Fino all’8 dicembre sarà possibile visitare, presso l’ex Manifattura Tabacchi di Lucca (Piazzale G. Verdi), “Ri-Africa”, mostra fotografica che presenta il progetto con il quale Claudia Romiti si è guadagnata, nell’ambito del Lucca Digital Photo Festival, il premio destinato ai talenti emergenti della fotografia (vedi articolo).
In mostra una selezione del lavoro, costituito da una quarantina d’immagini per lo più a colori (che i visitatori possono ammirare tutte in uno slide-show) attraverso le quali la fotografa ci offre una sua rilettura affatto nuova del tema dell’immigrazione. Nuova perché del tutto scevra della consueta retorica riproposta in tutte le possibili versioni da reportage che hanno sfinito lo spettatore, il quale ormai si limita a subirne ogni ulteriore riedizione in maniera del tutto acritica.
Così, se altrove la figura dell’immigrato è immancabilmente trattata come quella di un disperato – la cui vita è nel migliore dei casi raccontata in chiave pietistica, nel peggiore in una forma che rasenta un vojerismo che si pasce delle disgrazie altrui – qui ne abbiamo invece una visione limpida e serena; oggettiva per un verso, ma al contempo totalmente simbolica ed universale.
L’idea semplice, ma tutt’altro che banale, è quella di far sfilare dinnanzi ai nostri occhi degli individui, che si recano a lavorare.
Niente di drammatico in tutto ciò: non c’è tristezza nè fatica, non c’è soprattutto svilimento della loro dignità. Procedono quietamente, pieni di quelle cianfrusaglie colorate che faranno felici i loro acquirenti: si tratta, infatti, dei cosiddetti “Vucumprà”, una categoria che per anni ha incarnato l’idea del migrante africano agli occhi un tempo bonari degli Italiani, oggi più spesso sospettosi.
Gli scatti si ripetono simili eppure diversissimi, riprendendo sul medesimo sfondo una sorta di processione, fatta da questi lavoratori, che paiono sbucare tutti dallo stesso paesaggio: un paesaggio, la cui spoglia vuotezza l’autrice riduce ad un bianco e nero senza tempo, ad indicare che il problema dell’immigrazione dall’Africa ha radici lontane nel passato, e che questo rituale del recarsi a lavoro in terra straniera rappresenta un ennesimo ritorno, che riporta tutto ad una dimensione di corsi e ricorsi storici.
A seconda dello sguardo con cui si avvicina a queste immagini cicliche e raffinate al livello formale, probabilmente qualcuno vedrà a stento gli uomini e vorrà gustarsi soprattutto il ritmo e i colori dell’insieme. Forse qualcun altro non riuscirà affatto a vedere degli individui, ma vedrà solo la maschera sociale da poveracci che è stata loro cucita addosso dai benpensanti.
Ognuna di queste fotografie è, però, un ritratto e costituisce il tassello di una storia complessa, ricca di sottili sfumature.
Si apre oggi e rimarrà sino al 13 dicembre, presso il Centro Culturale Altinate / San Gaetano (via Altinate) di Padova, la mostra “Antonella Monzoni. Ferita Armena”. E’ il primo evento nell’ambito di “Immaginare Armenia”, una rassegna dedicata a un popolo e un Paese fra i più martoriati nel corso del Novecento da guerre e genocidi, fino a un disastroso terremoto nel 1988.
L’esposizione, promossa dall’Assessorato alla Cultura – Centro Nazionale di Fotografia e curata da Enrico Gusella, presenta un reportage di circa 40 immagini in bianco e nero, attraverso le quali Antonella Monzoni (pluripremiata fotografa modenese che fra l’altro, ha ricevuto il Best Photographer Award al Photovernissage 2009 di San Pietroburgo ed è stata designata Autrice dell’Anno 2010 dalla FIAF) racconta con sguardo attento la sua personale esperienza d’incontro con la gente e i suoi luoghi di un’Armenia ferita, ma non prostrata.
Quelli che ci riporta sono talora siti che parlano di una storia antica: come Haghpat, sede di un celebre monastero riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, che ci rimanda alla sua particolare tradizione cristiana, colma di una ritualità dagli echi persino pagani; la spiritualità del paese che per primo si è covertito al Cristianesimo e ne conserva vestigia importanti per l’arte e la religione.
