Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

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Somewhen

Posted by Rosa Maria Puglisi on September 28, 2008

Giovani talenti emergenti sono riuniti insieme a già celebrati artisti della fotografia internazionale in una collettiva pensata per illustrare “l’idea di transitorietà come condizione per lo più invisibile, eppure perennemente presente, dell’abitare umano”.

Copyright: Gabriele Basilico

La mostra, curata da Daniele De Luigi, s’intitola “Somewhen”, e si svolge a Venezia in concomitanza con la Biennale di Architettura presso la Jarach Gallery (S. Marco 1997, Campo San Fantin, 30124 Venezia, di fronte al Teatro La Fenice).

Espongono Gabriele Basilico, Primoz Bizjak, Andrea Botto, Edward Burtynsky, Martina Della Valle, Guido Guidi, Teodoro Lupo, Jürgen Nefzger, Robert Polidori, Jöel Tettamanti.

Autori molto diversi fra loro, i quali affrontano attraverso i loro stili personali la transitorietà dei spazi edificati e di ogni manufatto umano, in fondo l’impermanenza dell’uomo stesso. Di contro alla “pretesa”, insita nel fare architettonico, che tutto possa durare eterno in uno stato di utopica immutabilità, cui naturalmente si oppone la realtà di un Tempo, “grande scultore” (secondo la definizione di Marguerite Yourcenar”), il quale tutto rimodella con il suo semplice trascorrere non meno che con eventi di natura eccezionale, quali guerre e catastrofi naturali.Così Basilico ci mostra gli effetti della guerra su di una desolata e offesa Beirut, e Polidori ci porta ad exemplum la New Orleans devastata da Katrina.

Robert Polidori

Copyright: Robert Polidori

Il germe della mutabilità è però insito, come si è detto, nella temporalità di questo mondo, e ce lo lasciano intuire autori come Tettamanti e Nefzger, in immagini di luoghi dall’apparenza lieve e pacifica, i quali nascondono dietro quella facciata gravi minacce climatiche ed ecologiche; ma ce lo additano pure Martina Della Valle, attraverso una sorta di sospensione temporale determinata dalla giustapposizione di realtà storiche differenti, Primoz Bizjak e Teodoro Lupo attraverso l’atemporalità percepita in luoghi abbandonati più o meno vistosamente corrosi dall’incuria. Nelle opere di Andrea Botto il riflesso del cambiamento si coglie nell’impotenza degli abitanti della Pianura Padana, ridotti a spettatori, verso i mutamenti irreversibili che l’edificazione d’una grande opera apporterà al loro paesaggio.

Guidi e Burtynsky mettono in scena, invece, da una parte la finta indifferenza celata da rigore formale (che nelle immagini del primo la perfezzione non riesce a “sterilizzare” i luoghi dalle tracce umane!), dall’altra un improbabile sapore epico: la grande diga voluta dal governo cinese sul fiume Yangtze in sacrificio al progresso non può mettere in ombra la tragedia umana degli insediamenti umani - da lui “immortalati” - e di un’economia antica di colpo cancellati.

La temporaneità di ogni cosa spicca ancor di più se si pensa al fatto che le immagini fotografiche, con il loro essere concettualmente ed indissolubilmente legate al luogo e al tempo preciso in cui hanno impressionato la pellicola ovvero il sensore digitale, sono l’emblema di un attimo fuggente, che fittiziamente vogliamo rubare al divenire delle cose. Cose, che tutte - senza eccezione - in qualche punto nella linea del tempo (somewhen!) muteranno e decadranno.

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Martine Voyeux a Corigliano (CS)

Posted by Rosa Maria Puglisi on September 22, 2008

Martine Voyeux

Copyright: Martine Voyeux

Giunto alla sua sesta edizione Corigliano Calabro Fotografia ha proposto nell’arco di pochi giorni, all’inizio di questo mese, una serie di appuntamenti per gli appassionati - workshop, letture di portfolio, mostre - come ogni anno piuttosto interessanti, malgrado la lamentata disattenzione e il mancato sostegno da parte della Regione e della Provincia.

