Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for October, 2008

Una New York d’altri tempi

Posted by Rosa Maria Puglisi on October 23, 2008

Ferruccio Testi. Ponte di Brooklyn, 1912

Copyright. Ferruccio Testi. Ponte di Brooklyn,1912

Una mostra alla scoperta di una favoleggiata metropoli americana di cent’anni fa, e oltre, è quella che si può scoprire al Fotomuseo Giuseppe Panini di Modena.

Intitolata “New York In & Out – La città di Jacob Riis, Joseph & Percy Byron e Ferruccio Testi – 1888-1914”, resterà aperta fino al 30 novembre.

Accanto al nome di un celebre pioniere del fotogiornalismo, quale Jacob Riis, noto per aver investigato e raccontato ogni aspetto di New York (soprattutto quelli più miseri ed equivoci, generalmente fuori dai “riflettori“), accanto ai nomi un po’ meno noti, ma ugualmente celebrati di Joseph e Percy Byron, padre e figlio, proprietari di un apprezzato studio a Broadway (perciò solitamente associati più che altro alla fotografia di scena) ci sorprende nel sottotitolo di questa mostra il nome di uno sconosciuto Ferruccio Testi.

Era questi un fotoamatore modenese, sbarcato nel 1912 a New York, al seguito di una delegazione della Camera di Commercio di Modena e sono le sue immagini il cuore della mostra, cosa che potrebbe stupirci ancora di più.

Da una parte le foto-ricordo dell’italiano, che colgono con freschezza visiva le impressioni di uno sguardo curioso, talora un po’ “distante”, per il quale tutto è novità: dalla gente (vista dall’alto) ammucchiata in coperta nella terza classe del piroscafo “Stampalia” su cui egli viaggia, alle luci sfavillanti della notte newyorkese (ammirate ancora una volta un punto di vista elevato), alle strade pavesate da enormi striscioni per la propaganda elettorale di Theodore Roosvelt, percorse già da qualche automobile e addirittura da un bus a due piani. Immagini che senza dubbio suscitano la nostra di curiosità.

Dall’altra le fotografie – concesse in prestito per l’occasione dal Museum of the City of New York – di quei grandi professionisti, i quali in comune con Testi hanno il avevano giusto il fatto di esser un tempo giunti anche loro in America dall’Europa.

Da questo muto dialogo fra le immagini dell‘uno – ingenua esplorazione di uno sguardo avido di quel mondo sconosciuto – e quelle degli altri, professionisti consapevoli non solo del linguaggio fotografico, ma anche e soprattutto della vita della Grande Mela, scaturisce l’aspetto più interessante di questa esposizione.

Similitudini e differenze, non solo di sguardo, ma persino di approccio, contribuiscono a ricostruire il quotidiano di quella leggendaria città, come lo si poteva vivere fra la fine del IX e gli inizi del XX secolo, fornendo uno spaccato articolato, di grande interesse sociologico e documentaristico.

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una piccola segnalazione

Posted by Rosa Maria Puglisi on October 20, 2008

Avendo scoperto che recentemente WordPress ha attivato la possibilità d’inserire dei sondaggi, ve ne propongo uno all’interno di uno degli ultimi post, più precisamente su “Si farà “FotoGrafia 2009″?“, la domanda cui rispondere è:

Cos’è per te il “Festival Internazionale della Fotografia di Roma”?

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Un viaggio verso la Fotografia

Posted by Rosa Maria Puglisi on October 19, 2008

Samule Bianchi

Copyright: Samule Bianchi

Un’esperienza vissuta “in prima persona” è l’origine di questo scritto, quella di cui parla Maurizio De Bonis su Cultframe in “Storia di un esperimento”.
Tenterò di parlare di tale “esperimento” – dal quale molti spunti ed interrogativi sono emersi sul fare fotografia, non meno che sul trattarla come oggetto di studio e approfondimento critico -, narrandolo dal mio punto di vista, forse ancor più soggettivo di quello di De Bonis, un po’ per ribattere alle sue perplessità, un po’ sperando di fornire qualche altro elemento a chi fosse interessato o incuriosito.

