Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for the 'grandi fotografi' Category


due annotazioni al post precedente

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 23, 2008

Qui di seguito un interessante link di approfondimento e una precisazione.

Il link:

Sul sito di Jno Cook, artista visuale olandese da anni stanziato a Chicago - noto fra l’altro per aver disegnato e costruito una gran quantità di fotocamere a partire da materiali riciclati (esposte nel 1990 in una mostra al MIT List Visual Arts Center) - del quale trovate qui un simpatico ritratto, potrete trovare un circostanziato articolo sul lavoro di Robert Frank in “The Americans”.

Si tratta di un testo ispirato dalla richiesta da parte di Robert Delpire di un’introduzione per un tascabile, dedicato alle immagini di Frank, nei primi anni Ottanta. Il testo, molto più esteso del previsto, non fu però pubblicato che nel 1985, per la prima volta, sul catalogo di una mostra spagnola (”Robert Frank, Fotografias/Films 1948/1984″) col titolo “Robert Frank y La Fotografia”.

Quella qui linkata è una versione (in inglese) riveduta, e con l’aggiunta di note: “Robert Frank: Dissecting the American Image“. Vi consiglio di dare un’occhiata anche agli altri due scritti di Cook segnalati accanto al cappello introduttivo a quel testo.

La precisazione: in merito alla citazione della frase di Erwitt.

Il riportarla vuole essere solo un modo di sottolineare come in fotografia ci si è espressi con modalità e intenzioni spesso totalmente diverse, che hanno creato non pochi dibattiti e discussioni, per il solo fatto che si stenta ad accettare la semplice verità che in arte non esistono precise regole e ricette, ma solo la capacità o l’incapacità di gestire i diversi linguaggi in base alle proprie esigenze espressive.

Per dirla in termini più chiari: Adams è stato un maestro incontestabile, da cui molto si è appreso riguardo ad una conoscenza della tecnica, imprescindibile, fondamentale anche per chi voglia “stravolgerla” a suo piacimento. Le parole di Erwitt, che non credo sia un ingenuo, personalmente le interpreto come una provocazione verso i benpensanti, i quali da una parte hanno misconosciuto la vera grandezza di Ansel Adams, riducendolo a un mito del tecnicismo, dall’altra hanno tutt’al più tollerato, storcendo il naso, le immagini di Frank come “interessanti” (perché così dicevano i critici), ma fondamentalmente “sbagliate”.

Il citarla oggi potrebbe sembrare simile allo sfondare una porta aperta. Non credo però lo sia. Perché esiste ancora e ha largo seguito (soprattutto nell’era del digitale e di Photoshop) la fazione dei fotografi ipertecnici, appassionati solo di immagini patinate in tutto e per tutto simili a quelle della pubblicità.

E d’altro canto esistono pure i fotografi dell’approssimazione, che cercano l’arte per errore, o se preferite per serendipità.

Gli uni e gli altri dimenticano l’essenziale di quella frase di Erwitt, e cioè che “la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

L’intenzione. Nessuno credo possa negare che è quella la chiave di lettura per giudicare la riuscita di un’opera: l’aderire di essa all’intenzione dell’artista.

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“The Americans” di Robert Frank nel suo cinquantenario

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 21, 2008

Nel 1955 Robert Frank, fotografo svizzero trapiantato negli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ottiene grazie al sostegno dell’amico Walker Evans una borsa di studio dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation e, grazie ad essa, intraprende un viaggio, in condizioni precarie, attraverso quarantotto Stati a bordo di una vecchia auto con la moglie e i suoi due bambini, durante il quale scatta un‘enorme quantità di fotografie: pare ben oltre 25.000.

Dal suo vaglio emergeranno soltanto 83 immagini, selezionate per un libro, che in America all’inizio non troverà editore, a causa dell’innovazione estetica proposta da quelle immagini, ma ancor di più per via del loro implicito messaggio ideologico, non conforme al clima politico dell’epoca.

Il libro viene pubblicato nel 1958 a Parigi da Robert Delpire col titolo “Les Américains”. Ad introdurre il lavoro di Frank vi sono testi di scrittori e pensatori quali Simone de Beauvoir, Erskine Caldwell, William Faulkner, Henry Miller e John Steinbeck.