Conclusasi il 10 Settembre, la manifestazione continua idealmente fino al 9 Novembre con le varie mostre proposte, delle quali potete trovare notizia sul sito-blog ufficiale ad essa legato.

Fra queste mostre attira particolarmente la nostra attenzione quella di Martine Voyeux che ha come titolo “Saga Maure”.

Interessante lavoro realizzato fra il 1983 e il 1994 in Marocco e in Andalusia, rappresenta un mondo sospeso senza tempo, archetipo del Mediterraneo e delle sue genti, fatto d’impressioni colte quasi con la coda dell’occhio, le quali traducono e trasmettono i sentimenti di questa fotografa francese, scarsamente nota ai più malgrado il suo ormai lungo impegno.

Del suo interesse antropologico, e anche sociale, troviamo traccia anche nel suo esser stata nel 1989 co-fondatrice dell’Agenzia di Autori Métis, il cui nome - non è certamente un caso! - fa riferimento al “meticciato”, quindi alla fusione fra popoli e culture di cui questa mostra esprime un senso profondo.

Come possiamo constatare, non si tratta di una visione scientifica fredda e distaccata, ma della lettura poetica di una realtà, della resa evidente di aspetti e sentimenti che il nostro sguardo cieco non coglie più. “Sotto la superficie, l’impressione di un al di là dove si trama qualcosa. I luoghi che scelgo sono teatri dove si recita l’illusione della vita. Rilevo degli indizi, delle atmosfere, dei visi dimenticati, dei frammenti di un intensità misteriosa, specchi in un abisso che riflettono il mio bisogno di sacro nelle cose piu’ semplici”; sono queste affermazioni dell’artista.

Le immagini di “Saga Maure” erano state pubblicate qualche anno fa in un libro omonimo, edito da Marval , accompagnati da novelle inedite di Manuel Vazquez Montalban e di Mohamed Choukri.

Martine Voyeux

Copyright: Martine Voyeux

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“Piccante … Rosso”

Posted by Rosa Maria Puglisi on September 4, 2008

Fulvio Bortolozzo

Copyright: Fulvio Bortolozzo

Nata a Diamante nel 1994, paese in provincia di Cosenza noto per i suoi murales oltre che per il suo bel mare, l’Accademia Italiana del peperoncino è una associazione Onlus, che intende approfondire e diffondere in Italia la “cultura piccante”, ovvero quella del peperoncino tanto amato in terra di Calabria.

A 14 anni dalla sua istituzione, essa conta oggi oltre cinquemila soci e sessanta delegazioni accademiche nelle principali città italiane, ed ha persino delle sedi di rappresentanza all’estero: New York, Tokyo, Parigi, Monaco di Baviera, Basilea, Sydney, Losanna.

Dal 10 al 14 di Settembre l’associazione presenta il “Peperoncino Festival” proprio a Diamante, dedicato manco a dirsi ad «arte, cultura e gastronomia in salsa piccante».

Della manifestazione quest’anno fa parte anche una curiosa mostra fotografica, dal titolo emblematico di “Piccante … Rosso”, organizzata grazie all’ausilio dell’dall’associazione romana MassenzioArte, la quale si è prestata a coordinare una sorta di gioco delle libere associazioni mentali (per immagini) nel quale ha coinvolto 5 noti fotografi.

Chiamati a produrre una serie di sole quattro foto, con le quali interpretare il tema del “rosso piccante”, Fulvio Bortolozzo, Maurizio Chelucci, Carlo Gianferro, Susan Kammerer; Giandomenico Marini, I quali hanno interpretato, raccontandolo ciascuno a proprio modo, con perizia e talora con ironia divertita, il tema loro proposto: quello del rosso e del piccate, in senso lato.

