Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for November, 2008

La Fotografia del XX secolo a Lugano

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 20, 2008

Jacques-Henri Lartigue. Richard Avedon, 1966. © Ministère de la Culture et de la Comunication, France/AAMHL

Jacques-Henri Lartigue. Richard Avedon, 1966. © Ministère de la Culture et de la Comunication, France/AAMHL

“L’intensificazione di studi e ricerche approfondite, di eventi espositivi, di sensibili riscontri mercantili alla crescita numerica e qualitativa di autori nuovi o messi in luce per la prima volta, l’impulso di vaste iniziative editoriali, pubblicistiche o interessate alla comunicazione, hanno posto la fotografia al centro di un complesso e significativo dibattito culturale che ne determina altresì la fortuna critica. Mai come ora, dopo la sua eclatante apparizione nel secolo XIX sulla scena della storia, la fotografia ha raggiunto una così vasta audience tra fotoamatori, studiosi, produttori tecnici, collezionisti, mercanti e appassionati osservatori, mettendola al centro di molti processi evolutivi, di una quantità innumerevole di attività in differenti settori. E, con la diffusione della sua crescente automazione e accessibilità fruitiva, sia verso nuovi utenti sia verso i suoi consumatori, in un tempo che è stato definito della “civiltà dell’immagine”, si è intensificata e approfondita anche la riflessione sul suo potenziale estetico e socio-culturale, rispetto a quanto già si era percepito in altri momenti“.

Con queste parole (che sembrano a tratti stridenti rispetto alla situazione italiana della fotografia tratteggiata nel precedente post) Bruno Corà presenta una interessante mostra, di cui egli è curatore, visitabile fino all’11 gennaio 2009 al Museo d’Arte della Città di Lugano, città dove con lungimiranza si sta cercando di promuovere l’arte (e con essa naturalmente anche la fotografia) attraverso la creazione di un “Polo Culturale”, pensato come laboratorio interdisciplinare, aperto alla più ampia collaborazione in rete.
Di questo progetto fa parte tale esposizione, che ambiziosamente propone di render conto delle maggiori espressioni della fotografia del Novecento e s‘intitola “Photo20esimo. Maestri della fotografia del XX secolo”.

Numerosissimi, i maestri cui accenna il titolo della mostra sono stati scelti per fornire attraverso le loro immagini un quadro il più possibile esaustivo di quelli che sono stati individuati come i maggiori filoni della fotografia novecentesca.

  © L. Moholy-Nagy FoundationLászló Moholy-Nagy. Senza titolo [Fotogramma] 1943. © L. Moholy-Nagy Foundation

László Moholy-Nagy. Fotogramma, 1943

A partire dall’ “Astrazione“, intesa in senso lato, con la quale gli artisti hanno variamente tentato, da una parte, di confutare l’attitudine realistico-documentaria del medium fotografico, dall’altra d’indagare proprio gli elementi costitutivi del suo linguaggio, creando una nuova estetica, in adesione con i movimenti delle avanguardie (dal futurismo al surrealismo, ed oltre).

Nella sezione dedicatale sono presenti autori diversissimi fra loro, come Moholy-Nagy, Veronesi, Siskind, Gioli, ma anche (inaspettatamente, e totalmente a proposito) come Mario De Biasi, Margaret Bourke-White  o Vittore Fossati.

Anche nella sezione che rappresenta il “Corpo” umano, si attraversano varie esperienze il cui senso appare sempre fortemente collegato al momento storico ed alla più generale percezione da parte della società del linguaggio dei corpi. Troviamo anche qui grande varietà di espressioni, da Kertész a Garduño, da Brandt ad Araki, da Man Ray a Francesca Woodman.

Non meno disparato il campo coperto dal “Ritratto“, inteso in molti modi da questi artisti, ma mai come semplice trascrizione di una somiglianza al’individuo: se per August Sander è classificazione di un sistema sociale e delle sue “personae“, per Walker Evans è svelamento di un’identità, spogliata appunto da ogni maschera sociale e colta nella sua autenticità, per fare due esempi opposti.

