Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for the ‘Libri’ Category

“Meditazione e fotografia”: una presentazione del libro

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 25, 2009

copertina del libro "Meditazione e fotografia" di Diego Mormorio

copertina del libro "Meditazione e fotografia" di Diego Mormorio

Ancora una segnalazione, quella della presentazione di un libro: “Meditazione e fotografia” di Diego Mormorio, noto critico e storico della fotografia.

“Se, – scrive l’autore – come dicono i maestri zen, “meditare è vedere le cose così come sono”, allora l’apparecchio fotografico, potenziamento dell’organo della vista, può penetrare più a fondo nell’apparenza delle cose, fino a diventare un vero occhio meditativo. L’occhio è il centro dell’uomo”.

E ancora: “ l’obiettivo di chi pratica la fotografia come meditazione è assai più impegnativo del conseguimento di un risultato esclusivamente estetico. È quello di imparare a guardare e di trovare nell’osservazione la più grande scuola di vita, il nostro principale maestro”.

Partendo da queste premesse, egli compie un viaggio attraverso la storia dello sguardo nell’arte, nel quale i mezzi fotografici si rivelano essere una possibilità di superamento delle apparenze contingenti per penetrare, appunto, la realtà.

Un approccio alla fotografia davvero insolito rispetto a quello dei più, che sembrano subire l’onnipresenza dell’immagine fotografica accontentandosi di farne un ulteriore e ancor più illusorio incontro con l’apparenza.

Per quanti fossero interessati ad approfondire questa visione tanto particolare, l’appuntamento è presso i locali di Fare Fotografia (via Francesco Negri 63/65) a Roma, mercoledì 27 maggio . Mormorio sarà presente.


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Una presentazione per conoscere meglio Claude Cahun

Posted by Rosa Maria Puglisi on February 9, 2009

copertina

copertina del libro di Clara Carpanini

Pubblicata dall’Editrice Quinlan, “Vedermi alla terza persona” è la prima monografia dedicata a Claude Cahun in Italia, come ho avuto occasione di di scrivere qualche mese fa (vedi recensione).

Vi segnalo ora, invece, che fra qualche giorno, venerdì 13 alle ore 18,30, il libro verrà presentato nuovamente a Bologna, presso la Libreria Igor in via San Petronio Vecchio 3/a, insieme ad una video-intervista dell’autrice del testo Clara Carpanini in dialogo con Elvira Vannini. Ad introdurli sarà Federica Muzzarelli, cui si deve anche la prefazione del saggio.

……

…….

Aggiungo, riportandole dal sito di Around Photography, queste informazioni sulle tre studiose coinvolte nell’evento:

Federica Muzzarelli è ricercatore presso il Dipartimento delle Arti Visive di Bologna e insegna Storia e Tecnica della Fotografia al corso di laurea in Culture e Tecniche della Moda (sede di Rimini). Tra le sue pubblicazioni Formato tessera. Storia, arte e idee in photomatic (Bruno Mondadori, 2003), Le origini contemporanee della fotografia (Editrice Quinlan, 2007), Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra Otto e Novecento (Atlante, 2007). Collabora inoltre con la rivista “Around Photography”.

Clara Carpanini è dottoranda in Storia dell’Arte presso il Dipartimento delle Arti Visive (Università di Bologna) e Tutor per l’insegnamento di Storia e Tecnica della Fotografia al corso di laurea in Culture e Tecniche della Moda (sede di Rimini). Collabora regolarmente con le riviste “Around Photography” e “D’Ars”. Vedermi alla terza persona è il suo primo libro, pubblicato dall’Editrice Quinlan (Bologna) nel 2008.

Elvira Vannini è dottoranda presso il Dipartimento delle Arti Visive (Università di Bologna). Storico dell’arte, critico, curatore indipendente è autrice e co-conduttrice di uno spazio radiofonico dedicato all’arte contemporanea su Radio Città del Capo -Popolare Network. Ha pubblicato su “Around Photography”, “Flash Art”, “Tema Celeste”, “Arte e Critica”. Ha curato progetti espositivi e tenuto lectures in workshop, incontri e conferenze.

