Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for the 'Libri' Category


intervista a Stefano Mannucci

Posted by Rosa Maria Puglisi on June 13, 2008

Segnalo la pubblicazione sul blog Idee in Bianco e Nero di una mia conversazione con Stefano Mannucci, autore del libro “Luce sulla Guerra”, del quale mi ero occupata tempo fa recensendolo (vedi l’articolo su Cultframe).

Come già precedentemente ribadito il libro in questione - sul quale verte l’intervista - è “un saggio di carattere storico, che esamina in maniera paradigmatica il ruolo dell’immagine fotografica nella propaganda politica del periodo fascista, rivelandoci retroscena che potrebbero avere un sapore di grande attualità”. Un volumetto particolarmente interessante, che conta su un buon apparato di ricerca storiografica e che ha anche il pregio di essere estremamente fruibile.

E’ pertanto quasi incredibile che non ben chiari dissapori fra l’autore e l’editore (o magari le attuali logiche di mercato) abbiano fatto sì che il libro si trovi già fuori catalogo. Tuttavia, quanti sono interessati potranno ora acquistarlo attraverso il sito ilmiolibro.it.

Per leggere l’intervista, cliccate su questo link

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“The Americans” di Robert Frank nel suo cinquantenario

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 21, 2008

Nel 1955 Robert Frank, fotografo svizzero trapiantato negli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ottiene grazie al sostegno dell’amico Walker Evans una borsa di studio dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation e, grazie ad essa, intraprende un viaggio, in condizioni precarie, attraverso quarantotto Stati a bordo di una vecchia auto con la moglie e i suoi due bambini, durante il quale scatta un‘enorme quantità di fotografie: pare ben oltre 25.000.

Dal suo vaglio emergeranno soltanto 83 immagini, selezionate per un libro, che in America all’inizio non troverà editore, a causa dell’innovazione estetica proposta da quelle immagini, ma ancor di più per via del loro implicito messaggio ideologico, non conforme al clima politico dell’epoca.

Il libro viene pubblicato nel 1958 a Parigi da Robert Delpire col titolo “Les Américains”. Ad introdurre il lavoro di Frank vi sono testi di scrittori e pensatori quali Simone de Beauvoir, Erskine Caldwell, William Faulkner, Henry Miller e John Steinbeck.

Grazie al successo di quella pubblicazione, l’anno successivo esce negli Stati Uniti, presso la Grove Press, “The Americans”, con un’introduzione di Jack Kerouac in luogo dei testi proposti in Francia.

Proprio il contributo di Kerouac, la cui celebrità va crescendo col diffondersi del movimento Beat, salva il libro dal flop e fa si che trovi una larga diffusione nonostante incontri, prevedibilmente, non poche ostilità da parte della critica.

L’uso massiccio della sfocatura, d’illuminazioni tenui e di sovraesposizioni visibilmente recuperate, i tagli compositivi estremi, l’apparente casualità delle scene riprese, l’ostentata indifferenza verso non solo verso temi tipici, ma anche verso la ricerca di momenti salienti da immortalare (veri e consolidati topoi ), fanno di quest’opera qualcosa di inatteso, addirittura “sovversivo” per l‘epoca.

Sono questi i mezzi espressivi adottati dall’artista per rendere manifesta la propria visione personale di quella grande Nazione; una visione sicuramente ambigua nei sentimenti, ma che allora venne probabilmente recepita senza mezzi termini come un attacco frontale da parte di questo europeo all’ottimismo dettato dall’Establishment.

Frank venne tacciato di antiamericanismo e di simpatie verso un’ideologia di sinistra (in un periodo in cui il ricordo del maccartismo era ancora vivo), quando non d’incompetenza: riviste come la diffusissima Popular Photography stroncarono le sue fotografie, stigmatizzando come imperdonabili carenze (”sfocatura senza senso, grana,esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e sciatteria generale”) quelle che invece erano scelte linguistiche innovative alquanto coraggiose.

