Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for the ‘pensieri’ Category

su New CultFrame si discute dell’etica nel fotogiornalismo

Posted by Rosa Maria Puglisi on April 23, 2009

new_cultframe-logoE’, da ieri ufficialmente, online New Cultframe.

In una più asciutta veste grafica, che conferisce alla rivista un’impronta nuova, visivamente più giornalistica, i lettori ritroveranno il nutrito archivio di articoli e approfondimenti sulla fotografia, il cinema e l’arte contemporanea pubblicati in Cultframe. Ma in più avranno l’opportunità di interagire fra loro e con la redazione attraverso l’inserimento di commenti in calce agli articoli, così come avviene nei blog, per stimolare un proficuo dibattito sugli argomenti proposti.

L’editoriale, che apre questo nuovo corso, non a caso è di quelli che meglio si prestano alla riflessione e allo scambio d’idee. E pone degli interrogativi cruciali.

Ne è pretesto l’assegnazione di un premio Pulitzer a Patrick Farrell, che riporta alla ribalta un argomento – da anni sempre più problematico – di grande rilevanza nel campo della fotografia, sul quale già in passato Maurizio G. De Bonis aveva tentato di attirare l’attenzione : quello del rapporto fra informazione e fotogiornalismo, con tutte le storture del caso. Ne avevamo, a suo tempo, parlato anche qui.

Nell’odierno articolo, alle questioni che vengono poste nell’incipit fa seguito la denuncia di uno stato delle cose che vede imperante nei fotoreporter (trasformati dal sistema in divi) l’esigenza di testimoniare con la loro fotografia nient’altro che il proprio stile (per la verità sempre più omogeneo a quello di chiunque altro) in vista di fama e profitti economici. E vede accantonato ogni tentativo di raccontare quanto più possibile oggettivamente delle storie e delle situazioni in favore della ricerca di un facile senzazionalismo, che specula sulla sofferenza dell’altro; inteso quest’ultimo sempre più come “altro da sé”, distante dal fotografo e da chi sarà il fruitore delle immagini mille miglia, sia geograficamente che emotivamente, ed esibito da questo genere di fotogiornalismo come esponente di un mondo sottosviluppato, quindi esposto senza pietà al nostro sguardo nella sua estrema miseria per divenire oggetto di filistea commiserazione.

Partendo da questi presupposti potremmo, dal canto nostro, aggiungere che forse queste cose che oggi sono una prassi consolidata, a tal punto da sembrare a molti l’unico modo possibile di fare reportage, non sono mai state del tutto estranee ad una certa retorica, attraverso la quale la cosiddetta informazione si è espressa nell’usare la fotografia.

Come aveva segnalato Susan Sontag, nel suo “Davanti al dolore degli altri”: “l’immagine come shock e l’immagine come cliché rappresentano due facce della stessa medaglia”; dacché esiste una precisa iconografia, che da sempre esprime al meglio la sofferenza.

E ancora, uno degli artifici richiesti da quella forma retorica è  l’adozione di uno stile antiartistico (frutto di finta o vera improvvisazione), ricco di “sbavature” tecniche che fanno sembrare tutto più flagrante e vero. Niente a che vedere – è vero – con l’autentica testimonianza e con l’informazione!

L’indubbio “sguardo colonialista”, che oggi ha il “ricco fotografo” (ricco perché incidentalmente rappresentante di una società benestante) e la sua innegabile propensione a negare dignità mostrando il volto e il corpo martoriato degli indigenti abitanti di lontani villaggi del terzo mondo o lontani teatri di guerra, altro non sono in fondo – come ricorda sempre Sontag – che “eredità di una prassi secolare di mettere in mostra esseri umani esotici“. Non tanto, probabilmente, un’esibita sperequazione classista (per quanto infine lo diventi) ma piuttosto un autoreferenziale egocentrismo, che fa considerare il diverso da sé “come qualcuno da vedere, e non che (come noi) vede“.

Viene da chiedersi, tuttavia, quanto tutto ciò abbia effettivamente a che fare con le scelte dei fotografi e quanto con quelle di chi diffonde le immagini, ora proponendole come informazione, ora come oggetto d’arte; in un caso o nell’altro come “oggetto da commercializzare” insieme al suo contenuto (e nonostante quello). E quanto abbia addirittura a che vedere con i destinatari finali, gli acquirenti consumatori di questo prodotto fotografico, per le aspettative dei quali fin da principio esso è stato pensato.