Arnold Newman. Picasso, 1954 © The Arnold Newman Archive

Arnold Newman. Picasso, 1954 © The Arnold Newman Archive

Quasi una sottosezione del “Ritratto” potrebbe essere considerata quella di “Arte e artisti”, ove si celebra lo stretto rapporto coltivato da questi con la fotografia, attraverso la quale son giunte a noi testimonianze non solo delle sembianze (spesso innalzate ad icone) degli artisti, ma anche della loro progettualità e del loro fare arte: dai ritratti di Steichen all’amico Auguste Rodin, alle immagini di Ugo Mulas. Ad arricchire questo ambito sono state scelte anche foto di scena degli anni d’oro del cinema italiano.

La rassegna della fotografia di “Paesaggio” presenta pure un ampio ventaglio di approcci, dalla veduta romantico-bucolica alle caotiche asprezze dei vai paesaggi urbani. Lungo lo svolgersi del secolo e le diverse esperienze di ricerca, troviamo scatti di Weston, Feininger, ma anche di Ghirri e Giacomelli, Meyerowitz e Barbieri. Particolarmente curiosa un’immagine di Diane Arbus: un paesaggio in interno, per così dire, quello su di una insolita tappezzeria.

Apre il discorso sul “Reportage”, invece, una storica fotografia scattata da Robert Capa poco prima d’inciampare nella mina che lo avrebbe ucciso: è lui il portabandiera di “generazioni di giornalisti fotografi che intendono fare la guerra contro la guerra… investendo in intensità etica e in una stampa moralmente impegnata”, come scrive Giovanni Fiorentino.
Anche qui le esperienze esposte sono disparate nella concezione e nei risultati, perché “il reportage affianca l’assolutamente irripetibile alla ripetizione ordinaria”. Così per citare solo i nomi più noti, troviamo in mostra  Robert Frank e William Klein, ma anche Cecil Beaton e persino Roman Vishniac, che con una fotocamera nascosta girando per ghetti e villaggi dell’Europa dell’Est negli anni ‘30 ha salvato tutto ciò che riusciva, “solo il loro ricordo“, degli sventurati ebrei destinati allo sterminio nazista.

Philippe Halsman. Marylin in White Dress, 1952

Philippe Halsman. Marylin in White Dress, 1952

Un tempo svilita dall’arte pittorica come genere bozzettistico, ma adottata fin dagli albori della fotografia (un po’ per necessità tecnica legata ai lunghi tempi di posa), la “natura morta” è divenuta esempio della frammentarietà insita nella visione fotografica; è infine cresciuta nella considerazione della modernità fino ad affermarsi definitivamente nell’odierna società dei media e dei consumi.

Malgrado un minore impatto emotivo non è meno importante è questa sezione dello “Still Life”: con la solita varietà dei suoi esempi (Renger-Patzsch, Steichen, Imogen Cunningham, Minor White, Cresci, Mulas, ecc.), racconta la storia di una progressiva nobilitazione degli oggetti della quotidianità.

La “Moda“, infine, genere vitalissimo e terreno di sperimentazioni ed ibridazione fra le arti. Dal bianco e nero, luce ed ombra, dalle stilizzazioni tipiche dei primi decenni che portano ad un’artificialità scultorea del corpo femminile, ridotto a lussuosa statua; alle nuove tendenze che si fanno largo negli anni Sessanta e, rivolgendosi alla borghesia, guardano ora verso la vita reale e la strada; la progressiva sperimentazione, in seguito, che non paga di inglobare nella scena anche i retroscena della moda, tenta di inglobare addirittura la vita di strada, proponendo immagini volutamente sempre più imperfette; e da questo recupero dell’impuro sembra poi naturale travalicare nella creazione di mondi e corpi nuovi, post-umani, che risentono delle suggestioni della ricerca genetica, della medicina estetica, e della fluidificazione dell‘identità.
Troppo numerosi anche qui i nomi (spesso già incontrati in altre sezioni) per citarli tutti.

Tributo alla fotografia di un secolo, questa mostra diventa in realtà un racconto di ciò che il secolo stesso è stato, attraverso un’ampia selezione di visioni differenti.

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Per un dialogo sulla fotografia

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 10, 2008

Come alcuni di voi già sapranno, da un articolo pubblicato in questi giorni sulle pagine di “Cultframe” è nata  la proposta di tentare un pubblico dialogo che abbia come oggetto “la fotografia italiana”, dal momento che questa attualmente si trova ad essere un mondo – cito testualmente – “particolarmente chiuso e conservatore nonché estremamente timoroso (e quindi non avvezzo al confronto di idee); è un mondo che si nutre di luoghi comuni, fraintendimenti, provincialismo e di quello che io chiamo, senza mezzi termini, regime”.