Come dirà Elliott Erwitt: “Le immagini di Robert Frank potrebbero colpire qualcuno come sciatte - l’estensione dei toni non è giusta e cose del genere - ma sono di gran lunga superiori alle immagini di Ansel Adams per quanto riguarda la qualità, perché la qualità di Ansel Adams, se posso dirlo, è essenzialmente la qualità di una cartolina. Ma la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

Attraverso il suo sfocato, e i toni cupi, si manifesta un’angoscia esistenziale punteggiata da aperture inattese; in certe inquadrature decentrate si ritrova il senso frustrante d’indeterminatezza di una condizione monotona e intrinsecamente priva di senso, tipica di “quel tipo di civiltà nata qui [in America] e che si stava diffondendo ovunque”.

Era questo che il fotografo svizzero riportava puntualmente in un’opera, che - proprio come egli aveva previsto nel richiedere la borsa di studio - aveva preso via via forma, lungo i percorsi fisici e quelli mentali, per i quali s’era mosso senza una meta prestabilita, spinto da un’esigenza interna e dall’inquietudine (come accade “sulla strada” kerouachiana).

Nelle sue fotografie i moti dell’animo fluiscono nel continuo movimento reale - da cui l‘artista si sente attratto (“amo guardare cose banali, cose che si muovono”) -, movimento che è costantemente suggerito dal dinamismo percettivamente intrinseco proprio alle licenze tecniche, che allora gli furono aspramente contestate.

L’intenzione cinetica, del resto, pervade “The Americans” perfino nel “montaggio” della sua sequenza fotografica (quasi cinematografica: non per niente negli anni seguenti si dedicherà anche al cinema) dove ogni scatto è legato al successivo da una concatenazione logica, a seconda dei casi più o meno evidente, basata su una sorta di metamorfosi, per il quale troviamo il ricorrere di forme e di temi caratterizzanti (come bandiere, automobili, cappelli, simboli funerei) sapientemente variati in un gioco di contrappunti visivi.

La sua poetica - è stato scritto - è affine al free jazz di Ornette Coleman, il quale in quegli stessi anni ha esplorato i confini formali della musica dissolvendoli e ampliandoli come Frank ha fatto con quelli della fotografia; facendo piazza pulita di strutture e composizioni ormai stereotipate, aprendo strade - ad uno sguardo retrospettivo - non così sovversive dal momento che hanno solide radici proprio nella tradizione che hanno solo apparentemente negato, ma soltanto nuove: sono quelle che percorreranno fotografi come Diane Arbus, Gary Winogrand, e Lee Friedlander.

“The Americans” ha ben rappresentato l’anima inquieta dell’America della Beat Generation ed è stato considerato da molti fotografi una vera opera seminale per la fotografia americana.

Per celebrarne il cinquantenario dalla prima pubblicazione, che è ricorso il 15 maggio di quest’anno, la casa editrice tedesca Steidl ha ripubblicato il libro in una veste totalmente nuova, curata in ogni particolare dallo stesso Robert Frank. L’aspetto grafico è stato riveduto, e - soprattutto - le immagini proposte risultano sensibilmente diverse: frutto di una scansione digitale in tricromia delle stampe vintage dell’artista, esse restituiscono alla vista molti particolari che in edizioni precedenti erano andati perduti; e spesso ci troviamo di fronte alla proposta di nuovi tagli compositivi; inoltre compaiono qui due immagini stampate da negativi originali differenti rispetto a quelle usate in tutte le passate edizioni.

La versione italiana del libro è pubblicata da Contrasto.

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IMAGINES

Posted by Rosa Maria Puglisi on March 25, 2008

st_logo.gifSegnalo per venerdì 28 marzo 2008, ore 18.00 alla s.t. foto libreria galleria (via degli ombrellari, 25 Roma), la presentazione della collana “IMAGINES” dell’editore Franco Angeli, diretta da Francesco Faeta e dedicata agli Studi e materiali di etnografia visiva e di antropologia culturale.