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“Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue”

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 27, 2009

Copertina del libro "Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue" di Simona Brancati

Copertina del libro "Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue" di Simona Brancati

Com’è tipico che accada per i personaggi di culto nel mondo dell’arte e dello spettacolo, Quentin Tarantino è, secondo i casi, amato incondizionatamente oppure odiato; ma, al di là di ciò, la reale complessità della sua opera è spesso misconosciuta.

Sembra fatto apposta per colmare molte lacune sull’opera del geniale regista americano, il libro di recente pubblicato dalla casa editrice ligure “Le Mani”: un tascabile, davvero prezioso in tal senso, dal titolo “Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue”. Ne è autrice Simona Brancati, scrittrice e giornalista specializzata in cinema e criminologia.

Si tratta di un saggio, che esamina puntualmente la produzione tarantiniana individuando le molteplici ispirazioni e i temi ricorrenti, che danno un’inconfondibile impronta personale all’intera opera di questo artista, alle sceneggiature e ai soggetti non meno che alle sue regie e produzioni, e persino alle sue sporadiche apparizioni da attore.

Una prefazione di Renato Venturelli, che delinea i tratti essenziali del “fenomeno” Tarantino, un po’ di sfuggita ci ricorda come Brancati  avesse proposto già, nel 2004,  le sue “istruzioni per l’uso” del regista americano, pubblicando un originale volume, “Kill Tarantino”.

Torna, nel libro ora uscito, l’intreccio precedentemente sperimentato di trattazione saggistica e informata narrazione aneddotica ricca di inedite testimonianze, in una forma che riproduce quasi quella dell’indagine poliziesca. I capitoli si snodano a partire dalla considerazione dell’impatto iniziale della poetica tarantiniana sul pubblico e sulla critica, attraverso sintetici cenni  biografici, approfondendo poi progressivamente sempre di più l’analisi dei testi filmici, ricollocandoli all’interno della cultura di certo periodo storico di cui sono di fatto impregnati.

Il gusto spiccato per la narrazione rende questo volume assai godibile. E’ una narrazione sottile, infatti, quella di Brancati, che rileva dati ed entra nel merito dei dettagli più minuti, restituendo una sensazione vivida di ogni scena esaminata, sollecitando nel lettore una ricostruzione mentale delle immagini, stimolando interrogativi, dando risposte.

Attraverso le sue pagine sembrano così prender vita i personaggi dei film, le manie, i gusti del regista, un intero periodo storico, e infine Tarantino stesso, la cui figura – malgrado la simpatia o l’antipatia che suscita – è quella di un cultore del cinema e di un autore “puramente cinematografico”.

Il volume è corredato da immagini dei film, e di una interessante bibliografia, ma soprattutto dalla filmografia completa di Tarantino.

Ecco un divertente trailer del libro:

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La fotografia israeliana contemporanea

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 4, 2008

Simcha Shirman

Nude, 1997. Copyright: Simcha Shirman

Nel 2005, nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia di Roma, si era svolta presso il Museo Andersen una mostra particolarmente importante, perchè portava per la prima volta in Italia 55 opere di undici fotografi israeliani, fornendo finalmente un panorama sufficientemente ampio e variegato su una produzione artistica fino ad allora pressoché sconosciuta nel nostro Paese.

La complessità di tale produzione, legata sovente non soltanto al peculiare bagaglio culturale deli israeliani ma alla storia stessa d’Israele, veniva lì presentata in tutte le sue sfumature, dalle quali emergeva soprattutto una forte apertura alle tendenze artistiche e fotografiche internazionali, sempre rielaborate in maniera personale.

Segnalo, a quanti fossero interessati ad un approfondimento sul tema, la ripubblicazione in questi gorni su Tarbut della presentazione del volume “Fotografia israeliana contemporanea” (edizioni FPM) opera della curatrice di quella mostra: Orith Youdovich, la quale quest’anno è stata co-curatrice della retrospettiva su David Perlov, noto fotografo e cineasta israeliano, poeta della quotidianità.

Eccone il link, buona lettura!