Ne sono nate immagini che come il rosso, e proprio attraverso l’uso sapiente di questo colore, evocano qualcosa di non conformistico e provocante, pungente per il senso della vista, come il peproncino per quello del gusto. E una mostra, che è un vero e proprio “stimolo visivo, perché l’appetito viene anche guardando“!

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il Foto8 Summershow e Carlo Bevilacqua

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 23, 2008

E’ una mostra, una fiera e anche un premio. Alla sua prima edizione, è stata inaugurata ieri pomeriggio alla Host Gallery di Londra, e sarà aperta fino al 31 agosto.

E’ il Foto8 Summershow, una megaesposizione, dove i visitatori potranno ammirare i lavori di oltre 150 fotografi emergenti usciti da una selezione fra circa 1800 partecipanti, e scegliere di acquistarne le stampe.

In Agosto poi una giuria sceglierà quella che sarà decretata la “migliore immagine”, alla quale sarà assegnato un premio di £1000.

L’iniziativa è propagandata come “un’opportunità unica di vedere nuovi ed affermati talenti fotografici, comprare stampe abbordabili e investire nella fotografia del futuro”.

Dietro a questa operazione promozionale artistico-commerciale c’è 8 Magazine, premiata rivista quadrimestrale londinese (”best designed consumer magazine”, fra le riviste con diffusione sotto le 40.000 copie) nata nel 1991, che da sempre sostiene il lavoro dei fotografi contemporanei e incoraggia il fotogiornalismo indipendente.

Fra gli espositori vi è Carlo Bevilacqua, il cui lavoro dal titolo “Indian Stills” si trova attualmente esposto anche in una mostra presso la Galleria delle Battaglie di Brescia, nell’ambito della III Biennale della Fotografia; chiusura il 14 settembre (come la Biennale).

Si tratta di un corpus di trenta immagini: ritratti realizzati in India, il cui rigoroso bianco e nero richiama immagini d’altri tempi, quasi da trattati d’antropologia. Non a caso, visto che fin dagli anni Ottanta questo è stato un interesse specifico che l’autore ha più volte mostrato.

Presentano in grande semplicità volti antichi, seppure attuali, imperturbabili e solenni davanti all’obbiettivo, chiusi in una franca dignità, in una sorta di calma olimpica, che ci pare riflettere un profondo sostrato culturale, quale ci è stato consegnato da antichi testi e non certo dalle immagini flokloristiche che spesso ci rimandano ad un’India ora festosa, e fastosa, ora miserrima.

Sembrano per questo immagini senza tempo, con le figure che si stagliano su sfondi molto semplici, a volte appena accennati, sempre avvolti in una luce che ne risalta l’incanto e l’enigma della lontananza.

Carlo Bevilacqua è nato a Palermo nel 1961 e alterna il suo lavoro di fotografo a quello di regista di documentari e videoclip musicali. Maggiori notizie e una vasta galleria d’immagini (fra le quali quelle di Indian Stills) potrete trovarle sul suo sito personale.

(c) Carlo Bevilacqua. Dalla serie "Indian Stills".

(c) Carlo Bevilacqua. Due immagini della serie "Indian Stills"

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la Sicilia oltre la Sicilia

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 21, 2008

Hyroyuki Masuyama: Roverella, light box - 2007, 20x200x4cm

Cosa resta della Sicilia oltre la Sicilia degli stereotipi, quella cui ci hanno abituato film e reportage di grandi del passato più o meno recente?

A questa domanda dovrebbe rispondere la mostra che si è inaugurata sabato 19 Luglio ad Acireale, presso la Galleria Credito Siciliano, sita sulla scenografica piazza del Duomo al civico 12. Curata da Marco Meneguzzo e realizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, s’intitola “Dopo la Sicilia”.

Gea Casolaro: Due Palermo, uno sguardo, 2003-2006, video, 00:18:34, courtesy The Gallery Apart

Si sono cimentati, ognuno a proprio modo, sulla questione 30 fotografi internazionali ed italiani. Fra loro nessun isolano, perché la percezione del luogo doveva essere “distaccata” e sensibile alle peculiarità, che un nativo avrebbe date come scontate.