Interverrano Luigi M. Lombardi Satriani e Lello Mazzacane. Saranno, inoltre, presenti i curatori dei due volumi in corso di stampa, Cristina Grasseni e Ferdinando Mirizzi, e gli autori dei primi tre volumi editi:
Francesco Faeta, Fotografi e fotografie. Uno sguardo antropologico
Antonello Ricci, I suoni e lo sguardo. Etnografia visiva e musica popolare nell’Italia centrale e meridionale
Francesco Marano, Camera etnografica. Storie e teorie di antropologia visuale.

Per informazioni rivolgersi a info@stsenzatitolo.it

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“Time passes” di Robert Adams

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 30, 2008

copertina del libro “Time Passes” di Robert AdamsLa Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi ha recentemente ospitato l’opera di Robert Adams in un’esposizione dal titolo “On the Edge features”, conclusasi da pochi giorni.

Forse non particolarmente noto al grande pubblico - tanto da essere talora confuso con il quasi omonimo Ansel Adams (sic!), al quale può essere assimilato al più in quanto “paesaggista“ - egli è in realtà apprezzatissimo da una certa critica “impegnata“, ed è stato insignito negli anni di svariati riconoscimenti e premi, fra gli altri l’ambita MacArthur Foundation fellowship, detta anche “genius grant”.

Ex professore di Letteratura inglese,  considerato superficialmente da alcuni un semplice fotografo documentario, Adams è da circa quarant’anni a questa parte un autore sensibile, il quale ha posto al centro della sua ricerca dai forti accenti estetici il paesaggio urbano e rurale del West.
Il suo è un lavoro attuale, giocato sul minimalismo e carico d’implicazioni concettuali quanto politiche, e si pone in netta controtendenza rispetto a molta fotografia contemporanea, sempre meno libera dai condizionamenti del mercato artistico e più tristemente vuota.

Nei suoi scatti, che sembrano citare le immagini dei primi fotografi esploratori, quali Timothy O’Sullivan e William Henry Jackson, è sovente chiara l’intenzione di evidenziare, a fronte di una visione nostalgica e mitizzata - stereotipica - di luoghi legati ad un’epopea pionieristica, l’impronta di una presenza umana devastante. L’uomo, che non appare mai in queste belle immagini in bianco e nero, notevoli per la raffinatezza della loro vasta scala tonale, è sempre sotteso e spesso in termini fortemente critici, come corruttore di una natura meravigliosa.

La Fondation Cartier pubblica ora un libro-catalogo in due lingue (inglese e francese), distribuito da Thames & Hudson: “Time passes”.
Il volume raccoglie le immagini dell’omonima serie - una delle tre esposte nella sopra menzionata mostra - scattate fra il 1990 e il 1992 in una zona nord-occidentale degli Stati Uniti non lontana dall’attuale dimora del fotografo ad Astoria in Oregon, luogo un tempo celebrato per le sue vaste foreste, ora tristemente conosciuto per i disastri ambientali determinati dallo sfruttamento industriale delle stesse.
Per una volta, però, i disastri ambientali lasciano il passo ad una diversa meditazione: sulla transitorietà e sulla fragilità del bello; e trentadue fotografie, finora inedite, aprono a visioni sospese e quasi metafisiche di coste e scorci sul mare.

E’ una meditazione di grande e semplice poesia, quella che Robert Adams ci offre, con mezzi minimi di grande impatto emotivo degni di un artista, come lui, che è pure acuto pensatore e scrittore per quanto riguarda le questioni estetico-fotografiche.

A tal proposito, la Fondation Cartier propone anche “En longeant quelques rivières“, la prima traduzione in francese del libro “Along Some Rivers” - collezione di immagini e conversazioni del fotografo americano con storici dell’arte, curatori, fotografi, studenti, scrittori e professori - edito nel 2006 da Aperture.

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Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 10, 2008

invito

Volentieri rilancio la seguente segnalazione fatta da Stefano Mannucci in un gruppo di Flickr. Si tratta di un incontro con Irme Schaber - autrice del libro «Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola» - che si terrà domani venerdì 11 gennaio 2008, alle ore 18.30, presso i locali dell’associazione culturale fotografica Gerdaphoto, in via del Pigneto 247 a Roma.

Parteciperanno al dibattito: Elisabetta Bini (storica specializzata negli studi sul gender), Bianca Bracci Torsi, Manuela Fugenzi, Elena Doria (traduttrice del libro).