Il perché lo sia, Maurizio De Bonis lo argomenta in maniera molto chiara e circostanziata nel suo scritto al quale sono di spunto le parole che Sandro Iovine ha pronunciato qualche mese fa nel corso di un’intervista in tre parti, curata e messa on line da “Idee in Bianco e Nero“.

Per questo motivo De Bonis si è rivolto proprio a Iovine nel tentativo di avviare un dialogo sulla fotografia, trovando il giusto sostegno nel blog di questi al suo intento di smuovere le acque e allargare il dibattito. Dibattito che – di fatto – ha cominciato a prender corpo sul blog di Iovine, un vero luogo eletto per tali discussioni, a partire dal suo nome: “Fotografia: parliamone!”. Lo trovate cliccando qui.

Per quanto concerne l’andamento attuale di questo dibattito, vorrei rilevare, innanzi tutto, una generale accoglienza positiva verso tale proposta di dialogo, oltre che la pressoché totale adesione agli assunti che De Bonis propone quali premesse: prima fra tutte l’insofferenza verso un cosiddetto “regime”, gestito da (cito ancora l’articolo) mondo del giornalismo e della comunicazione, taluni organizzatori di corsi e workshop, alcune riviste di fotografia, agenzie, circuito amatoriale, nonché accademie e università”, di modo che “ognuna di queste realtà, nel suo settore di competenza, contribuisce a creare un clima di chiusura spaventoso, un labirinto che nega sistematicamente la libertà espressiva e che forma (si fa per dire) generazioni di fotografi che non riescono a vedere oltre la punta del loro naso”.

Fra coloro che sono intervenuti, i più sono desiderosi di cambiamenti, alcuni addirittura di riscossa. Per fortuna, sono pochi coloro che paiono arrendersi ai fatalismi del “niente può cambiare: inutile anche provarci”!

Le proposte, però, quelle concrete intendo, invece, pare sia un po’ arduo formularle. L’unica parrebbe quella di creare un luogo virtuale, dove si possa da una parte mantenere aperto e sempre vivo il dialogo, dall’altra depositare i contributi di chi voglia “fornire indicazioni utili e approfondimenti a chiunque desideri studiare il fotografico e le sue innumerevoli relazioni con la realtà”.

De Bonis stesso è poi intervenuto in sede di dibattito per tentare di mettere a fuoco alcuni (ben 20!) punti sui quali si potrebbe opportunamente dibattere, che propongono in realtà altrettante problematicità nelle quali fatalmente ci si può imbattere occupandosi o semplicemente interessandosi di fotografia.

Un tale elenco, proposto più che altro per alimentare un dibattito, ha l’aria però di richiedere risposte troppo concrete in una fase che sembra ancora quella di un generico approccio all’altrettanto generica questione fotografia. E le parole con le quali De Bonis lo glossa paiono accendere uno spot su di un baratro nel quale la fotografia è sprofondata, a causa delle solite baronie che in Italia stritolano e soffocano ogni campo, e getta una luce veramente sinistra che forse rischia di sostenere i molti scettici adusi a cullarsi nel “non c’è più niente da fare”.

Da parte mia, al di là delle considerazioni che potrei fare su ciascuno dei 20 punti (ognuno dei quali richiederebbe ampie risposte) ribadisco qui – come ho già fatto là – il principio che tutto debba partire da una diffusa (il più possibile!) educazione all’immagine, la quale tenga conto degli elementi costitutivi del linguaggio visivo, del suo abc.

Trovandomi a commentare sul blog di Iovine per esprimere questa mia idea ho usato una frase che si è rivelata infelice: “alfabetizzazione delle masse riguardo alla fotografia”. Frase infelice perché ampiamente fraintesa a causa dei concetti che sono stati “appiccicati” nel corso degli anni alle parole “alfabetizzazione” e “masse”, le quali di per sé non hanno affatto per loro natura le valenze che ormai gli si attribuiscono.