I loro sono nomi conosciuti, alcuni anche molto prestigiosi, della fotografia e della video-arte: Gabriele Basilico, Marco Anelli, Stefania Beretta, Marina Ballo Charmet, Gea Casolaro, Vincenzo Castella, Chiara Dynys, Ico Gasparri, Claudio Gobbi, Guido Guidi, Hiroyuki Masuyama, Dominique Laugé, Luo Yongjin, Olivo Barbieri, Luca Campigotto, Francesco Iodice, Marcello Maloberti, Mocellin/Pellegrini, Multiplicity, Alessandro Natale, Adrian Paci, Thomas Struth, Carlo Valsecchi, Massimo Vitali, Luca Vitone, Xiong Wenyun, Silvio Wolf.

Lo sguardo col quale tutti loro hanno esplorato il territorio locale, ha rilevato senza dubbio un’ormai scontata e impietosa globalizzazione: l’esser parte della Sicilia del grande processo di mondializzazione” con tutta la monotonia e le incognite, che da questo derivano.

Claudio Gobbi: Stadio di Messina – c-print 46 x 93 cm

Ne risultano opere più o meno fresche, più o meno originali, dalle quali - forse inevitabilmente - capita che emergano più gli stili personali dei singoli artisti, che il carattere particolare di questa regione, tanto celebrata quanto oltraggiata, così carica di contrasti. Emergono luoghi qua e là, astratte visoni e sentimenti, ma resta la sensazione che sia un’operazione da ritentare, quella che ci si era preposta.

La mostra sarà aperta fino alla fine di Febbraio e durante questi mesi avranno luogo anche workshop gratuiti, affidati ad alcuni degli artisti selezionati, indirizzati a studenti universitari e delle accademie.

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Per informazioni a riguardo potrete rivolgervi a:

Filippo Licata
tel.: 095.600.280
e-mail: licata.filippo@creval.it

Luo Yongjin: arch,palermo,2007,epson pigment ink on art paper,25cmx117cm. Courtesy Galleria dell’Arco

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fra pittura e fotografia: i ritratti di Adria Sartore

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 15, 2008

In questi giorni, fino al 22 Agosto, è aperta alla Eleven Rivington di New York una mostra dal titolo “Stories: Portraits”(11 Rivington Street, fra Bowery e Chrystie Street, sono queste le esatte coordinate per i fortunati che magari si trovano da quelle parti) .

Si tratta di una collettiva di pittura, a cui partecipa un’artista genovese, Adria Sartore, della quale mi fa piacere parlarvi, perché mi dà modo di segnalare uno dei tanti intrecci possibili (e per me auspicabili) fra le arti, che avvengono oggi.

Venuta alla ribalta qualche anno fa in quanto protagonista di un controverso caso - dal quale oltre all’imperizia, se non necessariamente alla disonestà, di certi esperti, era emersa pienamente la qualità del suo lavoro; oggi ha alle spalle una carriera di tutto rispetto, avendo esposto le proprie originali opere in Italia e all’estero, da Londra a New York, da Pechino a San Pietroburgo, mietendo sempre successi, basti dire che nel 2004 il comitato del BP Portrait Award (il più prestigioso premio alla pittura di ritratto contemporanea) l’ha selezionata per la sua annuale mostra presso la National Portrait Gallery di Londra.

Al centro della sua poetica artistica Sartore ha posto, appunto, il genere del ritratto.

Malgrado dopo una certa stagione dell’arte contemporanea il ritratto classico (insieme a tutta la pittura figurativa) sembrasse inesorabilmente tramontato - cosa che era accaduta in una certa misura anche in fotografia - si assiste già da tempo a un rinnovato e crescente interesse verso quello che è uno dei generi artistici più antichi e stimolanti per i suoi sottintesi: dall’antichità in poi ha veicolato - infatti - ideali e idee estetiche, culturali e politiche; ha servito il potere come mezzo di propaganda, ha tramandato spesso nobilitandole le fattezze di gente importante, ma ha anche indagato i moti dell’animo divenendo strumento d‘introspezione e analisi fisiognomico-antropologica, infine psicologica.