Tal altra sono posti emblematici di un sanguinoso passato, come la “Collina delle Rondini” vicino Yerevan, dove sorge il monumento al genocidio armeno e si celebra il “giorno della memoria”, ogni 24 aprile, recando un fiore perché non venga mai scordato il Metz Yeghèrn, il “Grande Male”, che causò lo sterminio di un milione e mezzo di uomini, colpevoli soltanto di essere armeni. E luoghi terribili come quello al confine fra Azerbaigian e Nagorno Karabagh (piccolo stato di etnia armena), dove, nei pressi di Sumgait, sorge un muro ricoperto da targhe automobilistiche azere: atroce monito delle sanguinose vendette fra i popoli armeno e azero nel corso della guerra, fra il 1989 e il 1993.
Ancor più, però, spesso Monzoni ci conduce attraverso luoghi qualsiasi, che parlano di una difficile quotidianità, simbolicamente sottolineata da condizioni atmosferiche perennemente difficili che sembrano avvolgere tutto in una pesante cappa di grigiore. Inequivocabili immagini di un Paese prima immiserito da settant’anni di occupazione sovietica poi abbandonato allo sfacelo economico; un Paese nel quale, tuttavia, accanto alla mestizia non manca la forza morale, un coraggio che evidentemente trae forza dall’appartenenza ad una cultura, ma anche da un carattere indomito, che nulla ha potuto distogliere dalla speranza nel futuro.
Tutto questo emerge dalle immagini di Monzoni, che si muove attraverso queste realtà con percettibile partecipazione, cogliendo situazioni e dettagli pregnanti, lasciandoci di volta in volta incupire o emozionare insieme a lei.
Dal 23 al 30 novembre lo Spazio sotto l’ombrello presso la Scalinata Sligge di Ovada ospita la mostra collettiva “Passaggi e Paesaggi”, che presenta gli scatti di cinque autori mettendo a confronto altrettanti modi di intendere il Paesaggio.
Genere antico su cui da sempre si sono cimentati artisti, professionisti e amatori, il Paesaggio è ormai da tempo soggetto – come del resto tutta la fotografia – a svariati tentativi di ridefinizione, sembrando ormai del tutto logoro il concetto di “veduta” che ad esso si soleva collegare, poiché richiama inevitabilmente alla mente l’idea abusata di “cartolina”, luogo di un’immaginario precostituito, come già Luigi Ghirri aveva sottolineato con una rilettura concettuale, che minava alla base ogni presupposto realistico proprio in questa forma di fotografia, che – fra le altre – si potrebbe supporre più fedelmente documentaria.
Vittore Fossati, Mario Tinelli, Andrea Repetto, Enrico Minasso e Carlo Cichero, le cui diverse formazioni in questa mostra si esprimono liberamente in quello che appare un proficuo dialogo, sembrano precisare in primo luogo uno slittamento del Paesaggio da una dimensione più segnatamente naturale verso quella umana e persino mentale.
Lo fanno in vari modi. Da quelli dove tale transito risulta quasi inavvertito, come in Tinelli, il quale volge il suo obiettivo ai segni del passaggio umano impressi nei campi; e come in Carlo Cichero, che mette in scena luoghi “da sogno” dove si aggirano – si direbbe un po’ spaesate – piccole figure non del tutto protagoniste di quegli spazi; a quelli più esibitamente antropizzati: le visioni urbane di Repetto, dove l’assenza dell’essere umano è ben più eloquente di una presenza, e gli sprazzi di luoghi più mentali (o forse “senti-mentali”) di Enrico Minasso, fatti di esperienze nelle quali il passaggio all’umano è già compiuto e sedimentato nella memoria. Più radicalmente in Fossati, la lettura del Paesaggio diviene meta-fotografica, attraverso il ritorno ad un apparente vedutismo di stampo classico, rivisitato – in maniera del tutto esibita – attraverso una “ricomposizione ideale” della realtà.
Diversi gli approcci e diversi gli esiti, ciò che accomuna i lavori di questi autori, pare essere il senso di un transito, di un “passaggio” appunto, dal fisico al mentale, dalla realtà al concetto.
Si tratta di un primo interessante incontro con la fotografia contemporanea per lo Spazio sotto l’ombrello, che prossimamente ospiterà il progetto Centro Studi sull’Immagine Contemporanea, diretto da Andrea Repetto: un progetto che prevede la costituzione di una collezione – e la divulgazione – di lavori di fotografi italiani, noti e meno noti, che non sempre riescono ad ottenere la meritata visibilità nei consueti circuiti.