Per cominciare vorrei fare delle premesse, spiegare cosa mi ha portato a partecipare e come mi sono presentata a questo appuntamento con la fotografia, propostomi qualche mese fa.
Divisa come mi sento fra la consuetudine a riflettere sulle immagini – qui e altrove coltivata – e un’antica e non sopita vocazione alla prassi fotografica, mi ero fin dall’inizio chiesta se dovessi presentarmi a questo incontro nella veste di fotografa o di studiosa della fotografia, dal momento che il progetto parlava di un “ritiro di aggiornamento, confronto e studio tra pari” pensato per “rompere questa cappa di isolamento culturale nella quale sono imprigionati fotografi e critici”.

A quale categoria fra queste mi sarei dovuta sentire di appartenere in quest‘occasione?

Claudia Romiti

Copyright: Claudia Romiti

L’incertezza riguardo al ruolo che avrei potuto rivestire derivava dal fatto che a lungo ho creduto di aver accantonato il fare fotografia, anche se continuavo a “scattare foto” quando mi sentivo spinta a farlo, senza una chiara intenzione e quasi per un riflesso condizionato, seguendo un istinto laddove la ragione si rifiutava di concedersi alla fotografia, per motivi che ora sarebbe troppo complesso spiegare.

Il primo impulso è, quindi, stato quello di tirarmi indietro, di non partecipare; perché in cuor mio il ruolo di fotografa era quello che mi premeva, anche se non mi sentivo più in diritto di ricoprirlo.

Infine però ho accettato, cedendo alla grande tentazione di un confronto diretto con chi la fotografia la faceva davvero e in tutta consapevolezza, come Samuele Bianchi, Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Antonella Monzoni, Claudia Romiti; ma anche con chi la capiva davvero come Orith Youdovich (che unisce alle doti di fotografa quelle di curatrice), e lo stesso De Bonis.

Alfredo Covino

Copyright: Alfredo Covino

Come si può ben immaginare, in me albergava pure – più o meno consapevolmente – una speranza: avere conferma e rassicurazione riguardo al mio attuale incerto status di fotografa.

Avendo accettato di prender parte all’esperimento di Maurizio e credendo in cuor mio opportuno parteciparvi da fotografa, si apriva allora una nuova questione: quali immagini avrei portato con me?
Quelle della “fotografa” priva di dubbi, che mi sentivo un tempo, o quelle della semplice “osservatrice esterna” – che mi sentivo ora – pronta a prendere in mano la fotocamera sotto la spinta di impulsi piuttosto inconsci, sempre incerta tuttavia sull‘opportunità di chiamare fotografia il prodotto di tale azione?

Dopo lunghe riflessioni ho deciso che avrei portato solo poche delle immagini dei reportage che facevo un tempo, in quanto rappresentative di un percorso culminato in un lavoro sull’ultimo periodo di vita di mio padre e sulla nostra casa (concluso il quale m‘era parso di non poter più dire nulla di mio attraverso la fotografia). Di questo lavoro avrei portato buona parte delle stampe che avevo esposto in una mostra; significava troppo per me: la fine di un percorso o quantomeno della capacità di esprimermi con un certo linguaggio.

Orith Youdovich

Copyright: Orith Youdovich

Solo a questo punto è stato per me veramente chiaro che ciò che mi interessava era proprio capire se riuscivo ancora o meno a dire qualcosa “fotograficamente“ anche con quelle immagini più recenti che avevo scattato seguendo una spinta interiore irrazionale, e che avevo accumulato senza neanche considerarle, contando in quel momento più l’atto (del guardare attraverso la macchina e scattare), che i risultati.

E’ vero, non le avevo pensate come “fotografia“, ma solo come un “continuare a fotografare” contro ogni tentazione di smettere.
Ma se la fotografia è fatta soprattutto dal particolare sguardo del fotografo, può quest’attitudine svanire di colpo nel nulla? E se la fotografia è fatta di codici visivi, attraverso i quali può comunicare, una volta che da tali codici uno si allontani inavvertitamente – col credere di non essere più fotografo -, quanto e cosa può arrivare di un’immagine? Ma si può davvero sfuggire alle strutture mentali che si creano “parlando un linguaggio” per anni?