Forse riflettere sulla fotografia potrebbe offrire più di uno spunto per rimettere in questione una società, come la nostra, che preferisce guardare tutto da lontano; che indulge in una facile compassione e in altri edificanti sentimenti per sentirsi lontana da ogni responsabilità.

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Per un dialogo sulla fotografia

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 10, 2008

Come alcuni di voi già sapranno, da un articolo pubblicato in questi giorni sulle pagine di “Cultframe” è nata  la proposta di tentare un pubblico dialogo che abbia come oggetto “la fotografia italiana”, dal momento che questa attualmente si trova ad essere un mondo – cito testualmente – “particolarmente chiuso e conservatore nonché estremamente timoroso (e quindi non avvezzo al confronto di idee); è un mondo che si nutre di luoghi comuni, fraintendimenti, provincialismo e di quello che io chiamo, senza mezzi termini, regime”.

Il perché lo sia, Maurizio De Bonis lo argomenta in maniera molto chiara e circostanziata nel suo scritto al quale sono di spunto le parole che Sandro Iovine ha pronunciato qualche mese fa nel corso di un’intervista in tre parti, curata e messa on line da “Idee in Bianco e Nero“.

Per questo motivo De Bonis si è rivolto proprio a Iovine nel tentativo di avviare un dialogo sulla fotografia, trovando il giusto sostegno nel blog di questi al suo intento di smuovere le acque e allargare il dibattito. Dibattito che – di fatto – ha cominciato a prender corpo sul blog di Iovine, un vero luogo eletto per tali discussioni, a partire dal suo nome: “Fotografia: parliamone!”. Lo trovate cliccando qui.

Per quanto concerne l’andamento attuale di questo dibattito, vorrei rilevare, innanzi tutto, una generale accoglienza positiva verso tale proposta di dialogo, oltre che la pressoché totale adesione agli assunti che De Bonis propone quali premesse: prima fra tutte l’insofferenza verso un cosiddetto “regime”, gestito da (cito ancora l’articolo) mondo del giornalismo e della comunicazione, taluni organizzatori di corsi e workshop, alcune riviste di fotografia, agenzie, circuito amatoriale, nonché accademie e università”, di modo che “ognuna di queste realtà, nel suo settore di competenza, contribuisce a creare un clima di chiusura spaventoso, un labirinto che nega sistematicamente la libertà espressiva e che forma (si fa per dire) generazioni di fotografi che non riescono a vedere oltre la punta del loro naso”.

Fra coloro che sono intervenuti, i più sono desiderosi di cambiamenti, alcuni addirittura di riscossa. Per fortuna, sono pochi coloro che paiono arrendersi ai fatalismi del “niente può cambiare: inutile anche provarci”!

Le proposte, però, quelle concrete intendo, invece, pare sia un po’ arduo formularle. L’unica parrebbe quella di creare un luogo virtuale, dove si possa da una parte mantenere aperto e sempre vivo il dialogo, dall’altra depositare i contributi di chi voglia “fornire indicazioni utili e approfondimenti a chiunque desideri studiare il fotografico e le sue innumerevoli relazioni con la realtà”.

De Bonis stesso è poi intervenuto in sede di dibattito per tentare di mettere a fuoco alcuni (ben 20!) punti sui quali si potrebbe opportunamente dibattere, che propongono in realtà altrettante problematicità nelle quali fatalmente ci si può imbattere occupandosi o semplicemente interessandosi di fotografia.

Un tale elenco, proposto più che altro per alimentare un dibattito, ha l’aria però di richiedere risposte troppo concrete in una fase che sembra ancora quella di un generico approccio all’altrettanto generica questione fotografia. E le parole con le quali De Bonis lo glossa paiono accendere uno spot su di un baratro nel quale la fotografia è sprofondata, a causa delle solite baronie che in Italia stritolano e soffocano ogni campo, e getta una luce veramente sinistra che forse rischia di sostenere i molti scettici adusi a cullarsi nel “non c’è più niente da fare”.

Da parte mia, al di là delle considerazioni che potrei fare su ciascuno dei 20 punti (ognuno dei quali richiederebbe ampie risposte) ribadisco qui – come ho già fatto là – il principio che tutto debba partire da una diffusa (il più possibile!) educazione all’immagine, la quale tenga conto degli elementi costitutivi del linguaggio visivo, del suo abc.

Trovandomi a commentare sul blog di Iovine per esprimere questa mia idea ho usato una frase che si è rivelata infelice: “alfabetizzazione delle masse riguardo alla fotografia”. Frase infelice perché ampiamente fraintesa a causa dei concetti che sono stati “appiccicati” nel corso degli anni alle parole “alfabetizzazione” e “masse”, le quali di per sé non hanno affatto per loro natura le valenze che ormai gli si attribuiscono.