Nell’ambito della mostra è, inoltre, prevista per venerdì 20 novembre alle ore 21 la presentazione del volume “Viaggio in un paesaggio terrestre” di Vittore Fossati e Giorgio Messori.
Segnalo la pubblicazione su Cultframe di un articolo su un’interessante mostra personale, che spinge lo spettatore ad interrogarsi sull’atto del fotografare, non meno che su quello del vedere. Ancora per pochi giorni (fino al 21 giugno) a Roma.
Appartenente al circuito del Festival Internazionale della Fotografia di Roma, “La gioia di vedere oltre il visibile” è una mostra che fa molto riflettere su quale sia il vero statuto della Fotografia.
In questione viene posto, infatti, quello che comunemente si dà per scontato ne sia l’assunto di base, ovvero che la fotografia attenga al senso della vista, e che di essa trasponga le percezioni su di una superficie pressoché pedissequamente. Affermazioni, queste, che sembrerebbero lapalissiane.
Che dire, però, quando si apprende che Evgen Bavcar, autore delle magnifiche immagini esposte presso la B>Gallery, è cieco dall’età di dodici anni? [continua]
Copyright: Geovanny Verdezoto. Termini (serie Roma oculta), 2008
Vincitore della prima edizione del Premio IILA (di cui abbiamo parlato nel precedente post), Geovanny Verdezoto è un talentuoso fotografo ecuadoriano, appena venticinquenne, che pur professando di essere ancora alle prime armi, si è rivelato del tutto all’altezza del compito assegnatogli l’anno scorso insieme alla vittoria, ossia sviluppare un suo progetto fotografico imperniato su Roma.
Fino al 2 agosto possiamo ammirare questo suo lavoro al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fra le mostre più importanti del festival FotoGrafia. S’intitola “Roma Oculta”.
La Roma “nascosta” che quest’artista vuole svelare è quella di coloro che, stranieri come lui in Italia, sono arrivati senza le sue opportunità, ma con tante speranze troppo spesso disattese. E’ un racconto delle loro difficoltà e dei loro sforzi per integrarsi, così come i suoi occhi lo hanno colto e come il suo grandangolare l’ha “rubato” per offrirlo a noi in tutta la sua autenticità.
Copyright: Geovanny Verdezoto. El mercado de Roma (serie "Roma Oculta), 2008
E’ un reportage incisivo, il suo, che tuttavia incontra l’arte per vie diverse da quelle che più quotati reporter tentano spesso, magari compiendo forzature tecniche per accentuare l’espressività del loro racconto. Non ci sono qui forti contrasti che frantumano l’immagine in chiazze di luci e ombre, o in campiture di colori oltremodo saturi; né troviamo, d’altro canto, desaturazione di colori. Non ci sono vistose sfocature o mossi che rendono l’idea di un’impressione fugace colta nella sua flagranza, o piuttosto l’impressione di un ottundimento dei sensi. Tutto arriva con semplice ed efficace chiarezza allo spettatore.
Verdezoto – che ha studiato Arte all’Università San Francisco di Quito, ed ha già ottenuto diversi riconoscimenti sia in America Latina che negli Stati Uniti – ripropone nelle sue fotografie, con i mezzi della postproduzione digitale, un linguaggio “narrativo” da lui già sperimentato dipingendo; un linguaggio che si direbbe in debito con una lunghissima tradizione artistica, dai fregi dei templi greci fino al cubismo.
In quelle che – per la sua abilità compositiva – appaiono a prima vista delle foto panoramiche, egli ha invece ricostruito digitalmente quella somma di momenti che il suo sguardo ha colto spaziando intorno; così com’è solito fare nei suoi quadri, dove riporta dal vivo immagini, raccolte in un arco prossimo ai 360,° accorpandole in un’unica visione: compenetrando differenti piani visivi non senza alcune lievi forzature, che segnano suture spaziotemporali.
In questo modo nello spazio di un’unico “quadro”, dall’apparenza molto semplice ma di grande complessità, Verdezoto non ci racconta un attimo fuggente, ma bensì ricompone magistralmente la complessità reale del divenire.
Copyright: Geovanny Verdezoto. El envío de remesas (serie "Roma oculta), 2008
Francese, laureata alla Sorbona in Studi Russi, ex fotografa ufficiale dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi, Sarfati è fotografa di grande prestigio internazionale; ha ottenuto borse di studio e premi, fra i quali ilPrix Niépce a Parigi e l’Infinity Award dall’International Center of Photography di New York.