Grazie al successo di quella pubblicazione, l’anno successivo esce negli Stati Uniti, presso la Grove Press, “The Americans”, con un’introduzione di Jack Kerouac in luogo dei testi proposti in Francia.

Proprio il contributo di Kerouac, la cui celebrità va crescendo col diffondersi del movimento Beat, salva il libro dal flop e fa si che trovi una larga diffusione nonostante incontri, prevedibilmente, non poche ostilità da parte della critica.

L’uso massiccio della sfocatura, d’illuminazioni tenui e di sovraesposizioni visibilmente recuperate, i tagli compositivi estremi, l’apparente casualità delle scene riprese, l’ostentata indifferenza verso non solo verso temi tipici, ma anche verso la ricerca di momenti salienti da immortalare (veri e consolidati topoi ), fanno di quest’opera qualcosa di inatteso, addirittura “sovversivo” per l‘epoca.

Sono questi i mezzi espressivi adottati dall’artista per rendere manifesta la propria visione personale di quella grande Nazione; una visione sicuramente ambigua nei sentimenti, ma che allora venne probabilmente recepita senza mezzi termini come un attacco frontale da parte di questo europeo all’ottimismo dettato dall’Establishment.

Frank venne tacciato di antiamericanismo e di simpatie verso un’ideologia di sinistra (in un periodo in cui il ricordo del maccartismo era ancora vivo), quando non d’incompetenza: riviste come la diffusissima Popular Photography stroncarono le sue fotografie, stigmatizzando come imperdonabili carenze (”sfocatura senza senso, grana,esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e sciatteria generale”) quelle che invece erano scelte linguistiche innovative alquanto coraggiose.

Come dirà Elliott Erwitt: “Le immagini di Robert Frank potrebbero colpire qualcuno come sciatte - l’estensione dei toni non è giusta e cose del genere - ma sono di gran lunga superiori alle immagini di Ansel Adams per quanto riguarda la qualità, perché la qualità di Ansel Adams, se posso dirlo, è essenzialmente la qualità di una cartolina. Ma la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

Attraverso il suo sfocato, e i toni cupi, si manifesta un’angoscia esistenziale punteggiata da aperture inattese; in certe inquadrature decentrate si ritrova il senso frustrante d’indeterminatezza di una condizione monotona e intrinsecamente priva di senso, tipica di “quel tipo di civiltà nata qui [in America] e che si stava diffondendo ovunque”.

Era questo che il fotografo svizzero riportava puntualmente in un’opera, che - proprio come egli aveva previsto nel richiedere la borsa di studio - aveva preso via via forma, lungo i percorsi fisici e quelli mentali, per i quali s’era mosso senza una meta prestabilita, spinto da un’esigenza interna e dall’inquietudine (come accade “sulla strada” kerouachiana).

Nelle sue fotografie i moti dell’animo fluiscono nel continuo movimento reale - da cui l‘artista si sente attratto (“amo guardare cose banali, cose che si muovono”) -, movimento che è costantemente suggerito dal dinamismo percettivamente intrinseco proprio alle licenze tecniche, che allora gli furono aspramente contestate.

L’intenzione cinetica, del resto, pervade “The Americans” perfino nel “montaggio” della sua sequenza fotografica (quasi cinematografica: non per niente negli anni seguenti si dedicherà anche al cinema) dove ogni scatto è legato al successivo da una concatenazione logica, a seconda dei casi più o meno evidente, basata su una sorta di metamorfosi, per il quale troviamo il ricorrere di forme e di temi caratterizzanti (come bandiere, automobili, cappelli, simboli funerei) sapientemente variati in un gioco di contrappunti visivi.

La sua poetica - è stato scritto - è affine al free jazz di Ornette Coleman, il quale in quegli stessi anni ha esplorato i confini formali della musica dissolvendoli e ampliandoli come Frank ha fatto con quelli della fotografia; facendo piazza pulita di strutture e composizioni ormai stereotipate, aprendo strade - ad uno sguardo retrospettivo - non così sovversive dal momento che hanno solide radici proprio nella tradizione che hanno solo apparentemente negato, ma soltanto nuove: sono quelle che percorreranno fotografi come Diane Arbus, Gary Winogrand, e Lee Friedlander.