Tra parentesi, a tal proposito, mi permetto di notare, che anche un termine tanto caro a De Bonis (quello di “regime”) con tutte le sue tragiche ulteriori valenze politiche ed emotive si presta al fraintendimento di chi potrebbe voler trasformare questo dibattito, colorandolo di tinte politiche che di per sé non dovrebbe avere.

Questo episodio ha rafforzato la mia opinione che si debba partire da un’analisi la quale coinvolga tutti i fondamenti della comunicazione visiva, che oggi si danno erroneamente per scontati, proprio come per scontato si dà il significato strumentale di una parola perdendone sovente la sua più autentica accezione semantica.

Così, come nel linguaggio verbale, anche in quello visivo e più in paticolare fotografico è diventato sempre più necessario ridefinire chiaramente certi termini.

Di questo non credo si possa fare a meno se vogliamo davvero creare la possibilità non di un’unica, ma del più ampio spettro possibile di valide alternative all’attuale monolitico ( e granitico!) mondo della fotografia italiana.

La vera libertà, che ci auspichiamo non nasce forse dalla possibilità di essere consapevoli delle proprie azioni e responsabili per esse?

Non vorremmo  – spero – combattere l’attuale “regime” per sostituirlo con una “democrazia”, dove (come nella orwelliana “fattoria degli animali”) tutti sono uguali, ma alcuni (magari proprio noi!) sono “più uguali degli altri”!

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“Vedermi alla terza persona”

Posted by Rosa Maria Puglisi on November 5, 2008

copertinaTerza uscita nella collana ‘round photography della bolognese Editrice Quinlan, “Vedermi alla terza persona. La fotografia di Claude Cahun”  è un volumetto di un centinaio di pagine, simile nella veste grafica ad un quaderno d’altri tempi (copertina nera e bordi rossi), ma è soprattutto la prima monografia pubblicata in Italia dedicata a questa singolare artista, il cui talento troppo a lungo è rimasto misconosciuto.
Ne è autrice Clara Carpanini, che proprio per questo lungo saggio,  nella sua forma di tesi di laurea, ha ricevuto nel 2005 il Premio DAMS per la sezione Arte.

Introdotto da una interessante prefazione di Federica Muzzarelli, (che di Cahun si era occupata nel suo “Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra Otto e Novecento”),  il libro è articolato in cinque capitoli strutturati secondo una logica non diacronica, che mette in luce soprattutto le profonde relazioni esistenti fra la multiforme attività di Lucy Schwob (vero nome dell‘artista) e le istanze della sua epoca.
Così Carpanini  fra il capitolo che rende conto delle molteplici ascendenze letterarie, prima fra tutte quella che lega Cahun al Simbolismo (di cui l’ammirato zio, Marcel Schwob, era stato importante esponente) e quello dedicato alla frequentazione degli ambienti dada e surrealisti, ne inserisce opportunamente uno che traccia la figura di una cosiddetta “new woman”, quale si era diffusa nell’Europa degli anni fra le due guerre.

Continue sono le citazioni dagli scritti di Cahun, i quali forniscono sovente un’importante chiave di lettura per ogni sua espressione artistica, dalla fotografia alla performance teatrale, poiché attingono sempre ad una dimensione intima autobiografica, sia pur trasfigurata da una peculiare forma di linguaggio aperta e destrutturata, quanto carica di componenti visionarie. Elementi questi che avevano fruttato all’artista una grande stima da parte di Andrè Breton.
Allo stesso modo il libro è pieno di rimandi biografici, non meramente accessori, ma funzionali a definire in maniera sempre più stringente l’opera cahuniana nel suo complesso,  e in quella sua particolare complessità, che ha coinvolto l’intera sfera del vissuto dell’artista.
Particolare attenzione è stata riservata, inoltre, al sodalizio artistico e sentimentale con la compagna di una vita Suzanne Malherbe (Marcel Moore), alla luce del quale gran parte dell’opera fotografica si rivela probabile frutto di un lavoro comune.

“Vedermi alla terza persona” si rivela, perciò, un ottimo strumento sia per quanti si avvicinano per la prima volta alla figura di Cahun sia per quanti la conoscono già, e perché si sforza di tracciare un quadro quanto più possibile completo e perché fornisce una nutrita bibliografia.
Dalla sua lettura emerge la figura di un’artista figlia dei propri tempi ed insieme anticipatrice, di gran lunga più interessante della profetessa del gender bender, che altrove si è spesso propagandata.

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