Ha vissuto e lavorato per 10 anni in Russia e negli ultimi 5 anni si è trasferita in USA. Nel 1997 si è unita a Magnum Photo e dal 2001 ne è pienamente membro.
In Italia ha esposto per la prima volta lo scorso settembre da Carla Sozzani a Milano e quella attuale è appena la sua seconda mostra nel nostro Paese.
Copyright: Ileana Florescu. "Il libretto rosso" da "Lumana sintesi"
E’ fotografia, ma sembra si tratti più di raffinata pittura, gioco astratto e sapiente di luce e di colori.
Accostate in serie che accrescono, attraverso lo svolgersi ritmico delle forme, il fascino di ogni singolo scatto, queste immagini vivacizzano e paiono illuminare le candide pareti dello Studio d’Arte Contemporanea Pino Casagrande, a Roma. In mezzo ad una delle due sale quattro teche esibiscono alcuni dei soggetti delle riprese come bizzarre sculture cartacee, come risultati di una verifica estetica e concettuale: quattro libri macerati e rimodellati dal mare.
A distanza di due anni, Ileana Florescu torna ad esporre in questa sede, e come allora (vedi articolo) il suo lavoro è permeato da una stimolante ambiguità, che induce lo spettatore ad ammirare in prima battuta la bellezza del mero dato visivo, delle forme e dei colori accattivanti, salvo poi rendersi conto ad un secondo sguardo che quel che ha di fronte è qualcosa di più che un gradevole pannello decorativo: è una riflessione sull’essere umano. Non per nulla l’opera che espone ha per titolo “L’umana sintesi”.
Copyright: Ileana Florescu. "Busi, Seminario sulla gioventù", da "L'umana sintesi"
E’ una riflessione su come l’umanità si è “autorappresentata” in parole ed immagini (non solo visive): “in principio era il verbo” recita (quale migliore incipit?) la pagina che apre a questo lavoro sul bel catalogo pubblicato per l’occasione da “Silvana Editoriale”.
Compendio di quest’umano “immaginarsi” non possono che essere i libri, di ogni luogo e di ogni tempo. Scelti quasi per caso, o per destino?
Nelle fotografie, dunque, li vediamo inabbissarsi, avviluppati dalle onde marine che increspano, agitano frantumando, la loro immagine; la deformano fino a renderla pressoché indecifrabile, mutandone forma e senso. Affondano talora, invece, placidi, rivelando alla limpidezza cristallina del mare di Sardegna onde di carta, parole, e fraseggi musicali.
Brevi frasi estrapolate da quei libri glossano le immagini, dandoci l’indicazione di un preciso percorso.
Un lavoro davvero suggestivo, quello di Florescu, che provoca emozioni, ma soprattutto suggerisce altro dalla loro pura visione.
Copyright: Ileana Florescu. "Balzac, Le Pere Goriot" da "L'umana sintesi"
A penetrare meglio il senso di queste opere ci aiutano i testi contenuti nel catalogo sopra citato: l’intervista fatta all’artista da Sergio Bertelli, il testo di questi, ma ancor di più lo scritto di Diego Mormorio, curatore della mostra. Con immagini verbali, fatte di impressioni e ricordi (poiché è da lungo tempo amico della fotografa) ma anche di opportune citazioni – dal Baudelaire della celebre invettiva contro la fotografia, ad un grande pensatore quale Pavel Florenskij, che esalta le sane virtù artigianali di Bach -, egli ci illumina infatti sul fine e sui mezzi di Ileana Florescu: sulla sua totale indifferenza verso la rappresentazione della realtà in favore dell‘esercizio dell‘immaginazione, come sulla sua ricerca metodica e consapevole, attuata – riporto le parole dell‘artista – “vivendo e prendendo dal passato non meno che dall’infinito dello spirito”.
Fino al 26 aprile è in mostra a Roma, nei locali del settecentesco Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, “Exactitudes“, progetto fotografico di Ari Versluis ed Ellie Uyttenbroek.
La mostra, patrocinata dalla Provincia di Roma, presenta nella Capitale il lungo e minuzioso lavoro del duo olandese – l’uno fotografo, l’altro profiler – che è stato già esposto con successo a Parigi, Berlino, Londra, Toronto, Buenos Aires e New York. Un lavoro cominciato, come il loro sodalizio, nell’ottobre del 1994 e durato dieci anni, ispirato dalla multietnicità ed alla multiculturalità di Rotterdam, dove i due vivono.