“The Americans” ha ben rappresentato l’anima inquieta dell’America della Beat Generation ed è stato considerato da molti fotografi una vera opera seminale per la fotografia americana.

Per celebrarne il cinquantenario dalla prima pubblicazione, che è ricorso il 15 maggio di quest’anno, la casa editrice tedesca Steidl ha ripubblicato il libro in una veste totalmente nuova, curata in ogni particolare dallo stesso Robert Frank. L’aspetto grafico è stato riveduto, e - soprattutto - le immagini proposte risultano sensibilmente diverse: frutto di una scansione digitale in tricromia delle stampe vintage dell’artista, esse restituiscono alla vista molti particolari che in edizioni precedenti erano andati perduti; e spesso ci troviamo di fronte alla proposta di nuovi tagli compositivi; inoltre compaiono qui due immagini stampate da negativi originali differenti rispetto a quelle usate in tutte le passate edizioni.

La versione italiana del libro è pubblicata da Contrasto.

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David Perlov: Cronache del quotidiano.

Posted by Rosa Maria Puglisi on April 5, 2008

Nell’ambito di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma, si svolgerà dal 5 aprile al 18 maggio 2008 presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, “Cronache del quotidiano – Fotografie di David Perlov”.

Curata da Maurizio G. De Bonis e da Orith Youdovich, in collaborazione con Mira Perlov, la mostra è accompagnata da alcune interessanti proiezioni di documentari al Palazzo delle Esposizioni (in data odierna, ma anche domani pomeriggio) e vuol far luce sull’ingiustamente poco conosciuta figura di David Perlov, fotografo e cineasta israelo-brasiliano.

In circa 90 stampe di medio formato, a colori come pure in bianco e nero, selezionate da una ben più vasta mole di scatti, vediamo dipanarsi sotto i nostri occhi l’universo personale dell’artista, reale e poetico ad un tempo. Accanto alle fotografie, uno “slide show” fatto di circa 150 immagini (fra foto in bianco e nero, a colori e polaroid) realizzate nell’arco di diversi anni, e un filmato in loop del secondo capitolo di “Revised Diary 1990-1999”, opera inedita in Italia sottotitolata per l’occasione in Italiano.

Lo sguardo di Perlov racconta i luoghi del proprio quotidiano, l’interno e l’esterno della propria abitazione, senza mai spingersi troppo lontano per una sorta di agorafobia, che lo spinge ad osservare la vita da una posizione protetta; spesso fotografando dall’alto della propria finestra il panorama circostante di Tel Aviv. Ma pure esamina esistenze anonime (come in fondo la sua) di quanti lo circondano, i conoscenti come i passanti, colti nell’autenticità del loro vissuto.

La sua visione, apparentemente casuale, si nutre in realtà di una profonda conoscenza del linguaggio visivo, che rende le sue immagini ricche ed articolate, e cattura il nostro sguardo, costringendolo a vagare in esse per scoprire particolari sempre nuovi; indizi di letture alternative, in cui soltanto ricorre un interrogativo: quello sull’insondabilità profonda dell’esistere fra casualità e causalità.

Per un approfondimento vi rimando all’articolo del curatore De Bonis su Cultframe

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“Time passes” di Robert Adams

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 30, 2008

copertina del libro “Time Passes” di Robert AdamsLa Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi ha recentemente ospitato l’opera di Robert Adams in un’esposizione dal titolo “On the Edge features”, conclusasi da pochi giorni.

Forse non particolarmente noto al grande pubblico - tanto da essere talora confuso con il quasi omonimo Ansel Adams (sic!), al quale può essere assimilato al più in quanto “paesaggista“ - egli è in realtà apprezzatissimo da una certa critica “impegnata“, ed è stato insignito negli anni di svariati riconoscimenti e premi, fra gli altri l’ambita MacArthur Foundation fellowship, detta anche “genius grant”.