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“Vedermi alla terza persona”

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 5, 2008

copertinaTerza uscita nella collana ‘round photography della bolognese Editrice Quinlan, “Vedermi alla terza persona. La fotografia di Claude Cahun”  è un volumetto di un centinaio di pagine, simile nella veste grafica ad un quaderno d’altri tempi (copertina nera e bordi rossi), ma è soprattutto la prima monografia pubblicata in Italia dedicata a questa singolare artista, il cui talento troppo a lungo è rimasto misconosciuto.
Ne è autrice Clara Carpanini, che proprio per questo lungo saggio,  nella sua forma di tesi di laurea, ha ricevuto nel 2005 il Premio DAMS per la sezione Arte.

Introdotto da una interessante prefazione di Federica Muzzarelli, (che di Cahun si era occupata nel suo “Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra Otto e Novecento”),  il libro è articolato in cinque capitoli strutturati secondo una logica non diacronica, che mette in luce soprattutto le profonde relazioni esistenti fra la multiforme attività di Lucy Schwob (vero nome dell‘artista) e le istanze della sua epoca.
Così Carpanini  fra il capitolo che rende conto delle molteplici ascendenze letterarie, prima fra tutte quella che lega Cahun al Simbolismo (di cui l’ammirato zio, Marcel Schwob, era stato importante esponente) e quello dedicato alla frequentazione degli ambienti dada e surrealisti, ne inserisce opportunamente uno che traccia la figura di una cosiddetta “new woman”, quale si era diffusa nell’Europa degli anni fra le due guerre.

Continue sono le citazioni dagli scritti di Cahun, i quali forniscono sovente un’importante chiave di lettura per ogni sua espressione artistica, dalla fotografia alla performance teatrale, poiché attingono sempre ad una dimensione intima autobiografica, sia pur trasfigurata da una peculiare forma di linguaggio aperta e destrutturata, quanto carica di componenti visionarie. Elementi questi che avevano fruttato all’artista una grande stima da parte di Andrè Breton.
Allo stesso modo il libro è pieno di rimandi biografici, non meramente accessori, ma funzionali a definire in maniera sempre più stringente l’opera cahuniana nel suo complesso,  e in quella sua particolare complessità, che ha coinvolto l’intera sfera del vissuto dell’artista.
Particolare attenzione è stata riservata, inoltre, al sodalizio artistico e sentimentale con la compagna di una vita Suzanne Malherbe (Marcel Moore), alla luce del quale gran parte dell’opera fotografica si rivela probabile frutto di un lavoro comune.

“Vedermi alla terza persona” si rivela, perciò, un ottimo strumento sia per quanti si avvicinano per la prima volta alla figura di Cahun sia per quanti la conoscono già, e perché si sforza di tracciare un quadro quanto più possibile completo e perché fornisce una nutrita bibliografia.
Dalla sua lettura emerge la figura di un’artista figlia dei propri tempi ed insieme anticipatrice, di gran lunga più interessante della profetessa del gender bender, che altrove si è spesso propagandata.

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Martine Voyeux a Corigliano (CS)

Posted by Rosa Maria Puglisi on September 22, 2008

Martine Voyeux

Copyright: Martine Voyeux

Giunto alla sua sesta edizione Corigliano Calabro Fotografia ha proposto nell’arco di pochi giorni, all’inizio di questo mese, una serie di appuntamenti per gli appassionati – workshop, letture di portfolio, mostre – come ogni anno piuttosto interessanti, malgrado la lamentata disattenzione e il mancato sostegno da parte della Regione e della Provincia.

Conclusasi il 10 Settembre, la manifestazione continua idealmente fino al 9 Novembre con le varie mostre proposte, delle quali potete trovare notizia sul sito-blog ufficiale ad essa legato.

Fra queste mostre attira particolarmente la nostra attenzione quella di Martine Voyeux che ha come titolo “Saga Maure”.

Interessante lavoro realizzato fra il 1983 e il 1994 in Marocco e in Andalusia, rappresenta un mondo sospeso senza tempo, archetipo del Mediterraneo e delle sue genti, fatto d’impressioni colte quasi con la coda dell’occhio, le quali traducono e trasmettono i sentimenti di questa fotografa francese, scarsamente nota ai più malgrado il suo ormai lungo impegno.

Del suo interesse antropologico, e anche sociale, troviamo traccia anche nel suo esser stata nel 1989 co-fondatrice dell’Agenzia di Autori Métis, il cui nome – non è certamente un caso! – fa riferimento al “meticciato”, quindi alla fusione fra popoli e culture di cui questa mostra esprime un senso profondo.