In pittura, come in fotografia, la sua attuale riscoperta è collegata a due fondamentali tendenze in varie forme - si direbbe - onnipresenti nell’arte di oggi. Ne ha recentemente scritto Eleanor Heartney, studiosa della contemporaneità, nel suo libro “Art & Today”, pubblicato da Phaidon. Da una parte abbiamo l’interesse per la “narrazione” (non ci sembra un caso il titolo della mostra newyorkese!), dall’altra quello per l’indagine soggettiva della realtà, cui il ritratto si presta a tal punto da divenire una sorta di autoritratto tanto il soggetto può aderire empaticamente all’artista.

In questo quadro va collocata l’esperienza di Adria Sartore.

I soggetti da lei prediletti sono fanciulle o bambine in un‘età di transizione, spesso sull’orlo, non ancora immerse nell’identità di genere, le quali vivono una stagione ingenua carica di sogno e d’incerto presagio.
Non è un tema inedito quello dell’infanzia o dell’adolescenza, gli stessi quadri di Sartore ci rimandano ad altre immagini, spesso fotografiche: da Julia Margaret Cameron a Lewis Carroll, da Sally Mann a Hellen van Meene.

E qui l’intreccio fra fotografia e pittura sembra farsi più stringente: se la fotografa olandese si dichiara profondamente influenzata dal Millais di “Ofelia”, la pittrice genovese proprio a Elizabeth Siddal (musa e modella di Millais per questo celebre quadro) ha reso omaggio in una lunga ricerca (letteralmente, della sua Elisabeth/Ofelia) dalla quale più d’una mostra è scaturita.

Si tratta, è chiaro, d’un comune interesse per la pittura preraffaellita e per l’indagine del mito di un‘età dorata, che tuttavia entrambe svelano ricca d’incognite. Le incognite che la macchina fotografica esibisce sempre al di là di ogni filtro (costituito dalla posa e dalla preparazione accurata di un set), al di là di ogni costruzione intellettuale o sentimentale.

Oltre ogni stereotipo, la macchina fotografica cattura senza pietà la realtà di un istante, ferma particolari che il fluire delle azioni nasconde ai nostri occhi. Fa luce su quell’ “inconscio ottico”, del quale Walter Benjamin si è accorto. Un inconscio che si apparenta strettamente a quello psicoanalitico. Le immagini di Adria Sartore traggono linfa da questo.

L’agnizione della potenziale modella - del suo “shining” (così definisce in un’intervista questa “brillanza” che alcuni soggetti le trasmettono) - avvenuta in un incontro casuale. La “brillanza” che la sua fotocamera cattura in scatti che quell’inconscio ottico rivelano. La ricomposizione in pittura dell’ideale estetico e del mondo interiore dell’artista.

La goffaggine di quell’età acerba, le nubi scure che inavvertitamente solcano uno sguardo apparentemente sereno, vengono tradotte in una pittura raffinata e ricca di richiami all’arte italiana e fiamminga del Quattrocento, dove immaginazione e surrealtà sposano incredibilmente un realismo attento ai minimi dettagli.

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un illustre sconosciuto

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 8, 2008

Ennio Iacobucci insieme ad alcuni religiosi Cao Dai

Per tutta l’estate, fino al 14 settembre, saranno in mostra presso il Museo di Roma in Trastevere le immagini di una guerra che ha segnato una generazione, e che al nostro immaginario è arrivata filtrata attraverso celebri film. Ora per la prima volta a distanza di quarant’anni è possibile vederne la documentazione di prima mano che tante di quelle sequenze cinematografiche ha ispirato.