Ex professore di Letteratura inglese,  considerato superficialmente da alcuni un semplice fotografo documentario, Adams è da circa quarant’anni a questa parte un autore sensibile, il quale ha posto al centro della sua ricerca dai forti accenti estetici il paesaggio urbano e rurale del West.
Il suo è un lavoro attuale, giocato sul minimalismo e carico d’implicazioni concettuali quanto politiche, e si pone in netta controtendenza rispetto a molta fotografia contemporanea, sempre meno libera dai condizionamenti del mercato artistico e più tristemente vuota.

Nei suoi scatti, che sembrano citare le immagini dei primi fotografi esploratori, quali Timothy O’Sullivan e William Henry Jackson, è sovente chiara l’intenzione di evidenziare, a fronte di una visione nostalgica e mitizzata - stereotipica - di luoghi legati ad un’epopea pionieristica, l’impronta di una presenza umana devastante. L’uomo, che non appare mai in queste belle immagini in bianco e nero, notevoli per la raffinatezza della loro vasta scala tonale, è sempre sotteso e spesso in termini fortemente critici, come corruttore di una natura meravigliosa.

La Fondation Cartier pubblica ora un libro-catalogo in due lingue (inglese e francese), distribuito da Thames & Hudson: “Time passes”.
Il volume raccoglie le immagini dell’omonima serie - una delle tre esposte nella sopra menzionata mostra - scattate fra il 1990 e il 1992 in una zona nord-occidentale degli Stati Uniti non lontana dall’attuale dimora del fotografo ad Astoria in Oregon, luogo un tempo celebrato per le sue vaste foreste, ora tristemente conosciuto per i disastri ambientali determinati dallo sfruttamento industriale delle stesse.
Per una volta, però, i disastri ambientali lasciano il passo ad una diversa meditazione: sulla transitorietà e sulla fragilità del bello; e trentadue fotografie, finora inedite, aprono a visioni sospese e quasi metafisiche di coste e scorci sul mare.

E’ una meditazione di grande e semplice poesia, quella che Robert Adams ci offre, con mezzi minimi di grande impatto emotivo degni di un artista, come lui, che è pure acuto pensatore e scrittore per quanto riguarda le questioni estetico-fotografiche.

A tal proposito, la Fondation Cartier propone anche “En longeant quelques rivières“, la prima traduzione in francese del libro “Along Some Rivers” - collezione di immagini e conversazioni del fotografo americano con storici dell’arte, curatori, fotografi, studenti, scrittori e professori - edito nel 2006 da Aperture.

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La bellezza secondo Herbert List

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 17, 2008

lo_sguardo_della_bellezza_large.jpgMaestro della “fotografia metafisica”, curioso viaggiatore, vero e proprio poeta della visione, Herbert List è il protagonista di una imperdibile mostra - organizzata dal Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali in collaborazione con la Fondazione Herbert List di Amburgo, Contrasto e Magnum Photos - dal titolo “Lo sguardo della bellezza”, visitabile fino al 17 Febbraio ai Musei Capitolini (Palazzo Caffarelli).

Omaggio al troppo spesso obliato fotografo tedesco, che ha frequentato e ritratto i maggiori intellettuali del suo tempo, e si è lasciato influenzare da artisti come de Chirico, Magritte e Man Ray, la mostra ha come sottotitolo “Roma, l’Italia, l’Europa l’Europa nelle fotografie di Herbert List”; e questi luoghi vi appaiono magnificamente interpretati secondo lo stile dell’artista in una chiave di bellezza senza tempo.

Le più celebri delle sue immagini sono riunite qui, per la prima volta, accanto a un’inedita selezione di scatti romani e italiani dagli anni Trenta agli anni Cinquanta (dietro alla consueta eleganza dei quali è facile intravvedere un progressivo avvicinamento alle istanze del Neorealismo).

Romanticismo e sensualità s’intrecciano in composizioni fondate su solidi equilibri plastici, memori delle prime ricerche di List, stimolate dall’amico Andreas Feininger, e dall’ambiente dell’avanguardia della Bauhaus. Alle vedute di piazze e di strade romane, di una Stazione Termini appena inaugurata, si avvicendano i ritratti di grandi personaggi, e i volti incontrati per caso. Il bianco e nero delle sue fotografie affascina per l’estrema politezza.