Come possiamo constatare, non si tratta di una visione scientifica fredda e distaccata, ma della lettura poetica di una realtà, della resa evidente di aspetti e sentimenti che il nostro sguardo cieco non coglie più. “Sotto la superficie, l’impressione di un al di là dove si trama qualcosa. I luoghi che scelgo sono teatri dove si recita l’illusione della vita. Rilevo degli indizi, delle atmosfere, dei visi dimenticati, dei frammenti di un intensità misteriosa, specchi in un abisso che riflettono il mio bisogno di sacro nelle cose piu’ semplici”; sono queste affermazioni dell’artista.

Le immagini di “Saga Maure” erano state pubblicate qualche anno fa in un libro omonimo, edito da Marval , accompagnati da novelle inedite di Manuel Vazquez Montalban e di Mohamed Choukri.

Martine Voyeux

Copyright: Martine Voyeux

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intervista a Stefano Mannucci

Posted by Rosa Maria Puglisi on June 13, 2008

Segnalo la pubblicazione sul blog Idee in Bianco e Nero di una mia conversazione con Stefano Mannucci, autore del libro “Luce sulla Guerra”, del quale mi ero occupata tempo fa recensendolo (vedi l’articolo su Cultframe).

Come già precedentemente ribadito il libro in questione – sul quale verte l’intervista – è “un saggio di carattere storico, che esamina in maniera paradigmatica il ruolo dell’immagine fotografica nella propaganda politica del periodo fascista, rivelandoci retroscena che potrebbero avere un sapore di grande attualità”. Un volumetto particolarmente interessante, che conta su un buon apparato di ricerca storiografica e che ha anche il pregio di essere estremamente fruibile.

E’ pertanto quasi incredibile che non ben chiari dissapori fra l’autore e l’editore (o magari le attuali logiche di mercato) abbiano fatto sì che il libro si trovi già fuori catalogo. Tuttavia, quanti sono interessati potranno ora acquistarlo attraverso il sito ilmiolibro.it.

Per leggere l’intervista, cliccate su questo link

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“The Americans” di Robert Frank nel suo cinquantenario

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 21, 2008

Nel 1955 Robert Frank, fotografo svizzero trapiantato negli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ottiene grazie al sostegno dell’amico Walker Evans una borsa di studio dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation e, grazie ad essa, intraprende un viaggio, in condizioni precarie, attraverso quarantotto Stati a bordo di una vecchia auto con la moglie e i suoi due bambini, durante il quale scatta un‘enorme quantità di fotografie: pare ben oltre 25.000.

Dal suo vaglio emergeranno soltanto 83 immagini, selezionate per un libro, che in America all’inizio non troverà editore, a causa dell’innovazione estetica proposta da quelle immagini, ma ancor di più per via del loro implicito messaggio ideologico, non conforme al clima politico dell’epoca.

Il libro viene pubblicato nel 1958 a Parigi da Robert Delpire col titolo “Les Américains”. Ad introdurre il lavoro di Frank vi sono testi di scrittori e pensatori quali Simone de Beauvoir, Erskine Caldwell, William Faulkner, Henry Miller e John Steinbeck.

Grazie al successo di quella pubblicazione, l’anno successivo esce negli Stati Uniti, presso la Grove Press, “The Americans”, con un’introduzione di Jack Kerouac in luogo dei testi proposti in Francia.

Proprio il contributo di Kerouac, la cui celebrità va crescendo col diffondersi del movimento Beat, salva il libro dal flop e fa si che trovi una larga diffusione nonostante incontri, prevedibilmente, non poche ostilità da parte della critica.

L’uso massiccio della sfocatura, d’illuminazioni tenui e di sovraesposizioni visibilmente recuperate, i tagli compositivi estremi, l’apparente casualità delle scene riprese, l’ostentata indifferenza verso non solo verso temi tipici, ma anche verso la ricerca di momenti salienti da immortalare (veri e consolidati topoi ), fanno di quest’opera qualcosa di inatteso, addirittura “sovversivo” per l‘epoca.