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Il libro di Irme Schaber, «Gerda Taro: una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola» (Roma, DeriveApprodi, 2007), costituisce la prima biografia storica sulla fotografa tedesca Gerda Taro.

Pubblicato in tedesco nel 1994, con il titolo Gerda Taro: “Fotoreporterin im Spanischen Bürgerkrieg“, il libro ha vinto il Premio Kodak ed è stato tradotto in francese nel 2006.

L’edizione italiana - tradotta dal tedesco da Elena Doria - voluta e promossa dall’associazione culturale Gerdaphoto di Roma, contiene una prefazione della storica Elisabetta Bini, ed è stata rivista, corretta ed ampliata dall’autrice. Essa presenta ai lettori italiani una vasta raccolta di immagini di vita privata della fotografa, nonché le fotografie da lei scattate durante la guerra civile spagnola.

Irme Schaber ha condotto una lunga e accurata ricerca sulle fonti, mettendo insieme le poche testimonianze rimaste su Gerda Taro. Utilizzando le carte di famiglia, gli archivi di Stato, la stampa dell’epoca, e intervistando le persone che hanno conosciuto Taro, ci restituisce un pezzo di storia rimasto finora sconosciuto. Il suo approccio è quello proprio della storia sociale, mirante a ridare voce a una vita troppo spesso dimenticata e rimasta nascosta dietro le vicende del suo compagno, il celebre fotografo ungherese Robert Capa. Il quadro che ne emerge è ricco e sfaccettato, capace di restituire il nesso tra la vita individuale e la storia generale. Attraverso il costante intreccio tra la biografia di Gerda Taro e gli eventi della storia europea degli anni ’30, Schaber getta nuova luce sulle vicende della persecuzione degli ebrei in Europa orientale e in Germania, e sull’impegno antifascista durante la guerra civile spagnola.

Per oltre cinquant’anni, la vita e l’opera fotografica di Gerda Taro sono rimaste per lo più nell’oblio.

Nel 1938 Capa, devastato dalla morte della compagna, pubblicò un libro di fotografie sue e di Gerda Taro sulla guerra civile spagnola, “Death in the Making“, cui seguì una mostra alla New School for Social Research di New York.

Entrambi avrebbero dovuto rendere omaggio alla fotografa e al lavoro che Capa e Taro avevano compiuto in Spagna, ma molti degli articoli che apparvero sulla stampa omisero di includere il nome di Taro tra gli autori delle immagini.

Nei decenni successivi l’archivio fotografico di Gerda Taro andò in parte perduto, e le fotografie che sopravvissero vennero attribuite a Robert Capa e inglobate all’interno del suo archivio.

Nella Repubblica Democratica Tedesca, d’altro canto, Gerda Taro si trasformò in una figura eroica, simbolo della resistenza comunista contro il fascismo, e la sua immagine fu costruita in gran parte da Dina Gelke, madre di Georg Kuritzkes, che era stata amica di Gerda a Lipsia. Solo a partire dalla biografia su Robert Capa scritta negli anni ‘80 da Richard Whelan si è iniziato a far luce sulla vita di Gerda Taro, grazie ad uno studio degli archivi del fotografo ungherese, e ad un contesto storico scevro delle divisioni ideologiche della guerra fredda.

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tempo di regali: un libro di fotografia?

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 18, 2007

Consapevole del fatto che in questi giorni lo shopping natalizio può diventare un fattore ansiogeno tale da impedirci di pensare a quei libri, che magari abbiamo già visto mille volte, come (perché no?) a dei possibili regali, vi ripropongo la recensione di un testo base per la comprensione del linguaggio fotografico.

Uscito quattro anni or sono (la recensione risale a quand’era fresco di stampa ed era apparsa su Cultframe), il libro è tuttora più che valido.