Sempre pronto a “cogliere nella fotografia la magia del fenomeno”, List estrapola dal flusso del reale frammenti di realtà, in un processo di straniamento al quale partecipano luci e forme, ombre e riflessi. Rari e preziosi come dei cammei, momenti e oggetti sotto il suo sguardo si trasformano in distillati di senso.

La sua opera sembra parlarci sempre di un ideale di bellezza fragile nel suo perfetto equilibrio, e struggente nella sua evidente transitorietà.

Per una galleria d’immagini piuttosto nutrita, dove è possibile ammirare molte immagini scattate in Italia, suggerisco questo link.

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Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 10, 2008

invito

Volentieri rilancio la seguente segnalazione fatta da Stefano Mannucci in un gruppo di Flickr. Si tratta di un incontro con Irme Schaber - autrice del libro «Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola» - che si terrà domani venerdì 11 gennaio 2008, alle ore 18.30, presso i locali dell’associazione culturale fotografica Gerdaphoto, in via del Pigneto 247 a Roma.

Parteciperanno al dibattito: Elisabetta Bini (storica specializzata negli studi sul gender), Bianca Bracci Torsi, Manuela Fugenzi, Elena Doria (traduttrice del libro).

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Il libro di Irme Schaber, «Gerda Taro: una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola» (Roma, DeriveApprodi, 2007), costituisce la prima biografia storica sulla fotografa tedesca Gerda Taro.

Pubblicato in tedesco nel 1994, con il titolo Gerda Taro: “Fotoreporterin im Spanischen Bürgerkrieg“, il libro ha vinto il Premio Kodak ed è stato tradotto in francese nel 2006.

L’edizione italiana - tradotta dal tedesco da Elena Doria - voluta e promossa dall’associazione culturale Gerdaphoto di Roma, contiene una prefazione della storica Elisabetta Bini, ed è stata rivista, corretta ed ampliata dall’autrice. Essa presenta ai lettori italiani una vasta raccolta di immagini di vita privata della fotografa, nonché le fotografie da lei scattate durante la guerra civile spagnola.

Irme Schaber ha condotto una lunga e accurata ricerca sulle fonti, mettendo insieme le poche testimonianze rimaste su Gerda Taro. Utilizzando le carte di famiglia, gli archivi di Stato, la stampa dell’epoca, e intervistando le persone che hanno conosciuto Taro, ci restituisce un pezzo di storia rimasto finora sconosciuto. Il suo approccio è quello proprio della storia sociale, mirante a ridare voce a una vita troppo spesso dimenticata e rimasta nascosta dietro le vicende del suo compagno, il celebre fotografo ungherese Robert Capa. Il quadro che ne emerge è ricco e sfaccettato, capace di restituire il nesso tra la vita individuale e la storia generale. Attraverso il costante intreccio tra la biografia di Gerda Taro e gli eventi della storia europea degli anni ’30, Schaber getta nuova luce sulle vicende della persecuzione degli ebrei in Europa orientale e in Germania, e sull’impegno antifascista durante la guerra civile spagnola.

Per oltre cinquant’anni, la vita e l’opera fotografica di Gerda Taro sono rimaste per lo più nell’oblio.

Nel 1938 Capa, devastato dalla morte della compagna, pubblicò un libro di fotografie sue e di Gerda Taro sulla guerra civile spagnola, “Death in the Making“, cui seguì una mostra alla New School for Social Research di New York.

Entrambi avrebbero dovuto rendere omaggio alla fotografa e al lavoro che Capa e Taro avevano compiuto in Spagna, ma molti degli articoli che apparvero sulla stampa omisero di includere il nome di Taro tra gli autori delle immagini.

Nei decenni successivi l’archivio fotografico di Gerda Taro andò in parte perduto, e le fotografie che sopravvissero vennero attribuite a Robert Capa e inglobate all’interno del suo archivio.

Nella Repubblica Democratica Tedesca, d’altro canto, Gerda Taro si trasformò in una figura eroica, simbolo della resistenza comunista contro il fascismo, e la sua immagine fu costruita in gran parte da Dina Gelke, madre di Georg Kuritzkes, che era stata amica di Gerda a Lipsia. Solo a partire dalla biografia su Robert Capa scritta negli anni ‘80 da Richard Whelan si è iniziato a far luce sulla vita di Gerda Taro, grazie ad uno studio degli archivi del fotografo ungherese, e ad un contesto storico scevro delle divisioni ideologiche della guerra fredda.