Tra parentesi, a tal proposito, mi permetto di notare, che anche un termine tanto caro a De Bonis (quello di “regime”) con tutte le sue tragiche ulteriori valenze politiche ed emotive si presta al fraintendimento di chi potrebbe voler trasformare questo dibattito, colorandolo di tinte politiche che di per sé non dovrebbe avere.

Questo episodio ha rafforzato la mia opinione che si debba partire da un’analisi la quale coinvolga tutti i fondamenti della comunicazione visiva, che oggi si danno erroneamente per scontati, proprio come per scontato si dà il significato strumentale di una parola perdendone sovente la sua più autentica accezione semantica.

Così, come nel linguaggio verbale, anche in quello visivo e più in paticolare fotografico è diventato sempre più necessario ridefinire chiaramente certi termini.

Di questo non credo si possa fare a meno se vogliamo davvero creare la possibilità non di un’unica, ma del più ampio spettro possibile di valide alternative all’attuale monolitico ( e granitico!) mondo della fotografia italiana.

La vera libertà, che ci auspichiamo non nasce forse dalla possibilità di essere consapevoli delle proprie azioni e responsabili per esse?

Non vorremmo  – spero – combattere l’attuale “regime” per sostituirlo con una “democrazia”, dove (come nella orwelliana “fattoria degli animali”) tutti sono uguali, ma alcuni (magari proprio noi!) sono “più uguali degli altri”!

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Benvenuta Bianca!

Posted by Rosa Maria Puglisi on August 20, 2008

Luca cappellaro

copyright: Luca cappellaro

Interrompo la pausa estiva per salutare una nuova arrivata: Bianca Cappellaro.

Due giorni fa è venuta alla luce, e sembra particolarmente preciso dire “venuta alla luce”, poiché la sua mamma e il suo papà sono sia bravi fotografi che altrettanto capaci stampatori, quindi ben sanno come portare alla luce ogni cosa! ;-)

Così a tutti e tre auguro che i loro sogni possano prender forma sotto il loro occhi e divenire compiuti, proprio come le immagini che prendono forma sulla carta sensibile nel processo della stampa, dando loro soddisfazioni e gioia.

Auguri di cuore!

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fotografi di guerra

Posted by Rosa Maria Puglisi on August 4, 2008

In un recente post dal titolo “un illustre sconosciuto“, avevo avuto occasione di parlare dell’incredibilmente dimenticato fotografo di guerra italiano Ennio Iacobucci, per via di una mostra in corso a Roma, dove il suo lungo lavoro di testimonianza durante la Guerra del Vietnam viene infine riportato all’attenzione del pubblico. Della mostra, ma soprattutto del fotografo, ho poi parlato più diffusamente in una recensione apparsa su Cultframe.

Me lo richiama oggi alla mente, per confronto, un articolo (“Disembedded: Marines Send a War Photographer Packing“) apparso non molto tempo addietro su pdnonline e che solo oggi ho letto quasi per caso.

Tratta del caso di un reporter, Zoriah Miller (più comunemente conosciuto semplicemente come Zoriah), il quale sarebbe stato destituito dal suo ruolo di reporter aggregato alle truppe americane in Iraq per aver pubblicato sul suo blog alcune immagini di marines morti durante un attacco suicida. Ufficialmente perché era venuto meno alla regola sottoscritta nel suo contratto con l’esercito, per la quale non si possono pubblicare immagini di soldati morti, la cui morte non siano stata ancora notificata alle famiglie (accusa subito opportunamente ricusata), ma anche per aver fornito al nemico informazioni sugli effetti causati dal suo attacco. Di fatto perché sono sgradite immagini di questa “turbolenta” pace diverse da quelle che ritraggono i militari mentre “regalano lecca-lecca ai bambini o quando prestano soccorso”, come afferma Zoriah.

Il fatto che per l’establishment americano “fotografare la guerra in corso è inaccettabile” è lapalissiano, quanto il fatto che le immagini pubblicate di questa guerra in cui appaiano i loro militari caduti siano davvero rare.

Si è già parlato, del resto, di come nell’era dei media e del “tutto visibile”, nonché della presunta libertà di diffusione delle informazioni, abbiamo in realtà una vera e propria cortina impenetrabile intorno alle reali vicende in Iraq, e le immagini che filtrano sono scelte per raccontarci esattamente quello che “dobbiamo” sapere, più che quello che accade.