Si tratta di “Leggere la fotografia. Osservazione e analisi delle immagini fotografiche” di Augusto Pieroni

Allo scopo di darvi ulteriore ispirazione aggiungo anche questo link alle monografie fotografiche della Taschen, che - come potrete constatare - propone un nutrito catalogo di opere interessanti a partire da prezzi incredibilmente contenuti. Segnalo, in particolar, le edizioni speciali per celebrare il venticinquesimo anniversario di questa casa editrice tedesca.

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Leggere la fotografia

In uno scritto di qualche anno fa, Augusto Pieroni analizzava il sempre più stretto rapporto che lega l’arte contemporanea e la fotografia, vedendo in quest’ultima un potente strumento di conoscenza e di rielaborazione delle forme visive.
Con un nuovo libro, intitolato “Leggere la fotografia”, egli ora indaga gli aspetti prettamente comunicativi di questo mezzo; e lo fa nella maniera più diretta, dando all’opera la forma di un manuale.

Già dal titolo, infatti, l’autore rivela un preciso intento didattico, che trova riscontro nella struttura del testo, organizzato in modo che ad ogni capitolo corrisponda un modulo, con una sintesi degli argomenti trattati all’inizio, e a chiusura l’esame di alcuni casi concreti.
Nella parte conclusiva del volume, sono poi proposte attività (esercitazioni finalizzate a produrre elaborati propri, e letture guidate degli esemplari testi fotografici di alcuni maestri, quali Man Ray e Cartier-Bresson), che rendono il libro familiare ed al tempo stesso appetibile a un target giovanile.

Pieroni, che definisce l’ambito del linguaggio fotografico preoccupandosi d’includervi “testi” di differente aspetto e natura, purché prodotti dalla registrazione su supporto materiale di un flusso luminoso (dal dagherrotipo all’immagine digitale), s’inoltra nella sua dissertazione attraverso tre fondamentali aree analitiche, nell’ordine: contesti, forme, contenuti.
Lo scopo dichiarato è di “organizzare lo sguardo del lettore” per permettergli di “dare un senso” all’immagine fotografica, piuttosto che godere inconsapevolmente e supinamente dei messaggi da questa veicolati.
Così, da esperto docente, l’autore propone un approccio a tutto tondo, che offre a chi legge le basi indispensabili per orientarsi all’interno di un discorso sintetizzante varie forme d’indagine critica.
Scritto in un linguaggio vivace e a volte fin troppo colloquiale, questo libro appare di facile consultazione, ricco di spunti per un percorso conoscitivo che rimane opportunamente aperto e alieno dai vari nozionismi. E’ un avvincente compendio per quanti si avvicinino poco smaliziati alla fotografia.

Rosa Maria Puglisi

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Mario Vidor e la Sicilia: un viaggio fotografico alla ricerca del mito

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 16, 2007

“La magia, il mito e la suggestione degli antichi centri siciliani sono stati filtrati, interpretati e fatti propri, dando loro nuova vita, dall’obiettivo di Mario Vidor.
In questa personale l’approccio storico non ne rappresenta l’aspetto innovativo, considerata l’esperienza del fotografo d’arte nel settore; piuttosto l’originalità è da ricercare nella resa con cui egli ha saputo dimostrare il profondo rispetto per civiltà millenarie, focalizzato con immagini austere, di grande impatto emotivo, attraverso le quali la genialità dell’Uomo trascende sia l’ambito del tempo che quello dello spazio, per assumere una dimensione condivisa, universale sul valore delle opere umane”. Enrica Angella e Piero Bongi

Segnalo la presentazione del volume di Mario Vidor “SICILIA, tracce dal passato”, lunedì 17 dicembre 2007, ore 18.00, presso la Libreria Internazionale Ulrico Hoepli di Milano (nello Spazio Espositivo secondopiano).

Di questo libro s’era detto qualche mese fa, in occasione di una mostra a Palermo che ne aveva accompagnato l’uscita.