La mostra è allestita in due ambienti. Al pian terreno si limita a esibire – sia pure in un formato più grande che valorizza le immagini – l’idea di una sorta di “collezione di farfalle” (come l’ha definita Ellie Uittenbroeck; che oltretutto ad uno sguardo superficiale può ricordare uno stile pubblicitario caro ad Oliviero Toscani), mentre al primo piano si esplicita pienamente per quello che è: una minuziosa ricerca, una catalogazione tassonomica precisa di “abiti” mentali, che viene illustrata da una voce registrata la quale spiega una dopo l’altra le immagini della serie.
Sono in tutto 112 pannelli, e riportano ognuno i ritratti, per lo più in “piano americano”, di dodici individui più o meno della stessa età, i quali si propongono guardando dritto alla fotocamera con uguale posa e atteggiamento (il titolo è una contrazione di “exact actitudes”), ma soprattutto indossando abiti simili.
L’ampia e dettagliata classificazione antropologica che ne risulta, ha un rigore quasi scientifico, e questi ritratti/figurine dei più disparati gruppi sociali ripresi in giro per il mondo, potrebbe in qualche modo farci pensare all’opera tassonomica progettata da August Sander. In scala allargata, però: da villaggio globale; e in una versione aggiornata, consapevole dell’indagine semiologica, applicata ai cosiddetti “codici d’abbigliamento” per cui elemento centrale allo scopo di definire l’identità sociale delle centinaia di persone ritratte è qui appunto la foggia dei loro vestiti, che ne fa dei “tipi”.
In questo caso sembra proprio vero: l’abito farebbe il monaco! E tuttavia il risultato è ambiguo: da un lato un’incredibile uniformità (la parola “uniforme” non riguarda forse anche le “divise”?) fra tali soggetti, dall’altro la loro innegabile individualità. Uguali e differenti al tempo stesso; creando una tensione concettuale irrisolvibile che intriga e fa riflettere sulle implicazioni di questo essere “tutti diversi come chiunque altro” (per citare i due autori).
Un messaggio di grande positività in un periodo come questo, per cui il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, presentando la mostra, ha ritenuto appropriato far notare che “nei momenti in cui si afferma l’incertezza e cresce la sfiducia nel futuro c’è sempre una reazione istintiva, insita nell’essere umano, che lo spinge a rifugiarsi tra i cosiddetti simili”, temendo e stigmatizzando il “diverso da sé”, spesso più debole. Non è, del resto, ciò che accadeva anche negli anni in cui August Sander portava avanti la propria ricerca, poi in gran parte distrutta dai Nazisti?
Exactitudes. "46. Musulman - Casablanca 2000". "67. Early Birds - Rotterdam 2005". Copyright: Ari Versluis e Ellie Uyttenbroek
E’ un libro fotografico, pubblicato in Italia dalla PelitiAssociati di Roma e in Francia dalla Editions Actes Sud di Arles, ma è soprattutto una mostra, proposta anch’essa in Francia e in Italia: curata da Gabriel Bauret è in corso fino al 5 aprile a Parigi, presso la Maison Européenne de la Photographie; a Roma, fino al 26 aprile all‘Istituto Nazionale per la Grafica.
E’ “Il Dono”, un progetto di Giorgia Fiorio, frutto del lavoro degli ultimi 9 anni in giro per trenta Paesi nel corso di molte missioni, svolte spesso in condizioni critiche, alla ricerca di una dimensione mistica e religiosa che parrebbe intrinseca all’essere umano al di là delle singole culture e del credo professato. Il dono della Fede dunque, ma anche il dono di queste immagini da parte della fotografa torinese, e ancor di più quello della gente ritratta che si è lasciata catturare dalla pellicola (sono tutti scatti in analogica!) nell’abbandonarsi a celebrazioni e rituali d’ogni sorta.