Niente di nuovo, quindi, ma magari non fa male ricordarlo, citando questo nuovo caso che ha avuto un qualche risalto, mentre di altri analoghi probabilmente non sappiamo nulla.

Tornando a Iacobucci, ricordiamo che anche lui a suo tempo aveva dovuto subire le “pressioni” dell’esercito americano, e che in un caso erano addirittura arrivate al punto da farlo avventurosamente scappare su di una moto attraverso la foresta inseguito minacciosamente per aver rivelato (quella volta davvero!) notizie di prima mano e non ancora trapelate alla stampa: la sconfitta americana di Quang Tri nel marzo 1972.

A quel tempo si può dire che pressioni da parte dello US Army, da un canto, dall’altro intraprendenza giornalistica, fossero l’ordine del giorno. Come si può evincere anche leggendo le vivide testimonianze di un Tiziano Terzani, per esempio.

Al giorno d’oggi, quello che forse dovrebbe un po’ dar da pensare non sono solo (o non sono tanto) i tentativi di censura – in genere oltretutto perfettamente riusciti se non ne arriva neanche la notizia -, ma piuttosto potrebbe magari stupirci di più il fatto che la copertura di una guerra sembra ormai scontato che venga affidata a gente che, come Zoriah, è “fotografo ufficiale” aggregato all’esercito.

Mi chiedo se esista o meno la possibilità di fare ancora davvero il freelance come Iacobucci. Se, per caso, non esistano alternative e all’ “arruolamento” fra le truppe americane e alla consuetudine odierna da parte di giornalisti e fotoreporter di muoversi in comitiva come in gita organizzata per scattare da lontano con potenti obiettivi, registrando immagini più o meno artistiche di questa strana pace, attenendosi sempre scrupolosamente allo stereotipo o alla notizia ortodossa.

………….

Per i più curiosi:

Le immagini che in questo post non ho potuto inserire, e molte altre ancora (non necessariamente truculente!), potrete trovarle sull’account che Zoriah ha in Flickr, immagino per puri motivi di marketing considerati i suoi oltre 7.500 contatti. Non parlo di statistiche delle visite, ma come ben sanno gli utenti di Flickr, di persone che da lui (o chi per lui) sono state inserite fra i suoi “contatti”, per attirare l’attenzione sul suo avatar sul quale appare in bella vista una schiera di teschi allineati, prima ancora che sulla sua produzione fotografica!


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“specchio umano”

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 29, 2008

La segnalazione di oggi parrà insolita, ma trovo questa “opera” sufficientemente geniale e divertente da proporvela.

L’opera è l’azione, l’happening – non il video!

Il progetto è stato formulato e attuato da un gruppo americano, con base a New York, costituito nel 2001 da Charlie Todd, il quale è solito “causare scene di caos e gioia in luoghi pubblici”, sorprendendo i cittadini che vengono promossi spettatori attoniti di queste curiose e sicuramente coinvolgenti performance.

Nome – programmatico! – di questo gruppo è Improv Everywhere, ossia “Improvvisa Ovunque”.

Le loro performance le chiamano “missioni” e coloro che a queste si uniscono a far spettacolo “agenti segreti”. Su YouTube hanno il loro canale tematico.

Di queste missioni ne hanno svolte in questi anni ben 70, questa, intitolata “Human mirror”, non è che la più recente. Obiettivo: riempire un vagone della metropolitana di gemelli identici, coi quali formare uno “specchio umano”, appunto.

Non resta che dare un’occhiata e giudicare da sé la portata e le implicazioni concettuali dell’operazione. :-)

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strana idea…

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 11, 2008

Brillante weblog è un premio assegnato ai siti ed ai blog che risaltano per la loro brillantezza sia per quanto riguarda i temi, che per il design. Lo scopo è quello di promuovere tutti nella blogosfera mondiale!
1. Al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog;
2. Scegli un minimo di 7 blog che credi siano brillanti nei loro temi o nel loro design. Esibisci il loro nome e il loro link ed avvisali che hanno ottenuto il Premio “Brillante Weblog”.
3. (facoltativo) Esibire la foto o il profilo di chi ti ha premiato e di chi viene premiato nel tuo blog.

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Un premio? A me? :-o

Me lo assegna benevolmente Julia che mi aveva già da tempo segnalato nel suo blogroll. Grazie di cuore, dunque!

Mi lascia perplessa solo la sua forma di “catena di sant’antonio”, il suo essere un incrocio fra lo scambio di link e gli “awards” elargiti con tanta generosità all’interno di Flickr da parte di utenti, che sono a volte obbligati dalle regole dei gruppi a farlo…

Piccola considerazione personale: dati gl’infiniti intrecci della rete tutti saranno prima o poi insigniti!