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Ugo Mulas. La scena dell’arte a Roma e a Milano

Posted by Rosa Maria Puglisi on January 7, 2008

E’ un tributo tardivo, dacché sono trascorsi quasi trentacinque anni dalla sua morte, a uno dei più grandi protagonisti italiani della fotografia, quello offerto da tre città e tre musei: un’ampia retrospettiva promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (DARC - Direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanee), dal Comune di Milano e dalla Città di Torino in collaborazione con Archivio Ugo Mulas, intitolata “Ugo Mulas. La scena dell’arte”.

Sono, in realtà, due diverse mostre, ora rispettivamente al MAXXI di Roma (fino al 2 Marzo) e al PAC di Milano (fino al 10 Febbraio), le quali si ricongiungeranno dal 26 giugno al 19 ottobre alla GAM di Torino, in un evento espositivo davvero unico, nel quale per la prima volta in Italia il pubblico avrà l’opportunità di ammirare circa 600 immagini, suddivise in sezioni, che rappresentano l’evoluzione dell’artista nelle tappe principali della sua opera.

Abbiamo già avuto occasione di parlare ampiamente in questi spazi (nella scheda dedicata alla sua arte) dell’interessante percorso, che nell’arco di un ventennio ha condotto Ugo Mulas dal reportage sociale alla sperimentazione meta-fotografica, attraverso una lunga contiguità con l’arte moderna e contemporanea. Specialmente di questa vicinanza ideale, ma anche concreta, che lo ha portato al continuo contatto con le maggiori figure artistiche del Novecento - lungamente frequentate e ritratte in un rapporto vivo coi propri lavori - avevamo scritto.

Una sorta di “affinità elettiva” - per la quale (come citato da Tommaso Trini) Jasper Johns ha potuto affermare: “Lui faceva parte della scena, del gruppo” (citazione che, per altro, richiama e spiega pienamente il titolo della presente retrospettiva) - è proprio quella che troviamo mirabilmente esemplificata dalla mostra romana.

Al MAXXI sono in mostra sezioni, che meglio raccontano lo stretto legame tra il fotografo e l’Arte. Il percorso si snoda, infatti, a partire dalle immagini del Bar Jamaica, luogo di ritrovo negli anni ‘50 degli artisti orbitanti intorno a Brera e all’Accademia, riportando poi gli scatti evocativi delle Biennali di Venezia tra il 1954 e il 1972.

Nutrita è la galleria dei Ritratti di artisti già affermati, ma anche di molti allora emergenti oggi già passati alla storia; l’elenco dei più celebri sarebbe già lunghissimo: De Chirico, Ernst, Burri, Giacometti, Manzoni, Lichtestein, Pistoletto, e tanti tanti altri. “Alcuni “focus” approfondiscono e pongono in risalto il forte rapporto di amicizia e di collaborazione che Mulas ha intrattenuto con alcuni artisti italiani come Burri, Ceroli, Fontana, Manzù, Pascali, Schifano, Twombly”.

La sezione degli Eventi - con le immagini della mostra “Sculture in città” a Spoleto (1962), quelle di “Campo Urbano” a Como (1969), ma pure quelle della celebre “Vitalità del Negativo” a Roma (1970) e del decimo anniversario del Nouveau Réalisme (1970) a Milano - rappresenta in questa mostra l’ideale trait d’union fra il Mulas ancora reporter e quello delle Verifiche (sezione conclusiva della mostra) immerso totalmente in un’indagine delle possibilità espressive e linguistiche della fotografia, profondamente conscia degli sviluppi dell’arte concettuale.

Lo stesso itinerario di evoluzione dal concreto al concettuale è stato tracciato nella mostra a Milano, con un percorso differente e complementare, dove si dà spazio tanto alle prime brumose foto della periferia milanese, quanto all’esposizione dei lavori compiuti Oltreoceano nella sezione New York: arte e persone 1964 - 1967, testimonianze della scena artistica newyorchese, allora incentrata sulla Pop Art e il suo vate Andy Warhol. E ancora alle Nuove ricerche 1967 - 1969, il vero anello di congiunzione con la sperimentazione delle Verifiche, anche qui proposte come culmine di un eccezionale percorso artistico, troncato da una prematura scomparsa, ma ancora denso - a distanza di vari decenni - di significato.