L’esposizione in questione ha come titolo “Vietnam. Fotografie di guerra di Ennio Iacobucci 1968 – 1975” e, oltre oltre a quegli eventi, ci dà modo di riscoprire un reporter di grande spessore, celebre in quegli anni, poi incredibilmente finito nel dimenticatoio. Ennio Iacobucci, appunto: i suoi lavori erano stati pubblicati nelle maggiori testate internazionali; per le sue immagini esclusive (valgano per tutte quelle di Phnom Pen presa dai kmer rossi) il New York Times l’aveva candidato al Pulitzer nel ‘75.

Nella foto lo vediamo a Tay Ninh accanto ad alcuni religiosi Cao Dai nel 1969. La sua esistenza è stata avventurosa, e breve poiché il rientro nella natia Italia gli avrebbe riservato incomprensioni e amarezze, che l’avrebbero spinto nel ‘77 al suicidio. La nota del curatore della mostra Vittorio Morelli ci dà una chiave di lettura della sua vita e opera.

Le immagini di Iacobucci sono semplici, schiette e piene di umanità. Ci restituiscono il senso del vero lavoro di un reporter, oggettivo e alieno dalle estetizzazioni; non per questo meno coinvolgente.

A tal proposito, coglierei l’occasione per rilanciare (per quanti non avessero avuto modo di leggerla) una discussione che su queste pagine aveva avuto luogo circa un anno or sono, i cui spunti ritengo sempre attuali (oltre che attinenti a questo post). La troverete in questa pagina.

Per un mio approfondimento sulla mostra potete leggere su Cultframe la recensione che ho scritto.

Intanto potrete guardare una selezione di scatti nella galleria che Repubblica ha dedicato alla mostra.

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Notturni Urbani

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 2, 2008

Si inaugura Giovedì 3 Luglio alle ore 17 presso l’Anticamera degli Affreschi al secondo piano del Palazzo Panciatichi, di Via Cavour 4 a Firenze, “Notturni Urbani“.

Il progetto fotografico, a cura di Deaphoto Expo, ha visto sette fotografi dello Staff Deaphoto (Sandro Bini, Michelangelo Chiaramida, Giovanni De Leo, Filippo Brinati, Simone Cecchi, Paolo Contaldo, Lorenzo Rugiati) confrontarsi e misurarsi con l’analisi notturna del paesaggio urbano di Firenze, secondo rigorose procedure tecniche di visualizzazione (cavalletto e pose lunghe) che hanno permesso una visione più lenta, analitica e concentrata.

Le visualizzazioni hanno interessato soprattutto le aree di comunicazione e transito cittadine recentemente interessate da interventi di ristrutturazione urbana, in sintonia con le più recenti tendenze della fotografia contemporanea del territorio, attenta ad analizzare le attuali condizioni di ri-strutturazione e fruizione del nostro paesaggio quotidiano.

Aperta fino al 12 Luglio dal lunedì al Venerdì ore 15-18 e il Sabato ore 9-12.

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Roma vista da Emanuela Gardner

Posted by Rosa Maria Puglisi on June 23, 2008

E’ in mostra a Roma presso la Galleria Alfredo Pallesi (via Margutta 54) dopo l’insolito lavoro fotografico-collagistico di Monica Incisa, proposto l’autunno passato e dedicato a Roma, un nuovo omaggio alla città eterna.

Si tratta stavolta di 22 tradizionali fotografie in bianco e nero, opera di Emanuela Gardner, presentate fino al 4 Luglio in una personale dal titolo “Roma”.

Nata a Verona nel 1952 e cresciuta a Roma, l’artista coniuga da molti anni il suo interesse per la fotografia a quello per la pittura; laureata in filosofia, ha poi trascorso gli anni della formazione artistica in giro per il mondo, ed ha lavorato all’inizio degli anni Ottanta per Vogue Italia, specializzandosi poi come ritrattista di celebrità.

In queste sue vedute possiamo ritrovare le sue primitive passioni, dacché ella ci dice che fotografa le città come fossero volti umani, attenta ai dettagli e inseguendo le proprie sensazioni.