:lol:

Non volendo sottrarmi del tutto a questo bizzarro “gioco di società”, non fosse altro perché – proprio come sostiene Julia – “sono abituata a ricambiare sempre, se mi è possibile, una gentilezza”, non mi sottrarrò dal proporre i miei premiati. Lo considererò un modo per mettere in risalto il lavoro di gente che mi pare sinceramente interessata alla diffusione d’idee e saperi, ma anche al dibattito.

Tutti (con un’unica eccezione: quella che conferma la regola, no?) si occupano di fotografia e comunicazione visiva. Eccone l’elenco in rigoroso ordine alfabetico:

Fotografia: parliamone!

Hippolyte Bayard

Idee in Bianco e Nero

learn Italian language (l’eccezione!)

LeoBrogioni blog

Luigi Walker

photoaddict (non esattamente un blog e tuttavia…)

La mia partecipazione al gioco si ferma qui! Non andrò ad avvertirli, traendoli dall’imbarazzo di esser coinvolti nella “catena”.

Siccome è prevalentemente gente che conosco, e/o che so che mi segue, probabilmente si accorgerà da sé dell’assegnazione del premio ;-)

Se avranno voglia di giocare o meno, sta a loro deciderlo…

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piccolo segnalibro!

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 9, 2008

Solo per i più distratti o per quanti arrivino qui solo per caso, mi permetto di consigliare di leggere la piccola, ma interessante, discussione nata a seguito della recensione di una mostra (“In viaggio con Holga”), il cui titolo fa riferimento ad una delle più amate toy camera oggi in commercio.
Ne è stato spunto l’atroce sospetto che spesso (in realtà non si parlava in particolare della mostra recensita!) questi particolari strumenti del fotografare vengano utilizzati con la speranza che coi propri “limiti” tecnici riescano ad abbellire e rendere alla moda immagini altrimenti irrimediabilmente banali.

Io mi limito a ripetere qui che, come dimostra la piega presa dal dibattito – malgrado quanto si possa comunemente ritenere -, non è la macchina a far la fotografia, ma il fotografo con il suo sguardo particolare e la sua cultura personale.

Articolo e relativi commenti li trovate cliccando qui.

Buone riflessioni!

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Lo Specchio Incerto compie 1 anno!

Posted by Rosa Maria Puglisi on February 8, 2008

ritrattoMi accorgo con grande stupore che è passato esattamente un anno da quando, 111 post fa, ho iniziato questa avventura in internet! :-o

Il contatore ufficiale delle statistiche segna adesso circa 38.600 visualizzazioni, le pagine sono ormai tante, diciotto delle quali si riferiscono a profili monografici di autori. Forse i commenti, che speravo di ricevere copiosi, lasciano ancora a desiderare nella quantità. La qualità, invece, è spesso più soddisfacente.

Sono questi risultati che, confesso, non immaginavo, malgrado l’impegno del mio lavoro. Come non speravo in realtà nei feed back, che in vario modo ho avuto da parte di colleghi che godono della mia stima.

Ciò che mi ha soprattutto gratificata in questi mesi sono state, però, le manifestazioni di “gradimento”, giunte da lettori che ho avuto modo di conoscere virtualmente. Le loro parole sono state più di una volta motivo d’incoraggiamento in un cammino non sempre facile, e spesso pieno di dubbi (come forse ogni cammino, che nasce da una libera iniziativa “no profit”).

Colgo allora l’occasione di questa ricorrenza per ringraziare di cuore tutti coloro che mi hanno seguito ed incoraggiato fin qui. Grazie davvero!

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Le “meraviglie” della condivisione in rete (qual’è la vostra opinione?)

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 31, 2008

Tempo fa ho ricevuto sotto forma di un commento all’interno di questo blog la proposta di una persona che stava “cercando di sviluppare un blog giornale in cui gli articoli sono scritti dai blogger WordPress”.

Suo intento, egli sosteneva essere – continuo a citare testualmente – “di dare maggior visibilità al tuo blog e alla gente che cerca in rete la possibilità di trovare articoli di maggiore qualità in un’unico posto (o al limite se non hai tempo posso scriverti io un’articolo prendendolo dal tuo blog e rimandandolo al tuo blog…)”.

Per quanto suoni strana una simile logica, secondo la quale si possa dare visibilità ad un blog prelevandone integralmente i contenuti e mettendo solo il rimando alla fonte di provenienza dello scritto, questo caso mi pare rientrare tutto sommato in una normalità, forse lievemente malintesa.