La mostra è accompagnata da un bel catalogo edito da Electa.

Per vedere una piccola selezione d’immagini tratte dalle due mostre, vi rimando alle “gallerie fotografiche” di Repubblica.it

Ugo Mulas

Ugo Mulas, “Autoritratto, riflesso nell’opera di Michelangelo Pistoletto, Vitalità del negativo”, Roma, 1970
© estate Ugo Mulas
Tutti i diritti riservati

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I miei auguri e un… “segnalibro”

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 23, 2007


Buone Feste!!!
Inserito originariamente da specchioincerto

Ecco anche per voi gli auguri che ho postato su Flickr… con l’augurio di celebrare queste feste con un po’ di semplicità fanciullesca. :-)

Riguardo al segnalibro cui fa cenno il titolo del post, volevo suggerirvi la lettura della scheda sull’arte di Jacques Henri Lartigue, che forse potrebbe essere passata inosservata dal momento che non è mai stata sulla homepage.

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Grazie a una precoce iniziazione alla fotografia da parte del padre, come pure alla veneranda età raggiunta, Jacques Henri Lartigue può vantare una carriera fotografica di oltre ottanta anni.

L’esser stato chiamato fotoamatore (in un periodo, per altro, nel quale questo termine non era sinonimo di dilettante) ha dato luogo a fraintendimenti tali da far considerare la sua opera alla stregua di una felice combinazione: il risultato del passatempo d’uno spensierato benestante.

Ma… (segue)

[Pubblicato anche su Cultframe, dove troverete anche una scheda biografica, la bibliografia e vari link]

 

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“Appena percepite”

Posted by Rosa Maria Puglisi on October 15, 2007

“Pentema”. Copyright: Giuliana Traverso“Appena percepite” è - come già accennato in un precedente post - la mostra di Giuliana Traverso, attualmente a Roma presso l’I.S.A. l’Istituto Superiore Antincendi. Di essa vale la pena di parlare più diffusamente.

Al di là di una prima considerazione che verrebbe in mente riguardo all’allestimento - che assegna agli scatti della celebre fotografa genovese un luogo da condividere con gli autori della sezione “Sguardi fuori” nella rassegna di FotoLeggendo, anziché dar loro il rilievo promesso sulla carta, dove quest’esposizione ha l’etichetta delle “Grandi Mostre” - preferiamo soffermarci sulle immagini, sulla loro qualità e intensità, sul senso di questa nuova garbata provocazione della “Maestra della Fotografia”; titolo che a ragione le è stato conferito qualche anno fa.

Le opere inedite di questa mostra sono tutte fotografie in bianco e nero, egregiamente stampate, in un formato e con una tecnica tali da aver già in sé un particolare impatto visivo. Sono grandi e spesso di una forma che tende alla concentrazione del quadrato; la loro superficie è densa e pastosa, da stampe al carbone, non riflette la luce esterna, ma anzi sembra catturarla, inghiottirla per poi restituirla a sprazzi in visioni molto concrete.

Chi si aspettasse, leggendo il titolo della mostra, un susseguirsi di immagini fuggevoli - in questo senso “appena percepite” e non ancora appieno elaborate dalla mente - potrebbe rimanere stupito da tanta sicura solidità.

Rappresentano di fatto momenti slegati fra loro, accomunati dall’irrilevanza del soggetto in sé, di volta in volta assurto ad exemplum di un divenire del proprio flusso di coscienza personale.

L’occhio della fotografa si posa e percepisce le luci, scopre le forme nel caos della realtà, “appena percepite” le restituisce con lo strumento della propria arte, come un pittore farebbe col suo pennello. Non consuma la realtà, la ricrea. Secondo la propria sensibilità. E, ancor più, secondo la propria cultura.

Il risultato è qualcosa che va oltre la pura denotazione, e tuttavia non può dirsi pienamente connotativo: il significato di queste immagini, in virtù della loro enigmaticità di frammenti, rimane infatti in larga misura aperto alle nostre proiezioni individuali, tanto quanto potrebbe esserlo un quadro astratto.