La sua Roma risulta sospesa e silenziosa, come fosse una città fantasma popolata solo da presenze statuarie che evocano la sua lunga storia. Una città irreale, resa ancor più immaginaria dall’enfatizzazione dei toni del bianco e nero, nei quali sovente i bianchi brillano di una luce propria in contrasto con cieli drammaticamente oscuri, dove la materia delle pietre lungi dall’esser salda tende a polverizzarsi fra biancore e granulosità in immagini evanescenti. Qua e là affiorano volumi che anelano alla concretezza.

Si tratta di un lavoro ben fatto, che ci parla di Roma in un linguaggio davvero classico ed al tempo stesso pittorico, per certi versi davvero prezioso nella sua sapiente fattura. Peccato che risulti forse lievemente penalizzato da un immaginario collettivo, il quale ci fa ritrovare in questa mostra immagini stranamente familiari.

All’interno del sito dell’artista troverete una galleria d’immagini.

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In viaggio con Holga

Posted by Rosa Maria Puglisi on June 16, 2008

Fino al 21 giugno è in mostra presso la LAC - Libera Arte Contemporanea di Roma in via del Teatro Pace 3 (nei pressi di Piazza Navona) quello che viene definito il “primo episodio” della serie In viaggio con Holga.

E’ un lavoro a quattro mani di due fotografi, Barbara Palomba e Paolo Cardinali, i quali hanno scelto di esprimersi - in reazione al tecnologismo imperante e “contro la sfrenata ricerca del mezzo fotografico dotato del maggior numero di pixel” - con l’ausilio di una celeberrima “toy camera”, la Holga appunto, cui fa riferimento il titolo.

Per chi - caso mai - lo ignorasse, si tratta di una fotocamera medio formato di plastica (in alcuni modelli lo è persino l’obiettivo!), fabbricata da circa venticinque anni a questa parte dalla LOMO (Leningradskoye Optiko-Mechanichesckoye Obyedinenie).

La sua estrema semplicità, così come la particolarità delle immagini che essa produce a causa di quelli che - di fatto - sarebbero normalmente considerati difetti tecnici (sfocature e vignettature, come entrate di luce anomale), ha fatto sì che la macchina diventasse un mito per una gran massa di persone, che si avvicina - talora senza grandi consapevolezze o capacità tecniche - alla cosiddetta “fotografia creativa”. La macchina è stata così corredata nel tempo di filtri e obiettivi, che ne accentuavano i risultati “creativi” ed alcuni fotografi professionisti non hanno disdegnato di sondarne le possibilità espressive.

Il fatto che resti pur sempre un “giocattolo per creativi” non infirma tuttavia minimamente la validità delle operazioni artistiche che con Holga si sono talora portate avanti. Non bisognerebbe, infatti, mai dimenticare - e per questo qui lo ribadiamo - che non è tanto la macchina quanto il fotografo a scattare una fotografia: non l’obiettivo della fotocamera (semplice o complessa che sia), il quale potrebbe addirittura sparire nel caso di in un foro stenopeico, ma lo sguardo dell’autore.

Così nella mostra “In viaggio con Holga” i due fotografi con le loro istantanee di viaggio, scattate tra Calcutta e il West Bengala, vorrebbero giustamente ribadire questo concetto e sfruttare le “magagne” di un mezzo tecnico (uno come un altro), per esprimere una propria visione della street photography, estremamente scarna e destrutturata.

Bisogna confessare che di fronte a simili operazioni si resta quasi inevitabilmente dubbiosi. E si finisce purtroppo con l’apprezzarne più le premesse concettuali che gli effettivi risultati, i quali vanno troppo spesso a confondersi in un oceano d’incontrollata creatività, al giorno d’oggi dilagante non meno del tecnologismo, che ha sempre più l’aria d’un semplice gioco quando l’arte è, invece, un serio e faticoso “mestiere”.

“In viaggio con Holga” sostiene Smile, ONG riconosciuta dall’UNESCO.

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