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“L’immagine della memoria“

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 15, 2007

Continuando sulla scia delle segnalazioni, quella che faccio oggi riguarda l’uscita di un libro, “L’immagine della memoria. La Shoah tra cinema e fotografia“, e la sua presentazione al pubblico mercoledì 21 Novembre alle ore 17, alla Casa della Memoria e della Storia (via San Francesco di Sales, 5), a Roma.
copertina di “L’immagine della memoria” di Maurizio G. De Bonis“La questione della memoria della Shoah è fondamentale per l’evoluzione culturale della società moderna. Il cinema e la fotografia, per la loro natura linguistica, sono forme espressive particolarmente adatte a produrre ed alimentare la memoria. Ed è per tale motivo che hanno generato molto materiale sull’argomento. In questi ultimi anni si è assistito, però, ad una proliferazione, spesso incontrollata, di film ed eventi espositivi legati alla Shoah. In tal senso, appariva necessario procedere a un riordino contenutistico e critico della materia, sempre più oggetto di uno sfruttamento mediatico fine a se stesso.

Questo libro non intende semplicemente catalogare lungometraggi ed avvenimenti artistici legati alla Shoah. Non vuole nemmeno essere un dizionario esaustivo. Intende, invece, far emergere percorsi teorici che possano restituire al tema della memoria della Shoah la profondità di cui necessita, per una divulgazione che non sia solo narrazione/esposizione perturbante ma anche razionale strumento di riflessione individuale e collettiva sugli orrori dell’umanità”.

Pubblicato da Onyx Edizioni, il libro è scritto da Maurizio G. De Bonis, critico cinematografico e fotografico, giornalista , saggista e curatore - ma anche esperto di cinema israeliano e cultura ebraica (nel 2006 è stato anche direttore artistico del Roma Kolno’a Festival, Festival di cinema ebraico) - il quale già in passato si era occupato dei rapporti tra cinematografia e Shoah.

Su Cultframe è possibile leggere l’introduzione al libro “Limmagine della memoria”.

Sul portale Cinema.it troverete una recensione.

Alla presentazione di mercoledì, patrocinata da F.I.A.P. - Federazione Italiana Associazioni Partigiane e A.N.E.D. - Associazione Nazionale Ex Deportati, coordinata da Vittorio Cimiotta (presidente FIAP), oltre all’autore, interverranno Aldo Pavia (presidente ANED), Marco Delogu (direttore artistico di FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma) e Piero Spila (vicepresidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani).

Sarà, inoltre, proiettato “Vivi nel tuo sangue” un rarissimo film prodotto e girato in Israele dal cineasta e fotografo David Perlov, premiato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 1962.

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“Il volto delle parole”

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 8, 2007

Paola AgostiRisale al 1992 la pubblicazione di “Mi pare un secolo”, edito da Einaudi. Frutto dell’opera di Paola Agosti e Giovanna Borgese, con la sua nutrita collezione di ritratti e di testimonianze dei “grandi vecchi” - uomini e donne all’epoca ultrasettantenni che con la loro opera artistica e intellettuale avevano contribuito a delineare i caratteri della cultura del Novecento - il libro rappresenta non tanto una curiosità per i cultori di tali grandi personalità, quanto un importante riferimento per quanti abbiano voglia di capire l’essenza del cosiddetto “secolo breve”, secondo la definizione di Eric Hobsbawm che proprio ad aprire il suo celebre saggio aveva scelto dodici fra le testimonianze rilasciate alle due fotografe ed originariamente apparse a commento di quei ritratti. Varie mostre, in Italia e all’estero, seguirono alla pubblicazione della loro opera.

Dall’esperienza di allora, e da un’ormai ventennale amicizia e collaborazione tra due donne così diverse per temperamento ed evoluzione professionale, come pure da una recente esposizione presso l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, è nata l’idea di proporre le immagini di alcuni fra i maggiori rappresentanti della cultura italiana del secolo passato nella mostra “Il volto delle parole”, attualmente visitabile a Monza nello spazio espositivo del Binario 7, grazie al patrocinio del Comune e di Scenaperta spa.

Per questa mostra sono esposte 50 immagini in bianco e nero, ritratti di altrettanti intellettuali italiani del Novecento, nei quali le autrici hanno saputo sapientemente cogliere espressioni transitorie rivelatrici dei caratteri di questi personaggi, ma anche atmosfere dei luoghi quotidianamente vissuti non meno che di quelli deputati alla loro attività di pensatori.

