Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

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su New CultFrame si discute dell’etica nel fotogiornalismo

Posted by Rosa Maria Puglisi on April 23, 2009

new_cultframe-logoE’, da ieri ufficialmente, online New Cultframe.

In una più asciutta veste grafica, che conferisce alla rivista un’impronta nuova, visivamente più giornalistica, i lettori ritroveranno il nutrito archivio di articoli e approfondimenti sulla fotografia, il cinema e l’arte contemporanea pubblicati in Cultframe. Ma in più avranno l’opportunità di interagire fra loro e con la redazione attraverso l’inserimento di commenti in calce agli articoli, così come avviene nei blog, per stimolare un proficuo dibattito sugli argomenti proposti.

L’editoriale, che apre questo nuovo corso, non a caso è di quelli che meglio si prestano alla riflessione e allo scambio d’idee. E pone degli interrogativi cruciali.

Ne è pretesto l’assegnazione di un premio Pulitzer a Patrick Farrell, che riporta alla ribalta un argomento – da anni sempre più problematico – di grande rilevanza nel campo della fotografia, sul quale già in passato Maurizio G. De Bonis aveva tentato di attirare l’attenzione : quello del rapporto fra informazione e fotogiornalismo, con tutte le storture del caso. Ne avevamo, a suo tempo, parlato anche qui.

Nell’odierno articolo, alle questioni che vengono poste nell’incipit fa seguito la denuncia di uno stato delle cose che vede imperante nei fotoreporter (trasformati dal sistema in divi) l’esigenza di testimoniare con la loro fotografia nient’altro che il proprio stile (per la verità sempre più omogeneo a quello di chiunque altro) in vista di fama e profitti economici. E vede accantonato ogni tentativo di raccontare quanto più possibile oggettivamente delle storie e delle situazioni in favore della ricerca di un facile senzazionalismo, che specula sulla sofferenza dell’altro; inteso quest’ultimo sempre più come “altro da sé”, distante dal fotografo e da chi sarà il fruitore delle immagini mille miglia, sia geograficamente che emotivamente, ed esibito da questo genere di fotogiornalismo come esponente di un mondo sottosviluppato, quindi esposto senza pietà al nostro sguardo nella sua estrema miseria per divenire oggetto di filistea commiserazione.

Partendo da questi presupposti potremmo, dal canto nostro, aggiungere che forse queste cose che oggi sono una prassi consolidata, a tal punto da sembrare a molti l’unico modo possibile di fare reportage, non sono mai state del tutto estranee ad una certa retorica, attraverso la quale la cosiddetta informazione si è espressa nell’usare la fotografia.

Come aveva segnalato Susan Sontag, nel suo “Davanti al dolore degli altri”: “l’immagine come shock e l’immagine come cliché rappresentano due facce della stessa medaglia”; dacché esiste una precisa iconografia, che da sempre esprime al meglio la sofferenza.

E ancora, uno degli artifici richiesti da quella forma retorica è  l’adozione di uno stile antiartistico (frutto di finta o vera improvvisazione), ricco di “sbavature” tecniche che fanno sembrare tutto più flagrante e vero. Niente a che vedere – è vero – con l’autentica testimonianza e con l’informazione!

L’indubbio “sguardo colonialista”, che oggi ha il “ricco fotografo” (ricco perché incidentalmente rappresentante di una società benestante) e la sua innegabile propensione a negare dignità mostrando il volto e il corpo martoriato degli indigenti abitanti di lontani villaggi del terzo mondo o lontani teatri di guerra, altro non sono in fondo – come ricorda sempre Sontag – che “eredità di una prassi secolare di mettere in mostra esseri umani esotici“. Non tanto, probabilmente, un’esibita sperequazione classista (per quanto infine lo diventi) ma piuttosto un autoreferenziale egocentrismo, che fa considerare il diverso da sé “come qualcuno da vedere, e non che (come noi) vede“.