Sono questi i mezzi espressivi adottati dall’artista per rendere manifesta la propria visione personale di quella grande Nazione; una visione sicuramente ambigua nei sentimenti, ma che allora venne probabilmente recepita senza mezzi termini come un attacco frontale da parte di questo europeo all’ottimismo dettato dall’Establishment.

Frank venne tacciato di antiamericanismo e di simpatie verso un’ideologia di sinistra (in un periodo in cui il ricordo del maccartismo era ancora vivo), quando non d’incompetenza: riviste come la diffusissima Popular Photography stroncarono le sue fotografie, stigmatizzando come imperdonabili carenze (“sfocatura senza senso, grana,esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e sciatteria generale”) quelle che invece erano scelte linguistiche innovative alquanto coraggiose.

Come dirà Elliott Erwitt: “Le immagini di Robert Frank potrebbero colpire qualcuno come sciatte – l’estensione dei toni non è giusta e cose del genere – ma sono di gran lunga superiori alle immagini di Ansel Adams per quanto riguarda la qualità, perché la qualità di Ansel Adams, se posso dirlo, è essenzialmente la qualità di una cartolina. Ma la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

Attraverso il suo sfocato, e i toni cupi, si manifesta un’angoscia esistenziale punteggiata da aperture inattese; in certe inquadrature decentrate si ritrova il senso frustrante d’indeterminatezza di una condizione monotona e intrinsecamente priva di senso, tipica di “quel tipo di civiltà nata qui [in America] e che si stava diffondendo ovunque”.

Era questo che il fotografo svizzero riportava puntualmente in un’opera, che – proprio come egli aveva previsto nel richiedere la borsa di studio – aveva preso via via forma, lungo i percorsi fisici e quelli mentali, per i quali s’era mosso senza una meta prestabilita, spinto da un’esigenza interna e dall’inquietudine (come accade “sulla strada” kerouachiana).

Nelle sue fotografie i moti dell’animo fluiscono nel continuo movimento reale – da cui l‘artista si sente attratto (“amo guardare cose banali, cose che si muovono”) -, movimento che è costantemente suggerito dal dinamismo percettivamente intrinseco proprio alle licenze tecniche, che allora gli furono aspramente contestate.

L’intenzione cinetica, del resto, pervade “The Americans” perfino nel “montaggio” della sua sequenza fotografica (quasi cinematografica: non per niente negli anni seguenti si dedicherà anche al cinema) dove ogni scatto è legato al successivo da una concatenazione logica, a seconda dei casi più o meno evidente, basata su una sorta di metamorfosi, per il quale troviamo il ricorrere di forme e di temi caratterizzanti (come bandiere, automobili, cappelli, simboli funerei) sapientemente variati in un gioco di contrappunti visivi.

La sua poetica – è stato scritto – è affine al free jazz di Ornette Coleman, il quale in quegli stessi anni ha esplorato i confini formali della musica dissolvendoli e ampliandoli come Frank ha fatto con quelli della fotografia; facendo piazza pulita di strutture e composizioni ormai stereotipate, aprendo strade – ad uno sguardo retrospettivo – non così sovversive dal momento che hanno solide radici proprio nella tradizione che hanno solo apparentemente negato, ma soltanto nuove: sono quelle che percorreranno fotografi come Diane Arbus, Gary Winogrand, e Lee Friedlander.

“The Americans” ha ben rappresentato l’anima inquieta dell’America della Beat Generation ed è stato considerato da molti fotografi una vera opera seminale per la fotografia americana.

Per celebrarne il cinquantenario dalla prima pubblicazione, che è ricorso il 15 maggio di quest’anno, la casa editrice tedesca Steidl ha ripubblicato il libro in una veste totalmente nuova, curata in ogni particolare dallo stesso Robert Frank. L’aspetto grafico è stato riveduto, e – soprattutto – le immagini proposte risultano sensibilmente diverse: frutto di una scansione digitale in tricromia delle stampe vintage dell’artista, esse restituiscono alla vista molti particolari che in edizioni precedenti erano andati perduti; e spesso ci troviamo di fronte alla proposta di nuovi tagli compositivi; inoltre compaiono qui due immagini stampate da negativi originali differenti rispetto a quelle usate in tutte le passate edizioni.

La versione italiana del libro è pubblicata da Contrasto.