Tenendo per buona l’intenzione dichiarata, che è encomiabile, proponendosi di ampliare l’accessibilità alle notizie di fonti d’informazione indipendenti, rilanciandole – da parte mia in quanto autrice di articoli vorrei dire solo che perfezionerei la cosa. E, se mi fosse chiesto un parere, direi che mi parrebbe più sensato – qualora le intenzioni fossero proprio quelle dichiarate – mettere una parte dell’articolo e rimandare al seguito sul blog d’origine.

L’idea di base della condivisione dei saperi e delle informazioni è parte integrante di Internet (ancor di più del cosiddetto Web.2), e costituisce uno dei più importanti aspetti della rete. Nessuno può negarlo e dovrebbe essere un beneficio per tutti.
Sono curiose, però, le licenze che la gente pretende di prendersi in nome di questo bellissimo (e totalmente condivisibile) ideale. I malintesi sono all’ordine del giorno.

Si pensi, ad esempio, all’uso “sportivo” del copyright sulle fotografie, che si fa in Internet. E a come da più parti si insista paradossalmente nel confondere il “prodotto” di una professionalità e/o di una creatività individuale, con un “sapere” da condividere collettivamente. Senza pensare che dietro quel “prodotto”, spesso c’è una persona che avrebbe il sacrosanto diritto di raccogliere i frutti del proprio lavoro.

Torniamo, però, donde eravamo venuti … Le informazioni che dovrebbero liberamente circolare.
E’ un nostro diritto da cittadini del “villaggio globale”… Ci piace averlo. Vogliamo essere informati e ci rendiamo conto che le cosiddette “fonti d’informazione indipendenti” possono essere un formidabile baluardo contro le varie “propagande” dell’informazione “ufficiale”.

Da sempre vigili riguardo a democrazia e la libertà di stampa, gli Stati Uniti hanno creato l’Independent Media Institute, un’organizzazione no profit che intende emancipare la gente (nel parlare del loro impegno scrivono proprio “empowers people“!) attraverso giornalismo indipendente, informazione e strumenti multimediali.

Per far ciò il principale mezzo dell’IMI è un premiato magazine online, che è anche una community, e che non si limita a creare pubblicare articoli inediti, ma fa da cassa di risonanza al “meglio di dozzine di altre fonti di media indipendenti”. Il nome di questo grande “giornale dei media” è AlterNet.
Da questa immane impresa mediatica americana (e chissà se animato dagli stessi ideali?) è probabilmente nata l’ispirazione per uno dei molti siti – blog italiani nel web.

La più marcata somiglianza col colosso americano è quella del titolo, ma anche la natura dei suoi post, che rimanda per lo più (o unicamente?) a siti e contenuti altrui .
Chi vi sia dietro è un piccolo mistero. Forse i fantomatici “autori”, cui accenna il sottotitolo del blog, che però pare sia impossibile contattare.

Apparentemente questo blog sarebbe gestito da una community (altro riferimento agli americani?) che via via inserisce le sue proposte di lettura: post confezionati proprio come avrei suggerito alla persona che voleva darmi visibilità (vedi sopra!). Davvero lodevole! Fra gli ultimi post c’è anche l’inizio del mio più recente articolo, che riporta proprio qui per continuare la lettura.
Vorrei ringraziare lo “sconosciuto” autore del post, che – con grande modestia – non mi dà modo di contattarlo. Ma non è questo il motivo di un sì lungo OT.

Stavate pensando che ho scritto questo post per ringraziarlo? Alcuni sono già pronti ad offendersi perché hanno più volte segnalato e linkato il mio lavoro, senza che mai dedicassi loro pubblici ringraziamenti?
Non ricordate più che parlavo dei malintesi della “condivisione” di ogni cosa a tutti i costi?

Allora voglio chiedervi: a voi non sembra un grosso fraintendimento delle libertà che Internet concede, il fatto che qualcuno a un certo punto decida di “condividere” oltre ai contenuti del vostro blog, anche la vostra firma?

Mi spiego meglio: con mio sgomento scopro che il blog, di cui ho appena parlato in termini lusinghieri, pretende (nel senso inglese di “pretend”), cioè finge, di avermi fra i suoi collaboratori.
Il mio nome appare, infatti, come autore di almeno due segnalazioni: una riguardante l’intervista alla protagonista di un serial TV, l’altra riguardante le infamanti affermazioni di un celebre cantante su un altrettanto celebre gruppo musicale. Argomenti, questi, verso i quali – vorrei sottolinearlo – non nutro il minimo interesse.