Viene da chiedersi, tuttavia, quanto tutto ciò abbia effettivamente a che fare con le scelte dei fotografi e quanto con quelle di chi diffonde le immagini, ora proponendole come informazione, ora come oggetto d’arte; in un caso o nell’altro come “oggetto da commercializzare” insieme al suo contenuto (e nonostante quello). E quanto abbia addirittura a che vedere con i destinatari finali, gli acquirenti consumatori di questo prodotto fotografico, per le aspettative dei quali fin da principio esso è stato pensato.

Forse riflettere sulla fotografia potrebbe offrire più di uno spunto per rimettere in questione una società, come la nostra, che preferisce guardare tutto da lontano; che indulge in una facile compassione e in altri edificanti sentimenti per sentirsi lontana da ogni responsabilità.

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Attraverso lo Specchio

Posted by Rosa Maria Puglisi on March 10, 2009

fotologieE’ online su “Fotologie” il primo articolo di una rubrica, da me curata, intitolata “Attraverso lo Specchio“.

Si occuperà di introdurre l’opera di alcuni autori che, all’interno della fotografia contemporanea, si trovano a percorrere un proprio cammino “attraverso lo specchio” del reale (questo sarebbe la fotografia per i più!) giungendo alle più disparate soluzioni personali di ricerca.

Loro denominatore comune a me pare sia  il muoversi “oltre” (ma anche “per mezzo di”)  ciò che ci è consueto, penetrando in quell’immagine fotografica che ormai tendiamo a guardare solo in superficie, interrogando se stessi sul cosa e il come,  proprio come Alice, la piccola eroina curiosa di Carroll, che mi è sovvenuta al momento di dover scegliere un titolo per tale rubrica.

Naturalmente ammetto che ho voluto anche creare un rimando al nome del mio blog, sul quale comunque già dall’origine pesa il concetto di una debole coincidenza fra realtà e fotografia, anzi addirittura fra la realtà e l’immagine che di essa ci formiamo.

Spero che questa mia nuova riflessione possa incontrare il vostro interesse. :-)

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una nuova rivista d’arte: Ecclesiae

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 16, 2009

la copertina del primo numero di "Ecclesiae"

la copertina del primo numero di "Ecclesiae"

Nella magnificente cornice di un palazzo nobiliare romano, bello di affreschi e antichi arredi, è stata presentata ieri una nuova rivista specializzata in arte, architettura e comunicazione. Il suo nome è “Ecclesiae” e uscirà con una cadenza bimestrale in Italia ed all’estero: è stampata rigorosamente in versione bilingue con a fronte i testi di ogni articolo tradotti in inglese.

E’ questa, in realtà, una rivista che rinasce, innestandosi sull’esperienza di “Ecclesia”, che, pubblicata nel 1995, per qualche anno era stata un punto di riferimento nel settore. L’eredità che raccoglie è quella di uno strumento raffinato per addetti, la cui attenzione era volta soprattutto all’arte sacra, di committenza religiosa.

La sfida di oggi è quella di porre l’accento sulla pluralità (sottolineata dal nuovo nome), una pluralità di esperienze e linguaggi riconducibili all’unica “assemblea” dell’arte, cui s’intende avvicinare un più vasto pubblico di appassionati.

L’aspetto è diventato più godibile, il formato più grande e patinato adatto ad ospitare più degnamente un numero maggiore d’immagini. La prima tiratura non è che di 6000 copie, ma è destinata certamente ad aumentare, poiché sarà presto in vendita in librerie, museum shop ed edicole in Italia, Stati Uniti, Canada, America Latina e Spagna.

Il suo primo numero, definito “ancora di rodaggio”, pare comunque esprimere bene la vocazione all’universalità e l’apertura al nuovo, che stanno a monte di quella che si può definire senz’altro un operazione culturale in controtendenza al giorno d’oggi, non fosse altro che per la congiuntura economica del momento.