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IMAGINES

Posted by Rosa Maria Puglisi on March 25, 2008

st_logo.gifSegnalo per venerdì 28 marzo 2008, ore 18.00 alla s.t. foto libreria galleria (via degli ombrellari, 25 Roma), la presentazione della collana “IMAGINES” dell’editore Franco Angeli, diretta da Francesco Faeta e dedicata agli Studi e materiali di etnografia visiva e di antropologia culturale.

Interverrano Luigi M. Lombardi Satriani e Lello Mazzacane. Saranno, inoltre, presenti i curatori dei due volumi in corso di stampa, Cristina Grasseni e Ferdinando Mirizzi, e gli autori dei primi tre volumi editi:
Francesco Faeta, Fotografi e fotografie. Uno sguardo antropologico
Antonello Ricci, I suoni e lo sguardo. Etnografia visiva e musica popolare nell’Italia centrale e meridionale
Francesco Marano, Camera etnografica. Storie e teorie di antropologia visuale.

Per informazioni rivolgersi a info@stsenzatitolo.it

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“Time passes” di Robert Adams

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 30, 2008

copertina del libro “Time Passes” di Robert AdamsLa Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi ha recentemente ospitato l’opera di Robert Adams in un’esposizione dal titolo “On the Edge features”, conclusasi da pochi giorni.

Forse non particolarmente noto al grande pubblico – tanto da essere talora confuso con il quasi omonimo Ansel Adams (sic!), al quale può essere assimilato al più in quanto “paesaggista“ – egli è in realtà apprezzatissimo da una certa critica “impegnata“, ed è stato insignito negli anni di svariati riconoscimenti e premi, fra gli altri l’ambita MacArthur Foundation fellowship, detta anche “genius grant”.

Ex professore di Letteratura inglese,  considerato superficialmente da alcuni un semplice fotografo documentario, Adams è da circa quarant’anni a questa parte un autore sensibile, il quale ha posto al centro della sua ricerca dai forti accenti estetici il paesaggio urbano e rurale del West.
Il suo è un lavoro attuale, giocato sul minimalismo e carico d’implicazioni concettuali quanto politiche, e si pone in netta controtendenza rispetto a molta fotografia contemporanea, sempre meno libera dai condizionamenti del mercato artistico e più tristemente vuota.

Nei suoi scatti, che sembrano citare le immagini dei primi fotografi esploratori, quali Timothy O’Sullivan e William Henry Jackson, è sovente chiara l’intenzione di evidenziare, a fronte di una visione nostalgica e mitizzata – stereotipica – di luoghi legati ad un’epopea pionieristica, l’impronta di una presenza umana devastante. L’uomo, che non appare mai in queste belle immagini in bianco e nero, notevoli per la raffinatezza della loro vasta scala tonale, è sempre sotteso e spesso in termini fortemente critici, come corruttore di una natura meravigliosa.

La Fondation Cartier pubblica ora un libro-catalogo in due lingue (inglese e francese), distribuito da Thames & Hudson: “Time passes”.
Il volume raccoglie le immagini dell’omonima serie – una delle tre esposte nella sopra menzionata mostra – scattate fra il 1990 e il 1992 in una zona nord-occidentale degli Stati Uniti non lontana dall’attuale dimora del fotografo ad Astoria in Oregon, luogo un tempo celebrato per le sue vaste foreste, ora tristemente conosciuto per i disastri ambientali determinati dallo sfruttamento industriale delle stesse.
Per una volta, però, i disastri ambientali lasciano il passo ad una diversa meditazione: sulla transitorietà e sulla fragilità del bello; e trentadue fotografie, finora inedite, aprono a visioni sospese e quasi metafisiche di coste e scorci sul mare.

E’ una meditazione di grande e semplice poesia, quella che Robert Adams ci offre, con mezzi minimi di grande impatto emotivo degni di un artista, come lui, che è pure acuto pensatore e scrittore per quanto riguarda le questioni estetico-fotografiche.

A tal proposito, la Fondation Cartier propone anche “En longeant quelques rivières“, la prima traduzione in francese del libro “Along Some Rivers” – collezione di immagini e conversazioni del fotografo americano con storici dell’arte, curatori, fotografi, studenti, scrittori e professori – edito nel 2006 da Aperture.

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