Dite che mi sbaglio? Che si tratta di una semplice omonimia? Non credo, ci sono indizi che non fanno pensare a questo e sarebbe una coincidenza ben strana.

Ma perché lo fanno? Per aumentare gli accessi al blog? E a che scopo? Non c’è pubblicità, né appare alcun “direttore” in questa che è una presunta opera collettiva. Mistero.

Si deve pensare allora che l’unico scopo è davvero rilanciare altri siti… O no? Forse talvolta le migliori intenzioni portano a discutibili decisioni, magari dettate dall’inesperienza.

Potrei anche essere lusingata dall’avermi scelta come ignara collaboratrice, ma direi che non lo sono, perché non mi fa piacere che qualche mio lettore pensi gli possa consigliare articoli di gossip!

Ma soprattutto non mi fa piacere l’idea che prima o poi – come l’AlterNet originale – anche questo italico vorrà pubblicare dei contenuti originali (non linkati), fra i quali – perché no? – qualche mio articolo mai pubblicato prima… e mai scritto da me!

Sarò un’ingenua, ma tutto ciò ha per me dell’incredibile. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione …

p.s.

Aggiungo questo p.s. nemmeno un’ora dopo aver pubblicato questo post per informarvi che è già linkato a un altro sito, con le stesse modalità di quello citato. L’unica cosa che stavolta risulta chiara (e assurda) è che ha il tag “film” sotto. Già! avevo citato la parola “telefilm” :-)

Vi risulta che esistano dei programmi, che generano finti blog, riconvogliando dalla rete ogni post che abbia dentro determinate parole chiave? E’ possibile una simile “fantascienza” o c’è veramente gente che perde il suo tempo così? E mi chiedo perché…

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Legge Levi-Prodi sulla nuova disciplina dell’editoria (un breve “carteggio”)

Posted by Rosa Maria Puglisi on October 23, 2007

Il disegno di legge cui fa riferimento il titolo di questo post ha seminato, per essere eufemistici, perplessità e fastidio nella rete. Basta fare una ricerca su Google per accorgersi del “rumore” che ha provocato.

Per quanto mi riguarda, appresa la notizia attraverso il blog di Beppe Grillo sia dell’approvazione del disegno di legge in sede di Consiglio dei Ministri, sia di una petizione online prontamente istituita per bloccare/modificare tale legge sul nascere, avevo ritenuto – in un primo momento – sensato inviare agli amici e ai conoscenti, che immaginavo sensibili all’argomento, una email che chiedeva di firmare la petizione.

Sono convinta ora, però, che ben più proficuo possa essere pubblicare in questa sede, lo scambio di idee che è scaturito dall’aver inviato quella email a Fulvio Bortolozzo. Io – come Fulvio – spero possa servir da stimolo alla riflessione e magari all’azione.

Se qualcuno di voi volesse aggiungere il proprio parere è naturalmente il benvenuto!

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Ciao Rosa Maria,
grazie dell’informazione. Non leggo il blog di Beppe Grillo e temo di dovere anche al suo uso esasperato di questo sistema di comunicazione l’irrigidimento governativo, che si esprimerebbe con il disegno di legge in oggetto.

Non fraintendermi, non faccio il discorso capovolto di chi attribuiva in toto ai partigiani la responsabiità delle rappresaglie nazifasciste. Dico piuttosto che quando ci si trova a vivere in un sistema di controllo dell’informazione basato sulla onnipresenza dei partiti, non ci si può illudere di farla franca con la furbata di dire la propria troppo a lungo in un punto non ancora controllato come Internet. Prima o poi la “rappresaglia” arriva anche lì. Beppe Grillo dichiara che il suo server emigrerà in un paese democratico e qui invece sta la responsabilità sua.
Troppo comodo tendere imboscate e poi lasciare che a pagare sia la popolazione del luogo dove le hai fatte. Resti qui a patirecon noi e/o “muoia” con noi. Diversamente non vedo la differenza tra lui e quelli che lui combatte: sempre gente che fa le sue battaglie usando gli altri, sono.
Per ora non firmo proprio nulla, meno che mai una petizione avviata da Beppe Grillo. Bisogna smetterla di lasciargli il monopolio della controinformazione. Non facendolo tacere, mai, ma non riducendosi alla sua sola voce. Facciamo una petizione, semmai, senza che ci sia lui di mezzo e coinvolgiamo individui, associazioni e organizzazioni facenti parte della
stessa area politica che esprime il governi Prodi. L’interesse di una Internet libera è generale, facciamolo capire anche a chi parrebbe ora pensare solo a proteggersi da un outsider particolarmente efficace e aggressivo.