Sembra un invito a riflettere su ciò che percepiamo e definiamo frettolosamente “realtà”.

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La mano

Posted by Rosa Maria Puglisi on September 4, 2007

mani.jpgFino al 30 settembre la Galleria fotografica del Musée d’Orsay di Parigi ospita “La main”, mostra dedicata alla rappresentazione della mano - e naturalmente alle sue valenze simboliche - all’interno della prima produzione fotografica ritrattistica, dai suoi albori fino ai primi del Novecento.

Le opere selezionate per l’esposizione forniscono un vasto campione di immagini, rappresentativo e delle tecniche e delle prassi dell’epoca: accanto ad opere d’autore (da Disderi a Nadar, da Vacquerie a Stieglitz), si trovano anche fotografie commerciali e amatoriali; accanto a mani anonime, mani per così dire emblematiche delle celebrità cui appartengono, strumenti fondamentali per le arti che costoro rappresentano: quelle di ballerini, mimi, scrittori, pittori e scultori del calibro di Nijinsky, Deburau, George Sand, Degas e Rodin.

Avvocato e maestro d’eloquenza del primo secolo dopo Cristo, nella sua opera fondamentale “Institutio Oratoria“, Marco Fabio Quintiliano, asseriva: “Il numero dei movimenti di cui le mani sono capaci è incalcolabile ed uguaglia quasi quello delle parole… Le mani parlano, o poco ci manca. Esse pongono domande e fanno promesse, esse chiamano e congedano, minacciano e supplicano. Le mani esprimono orrore, timore, gioia, tristezza, esitazione, confessione, pentimento, misura, abbondanza, quantità, tempo. Esse non hanno forse il potere di incitare o di calmare, di implorare, di approvare, di ammirare, di testimoniare il pudore?”.

Poeta, incisore e storico dell’arte (medievalista) Henri Focillon scrive “Éloge de la main”, accordando alla mano un valore tutto speciale nella “creatività” umana.

La mano, come si può dedurre persino dalle preistoriche pitture rupestri - le cui prime manifestazioni sono appunto impronte di mani -, è da sempre considerata il simbolo principale dell’espressione umana, meglio della sua espressività che si fa atto e oggetto, e infine progresso (così che Alfred Stieglitz intitola “The Hand of Man” un suo scatto in cui una locomotiva procede in mezzo a una nuvola di fumo).

Nella ritrattistica di tutti i tempi la mano connota il carattere del soggetto al pari del viso e dello sguardo. Per questo i primi fotografi - che si sentono discepoli della pittura, ne acquiscono i codici, e li ripropongono nel loro lavoro - spesso corredano i loro studi di oggetti i quali in mano ai clienti conferiranno loro una posa più significativa e “naturale”. L’antesignano di tale pratica è proprio Adolphe-Eugène Disderi, l’artefice della larga diffusione del ritratto (grazie alle sue carte-de-visite). L’oggetto più in voga è il libro, pratico per le sue dimensioni, evocatore di cultura e riflessività.

Non solo elemento del ritratto, la mano appare in fotografia anche come “studio”, ad uso e consumo di artisti e studenti delle Belle Arti, e perfino come puro esperimento della tecnica fotografica (è il caso della “mano del banchiere D.”, foto inviata da Nadar alla mostra della Società Francese di fotografia nel 1861 a testimoniare il proprio modo di procedere in presenza di “luce elettrica”). Nel caso poi di Bronia Wistreich-Weill, le sue immagini di mani giunte, che ricordano pezzi di Rodin, partecipano di un’estetica del frammento sviluppatasi nel corso del XIX secolo.

Sicuramente densa di suggestioni dal passato e di testimonianze di un’epoca che appare ormai remota, la mostra parigina offre molti spunti di riflessione estetica, storica, e persino filosofica in un’epoca come quella attuale in cui il mutato approccio alla nostra esistenza rende forse la mano meno simbolicamente pregnante degli occhi con i quali esperiamo il mondo, ormai a debita distanza, guardandoci bene dal “toccar con mano” la realtà.

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