprattutto quella morbidezza di toni e sfumature, tanto criticata a suo tempo – ne fanno un modello ideale agli occhi dei Pittorialisti, che reclamano, come già Cameron, piena dignità d’arte per questo nuovo mezzo espressivo, in gara con la pittura nella rappresentazione di realtà concrete o spirituali.
I Photosecessionist, invece, preferiranno ravvisare inediti spunti di un coraggioso realismo, nell’accentuazione psicologica dei suoi ritratti, fatti di primi piani spinti, resi intensi da un uso sapiente della luce oltre che dalla concentrazione di lunghe attese in posa.
In effetti, la produzione di Julia Margaret Cameron può a grandi linee essere suddivisa in due filoni: quello relativamente realistico dei ritratti, emananti ancora una benjaminiana “aura”, e quello allegorico-simbolico delle mise en scène. E se il primo ha conservato intatto il proprio fascino, e anzi ne ha acquistato nel tempo, il secondo appare oggi talora datato, tal altra quasi inesplicabile. Per capire pienamente opere, come “Pace, Amore e Fede” del 1868, oppure “Il bacio della Pace” del 1869, per non parlare della serie prodotta per illustrare “Idylls of the King” di Tennyson, bisogna far riferimento non solo al clima letterario in cui Cameron è immersa, ma spesso anche a precise iconografie mutuate tanto dall’idolatrato amico Watts, quanto da Dante Gabriele Rossetti. Anche quella che oggi a volte può apparire come un’eccessiva rigidità formale, fa in realtà parte di un preciso codice formale, allora inteso a dare uno spessore intellettuale e persino religioso all’arte.

Dopo il 1875, anno del suo ultimo trasferimento a Ceylon, la stampa delle sue fotografie non potrà più essere curata da lei; i suoi negativi vengono così depositati presso la Autotype Company, perché ne realizzi copie da immettere sul mercato. La compagnia riprodurrà, in base ad un accordo con l’autrice, persino nuovi negativi al carbone, copie più stabili di quelli all’argento, ma non sempre uguali nel formato.
A differenza delle precedenti stampe – non tutte fatte personalmente da Cameron, ma sottoposte sempre al suo rigoroso controllo – nessuna di queste copie autorizzate sarà firmata. Proprio queste però, ormai più fedeli dell’originale autografo sbiadito nel tempo, hanno avuto il merito di trasmetterci l’opera di quest’artista della fotografia.

Rosa Maria Puglisi

su Cultframe anche la biografia

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>