A partire dalla copertina, che dà risalto all’opera di un artista iraniano, Aydin Aghdahloo, che nella sua pittura condensa l’esperienza del Rinascimento italiano e la tradizione del suo Paese, reinventandole concettualmente. Per continuare con i ripetuti espliciti riferimenti ad internet all’interno di un percorso che rimane tuttavia saldamente ancorato ad argomenti più classici.

E’ rimarchevole l’apertura alla fotografia, la quale entra prepotentemente in questo universo d’arte attraverso la drammatica espressione del fotogiornalismo, con un intervista al belga Gael Turine, reporter alieno alle manipolazioni ideologiche e tecniche.

Da segnalare, ancora, il cosiddetto “Melting Point“, punto di fusione di fatti e idee, raccolta di recensioni dagli argomenti più disparati, pensato per stimolare riflessioni e dibattiti.

“Ecclesiae” ha come obiettivo dichiarato promuovere la bellezza come “linguaggio trasversale in grado di unire popoli e culture in un dialogo ininterrotto a prescindere dalle proprie appartenenze, anzi valorizzandole”, questo afferma nell’editoriale Carolina Drago.

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il Foto8 Summershow e Carlo Bevilacqua

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 23, 2008

E’ una mostra, una fiera e anche un premio. Alla sua prima edizione, è stata inaugurata ieri pomeriggio alla Host Gallery di Londra, e sarà aperta fino al 31 agosto.

E’ il Foto8 Summershow, una megaesposizione, dove i visitatori potranno ammirare i lavori di oltre 150 fotografi emergenti usciti da una selezione fra circa 1800 partecipanti, e scegliere di acquistarne le stampe.

In Agosto poi una giuria sceglierà quella che sarà decretata la “migliore immagine”, alla quale sarà assegnato un premio di £1000.

L’iniziativa è propagandata come “un’opportunità unica di vedere nuovi ed affermati talenti fotografici, comprare stampe abbordabili e investire nella fotografia del futuro”.

Dietro a questa operazione promozionale artistico-commerciale c’è 8 Magazine, premiata rivista quadrimestrale londinese (“best designed consumer magazine”, fra le riviste con diffusione sotto le 40.000 copie) nata nel 1991, che da sempre sostiene il lavoro dei fotografi contemporanei e incoraggia il fotogiornalismo indipendente.

Fra gli espositori vi è Carlo Bevilacqua, il cui lavoro dal titolo “Indian Stills” si trova attualmente esposto anche in una mostra presso la Galleria delle Battaglie di Brescia, nell’ambito della III Biennale della Fotografia; chiusura il 14 settembre (come la Biennale).

Si tratta di un corpus di trenta immagini: ritratti realizzati in India, il cui rigoroso bianco e nero richiama immagini d’altri tempi, quasi da trattati d’antropologia. Non a caso, visto che fin dagli anni Ottanta questo è stato un interesse specifico che l’autore ha più volte mostrato.

Presentano in grande semplicità volti antichi, seppure attuali, imperturbabili e solenni davanti all’obbiettivo, chiusi in una franca dignità, in una sorta di calma olimpica, che ci pare riflettere un profondo sostrato culturale, quale ci è stato consegnato da antichi testi e non certo dalle immagini flokloristiche che spesso ci rimandano ad un’India ora festosa, e fastosa, ora miserrima.

Sembrano per questo immagini senza tempo, con le figure che si stagliano su sfondi molto semplici, a volte appena accennati, sempre avvolti in una luce che ne risalta l’incanto e l’enigma della lontananza.

Carlo Bevilacqua è nato a Palermo nel 1961 e alterna il suo lavoro di fotografo a quello di regista di documentari e videoclip musicali. Maggiori notizie e una vasta galleria d’immagini (fra le quali quelle di Indian Stills) potrete trovarle sul suo sito personale.

(c) Carlo Bevilacqua. Dalla serie "Indian Stills".

(c) Carlo Bevilacqua. Due immagini della serie "Indian Stills"

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