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Ciao Fulvio,
neanch’io leggo il blog di Grillo solitamente, ma qualcuno su flickr mi ha segnalato la notizia. Non posso dire che Grillo mi sia simpatico, e ti confesso anche di più di aver fatto il tuo stesso ragionamento riguardo all’irrigidimento governativo, e perfino riguardo allo scarsissimo senso di responsabilità che gli fa affermare di esser pronto a migrare lasciando altri nei guai.
Ti ringrazio di tutto cuore per aver risposto alla mia email: apprezzo che tu l’abbia fatto, a differenza di tutte le altre persone cui ho inviato quel messaggio; a parte un’unica altra eccezione E apprezzo soprattutto che tu l’abbia fatto in questa maniera, esprimendo i tuoi dubbi e le tue convinzioni.

Non posso assolutamente darti torto sul fatto che tu non abbia voglia di firmare una petizione da lui avviata, perché è vero: dovremmo farla noi una petizione, esprimendo la nostra voce e le nostre istanze, non quelle di un Grillo monopolista della controinformazione. Non mi sentirei, tuttavia, molto sicura di poter chiedere qualsivoglia appoggio a “individui, associazioni e organizzazioni facenti parte della stessa area politica che esprime il governo Prodi”.
Malgrado le dichiarazioni battagliere di Di Pietro o di Pecoraro Scanio, o di qualunque altro personaggio al governo, come vanno poi a finire regolarmente le loro battaglie? E poi davvero l’interesse per una Internet libera sarebbe condiviso da tutti? Chissà?!
In realtà, siamo troppo abituati al “fatta la legge, trovato l’inganno”, tanto che finiamo col preoccuparci ed indignarci moderatamente. In genere le leggi il Governo non le fa “contro” qualcuno, ma finora – semmai – “a favore di”. Se una legge come quella dovesse essere approvata, molti (magari proprio quelli che hanno un blog per “dar noia”) saprebbero mettersi al riparo: formerebbero cooperative e/o si metterebbero sotto l’ala dei vari partiti, facendo valere titoli da giornalista acquisiti chissà grazie a chi o cosa. Magari troverebbero anche il modo di avere contributi dallo Stato.
Chi ci andrebbe di mezzo sarebbe chi non sa come attrezzarsi… E, in fondo, mi chiedo se non sia semplicissimo farlo: ad esempio, io, pubblicando (come tantissimi) su WordPress non sto forse – a ben pensarci – virtualmente pubblicando all’estero, e quindi sarei tenuta al rispetto di quelle norme, o no?
Formalmente sarebbe così, eppure mi sembra un pretesto, una scappatoia per far valere un diritto sacrosanto che dovrebbe essermi riconosciuto senza equivoci, quello di fare un tipo d’informazione culturale (entro certi limiti), e di fornire liberamente un servizio per il quale nessuno mi paga (e quindi perché dovrei pagar tassa? su quale rendimento?).
Ti confesso che ho provato un senso di cocente delusione e di soffocamento leggendo quella notizia. Non avendo trovato grandi spazi per me in una società come questa, sento il blog come un modo per stare al mondo, per esserci al di là del fatto che pago le tasse e ho qualche utenza intestata.
Non ho mai sperato in aiuti dallo Stato (non siamo in Danimarca, né il mio è un lavoro di particolare genialità, anche se lo credo “onesto” nel suo genere) ma dover temere addirittura che mi si tolga l’effimera libertà di far sentire la mia voce, che è un sussurro in tanto bailamme… Scusa lo sfogo.
Sull’onda di quest’emozione ho spedito quella email, che – hai proprio ragione tu – non propagandava la migliore iniziativa possibile, ma l’unica al momento disponibile. Forse avrei fatto meglio a mettere un post sul blog… ?!

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Ciao Rosa Maria,
Sì, secondo me, questo nostro dialogo potrebbe anche stare sul tuo blog, in un luogo quindi pubblico dove possa far pensare qualcun altro oltre a noi due.
Io capisco di non vivere nella migliore delle Italie possibili, ma questa abbiamo e qui, secondo me, ci tocca fare le nostre “vite da mediano”. Sarò forse troppo ottimista, ma nemmeno l’Italia dei dis-valori in cui siamo immersi può permettersi di perdere il treno del web senza ridursi ad una specie di Corea del Nord europea. Quindi una bella sollevazione virtuale dei peones come noi che sul web si ritagliano quello spazio che altrove è loro negato potrebbe anche sortire il miracolino di ridurre il tutto alla solita italianata di sempre.

 

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