In cento fotografie di grande formato troviamo così a confronto genti e luoghi molto distanti fra loro. Il comunicato stampa tenta di enumerarle così: “dalle celebrazioni copte-ortodosse del Timkat in Etiopia, ai riti pasquali di purificazione e mortificazione nelle Filippine; dalle celebrazioni e dai pellegrinaggi nelle città sacre in India, alla vita monastica buddista in Tibet e nel Ladakh; dalle pratiche di iniziazione e di meditazione in Myanmar, in Thailandia e in Cambogia, ai rituali animisti in Africa e Oceania; dai dervisci rotanti ai lottatori scintoisti, dai rituali sciamanici a quelli sincretisti, dal Bar-Mitzvà ebraico in Israele, al funerale islamico in Uzbekistan, dall’osservazione dei seminari cattolici in Polonia, a quella delle comunità monastiche ortodosse in Russia”.
Non c’è pretesa di esaurire il vasto ventaglio delle professioni di fede, ma piuttosto traspare quasi sempre una curiosità antropologica, e – come è dichiarato da Fiorio – una voglia di esperire in prima persona l’universale senso di sacralità che trascina questi esseri. Se (e in che misura) ciò possa realmente accadere a un fotografo, il quale non può che esser spettatore lucido per continuare a scattare, a noi non è dato saperlo; quello che, però, appare evidente in queste belle immagini in bianco e nero è la perizia e la capacità di sintesi formale, nella quale i diversi rituali trovano un senso di sospensione davvero fuori dal tempo, che ci evoca appunto il misticismo, o più semplicemente una dimensione metafisica.
La qualità ci sembra a tratti discontinua; ma il bianco e nero (simbolica evidenza di un cosmo fatto di luce e oscurità), così come la grana delle immagini (traduzione visiva di un aggregarsi di materia opaca e di un trasparire della luminosità dello spirito), ci coinvolgono e appaiono sovente come elementi necessari di un discorso, che acquista una valenza poetica: quella che al giorno d’oggi tante volte ci pare cedere sotto il peso della nitidezza e dei colori iperrealisti offerti dai progressi del digitale.
Copertina del libro "Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue" di Simona Brancati
Com’è tipico che accada per i personaggi di culto nel mondo dell’arte e dello spettacolo, Quentin Tarantino è, secondo i casi, amato incondizionatamente oppure odiato; ma, al di là di ciò, la reale complessità della sua opera è spesso misconosciuta.
Sembra fatto apposta per colmare molte lacune sull’opera del geniale regista americano, il libro di recente pubblicato dalla casa editrice ligure “Le Mani”: un tascabile, davvero prezioso in tal senso, dal titolo “Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue”. Ne è autrice Simona Brancati, scrittrice e giornalista specializzata in cinema e criminologia.
Si tratta di un saggio, che esamina puntualmente la produzione tarantiniana individuando le molteplici ispirazioni e i temi ricorrenti, che danno un’inconfondibile impronta personale all’intera opera di questo artista, alle sceneggiature e ai soggetti non meno che alle sue regie e produzioni, e persino alle sue sporadiche apparizioni da attore.
Una prefazione di Renato Venturelli, che delinea i tratti essenziali del “fenomeno” Tarantino, un po’ di sfuggita ci ricorda come Brancati avesse proposto già, nel 2004, le sue “istruzioni per l’uso” del regista americano, pubblicando un originale volume, “Kill Tarantino”.
Torna, nel libro ora uscito, l’intreccio precedentemente sperimentato di trattazione saggistica e informata narrazione aneddotica ricca di inedite testimonianze, in una forma che riproduce quasi quella dell’indagine poliziesca. I capitoli si snodano a partire dalla considerazione dell’impatto iniziale della poetica tarantiniana sul pubblico e sulla critica, attraverso sintetici cenni biografici, approfondendo poi progressivamente sempre di più l’analisi dei testi filmici, ricollocandoli all’interno della cultura di certo periodo storico di cui sono di fatto impregnati.
Il gusto spiccato per la narrazione rende questo volume assai godibile. E’ una narrazione sottile, infatti, quella di Brancati, che rileva dati ed entra nel merito dei dettagli più minuti, restituendo una sensazione vivida di ogni scena esaminata, sollecitando nel lettore una ricostruzione mentale delle immagini, stimolando interrogativi, dando risposte.
Attraverso le sue pagine sembrano così prender vita i personaggi dei film, le manie, i gusti del regista, un intero periodo storico, e infine Tarantino stesso, la cui figura – malgrado la simpatia o l’antipatia che suscita – è quella di un cultore del cinema e di un autore “puramente cinematografico”.
Il volume è corredato da immagini dei film, e di una interessante bibliografia, ma soprattutto dalla filmografia completa di Tarantino.