Giovanna BorgeseGrazie all’abilità delle fotografe, e forse grazie anche al particolare modus operandi (dettato dalla decisione di scattare insieme) tali personaggi, presi “fra due fuochi” e “distratti”, ci appaiono quasi dimentichi, se non del proprio ruolo, della propria “maschera sociale”. E ci sorprendono con la spontaneità ed autenticità che troviamo nel loro porsi di fronte all’obiettivo.

Agli occhi del visitatore si alternano volti sorridenti o pensosi, intenti a comunicare con chi li stava fotografando o apparentemente chiusi nelle proprie riflessioni.

Sono i volti che si celavano dietro la parola scritta. A volte tanto restii ai fotografi da aver lasciato dietro di sé rarissime immagini: è questo il caso, ad esempio, di Anna Maria Ortese concessasi allo “sguardo discreto” di Paola Agosti.

E’ “il volto delle parole”, come recita il titolo della mostra (curata dal critico Alberto Crespi) e del catalogo che l’accompagna, in cui a ciascun volto è accoppiata la glossa di un suo breve brano.

Un volto che poteva essere una rivelazione, e che miracolosamente oggi conserva l’aura tutta speciale di un’epoca ben diversa dalla nostra per la quale l’immagine di uno scrittore non è che il richiamo pubblicitario per la vendita del suo ultimo libro, ormai ridotto a un prodotto come un altro.

Paola Agosti

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Enzo Sellerio: “Fermo immagine”

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 5, 2007

sellerio.jpgAncora per una settimana sono esposti a Firenze presso il MNAF - Museo Nazionale Alinari della Fotografia - di Firenze 100 scatti fotografici (inclusi alcuni inediti, e di vita familiare), di Enzo Sellerio, per una mostra dal titolo “Fermo immagine”, della quale il celebre fotografo ed editore siciliano è anche curatore, insieme a Monica Maffioli.

Promossa dalla Fondazione Banco di Sicilia, in collaborazione con la Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, essa è un accurato excursus che copre un lavoro di reporter colto e raffinato svolto da Sellerio in un arco di cinquant’anni.

Partendo dalle prime immagini d’impronta più nettamente neorealista, che negli anni Sessanta aprirono a Sellerio la via di una fama internazionale (fu collaboratore allora anche di Vogue e di Fortune), prima del suo progressivo distacco dalla fotografia in favore dell’editoria, arriva fino ad un suo recente ritorno alla fotografia. Nel 2006, infatti, quasi per sfida accetta due successivi incarichi: da parte del settimanale Specchio (per un servizio sul quartiere palermitano dello Zen), e della Fondazione Banco di Sicilia, che gli commissiona una serie di fotografie d’interni dell’antica sede del Monte di Pietà a Palazzo Branciforte.

Molte delle immagini, che si possono ammirare in questa mostra, sono ormai Storia, parte di un immaginario comune che richiama alla mente una Sicilia oggi scomparsa, o meglio snaturata dall’incalzante globalizzazione non meno che altri luoghi. Testimonianze di una Sicilia più autentica, che Sellerio ha “raccolto” con spirito da collezionista a caccia di suggestioni da trasformare in memoria; così che dei suoi libri - egli ha detto - nascono come “una collezione di trouvailles, riunite per accumulazione spontanea, un riflesso della mia vita, o almeno della sua parte migliore“.

Questa sua ricerca lo ha fatto paragonare a Giuseppe Pitrè, letterato palermitano studioso di tradizioni popolari, ricercatore e compilatore di canti e racconti della tradizione, caratterizzato da una medesima passione per l’umanità viva e per il forte radicamento di questa ad un’identità territoriale. Quello che soprattutto colpisce, però, nelle sue fotografie, è un acuto senso di osservazione ed un umorismo, che travalica a tratti in un colpo d’occhio sulla “surrealtà” della vita d’ogni giorno.

La mostra è stata accompagnata dall’uscita di un catalogo, con 150 immagini selezionate dall’autore, e con testi critici di Carlo Bertelli, Monica Maffioli e Adriano Sofri, edito da Alinari.

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