Con questi dubbi e questi interrogativi sono partita il 10 Ottobre per Prato, all’avventura, portando con me anche una vasta selezione di quelle immagini più recenti; andando incontro a persone che (ad eccezione di Maurizio De Bonis e Orith Youdovich, i quali da anni sono miei amici) non conoscevo personalmente, e perfino come fotografi conoscevo molto poco, poiché mi ero guardata dal cercare informazioni che avrebbero potuto ingombrarmi di pre-giudizi. Del resto, per la fiducia che nutro in Maurizio ero certa di incontrare gente sensibile e preparata, e sotto questo aspetto non sono assolutamente rimasta delusa.

Antonella Monzoni

Copyright: Antonella Monzoni

E’ stata una vera e propria full immersion nel mondo delle immagini, interessante senza dubbio, a partire dall’introduzione di De Bonis, nella quale si affrontavano criticamente il reportage (argomento al quale inel corso di passati dibattiti l’abbiamo visto appassionarsi), la visione dell’altrui dolore in fotografia, oltre ad alcuni approcci fotografici fuori dal coro. Attraverso questi spunti ci si invitava a mettere in moto un “lavorio” mentale, il quale ci avrebbe accompagnati in quei giorni e – auspicabilmente – seguiti anche dopo la conclusione di quest’esperienza, per innescare quel tipo di proficuo processo creativo che scaturisce solo da un moltiplicarsi di dubbi e domande, e che non si acquieta mai nelle risposte scontate e preconfezionate dall’establishment dell’arte.

Nel corso del fine settimana, la visione dei lavori di ognuno, giorno dopo giorno, è stata intervallata da proiezioni e discussioni, nelle quali quasi inevitabilmente De Bonis è stato non tanto un punto di riferimento quanto una guida sicura. Tentazioni didattiche? Ruoli precostituiti? Chissà!

E’ sicuramente difficile uscire dal proprio ruolo per chiunque; lo è ancor di più quando chi ti sta intorno quel ruolo te lo richiede, pur inconsciamente. E i nostri “personaggi” di fotografi (visto che Maurizio nel suo racconto a ruoli e personaggi accenna) erano senza dubbio pirandellianamente “in cerca di autore”.

Pietro D'Agostino

Copyright: Pietro D'Agostino

D’altro canto, nel secondo e centrale giorno del nostro ritiro, mi è parso, tirasse addirittura aria da “terapia di gruppo“ ed è per questo forse che De Bonis avrebbe apprezzato se ci fossimo abbandonati in maniera “catartica“ al nostro “lavorio“, mentre si è invece trovato – nella migliore tradizione psicoterapeutica – di fronte alle “resistenze”, manifestatesi come paure, indecisioni e clamorose distrazioni.

Forse anche è inevitabile laddove delle persone sensibili accettano d’incontrarsi non prive di “maschere”, ma prive di “armature” difensive, per meglio accogliere uno scambio di idee e soprattutto di sensazioni e sentimenti, essendo questi per un artista buone premesse sulle quali formulare e riformulare successivamente dei concetti razionali.

Con varie sfumature ognuno aveva chiaro – credo – che di questo incontro il cardine dovesse essere la libertà di esprimere il proprio modo di essere, e i tentativi di operare al di fuori dai parametri che, sappiamo, costringono il mondo della fotografia ad una statica ripetitività di stilemi e perfino di argomenti.
Riflettere sulle proprie fotografie, a questo punto, diventava imprescindibile rispetto al riflettere sulla fotografia, ruolo che pareva attagliarsi di più a Maurizio De Bonis, unico fra noi a non essere fotografo.

Comprendo pienamente il suo desiderio di uno scambio più profondo anche a livello puramente intellettuale, come la sua delusione riguardo all‘inguaribile autoreferenzialità dei fotografi , ma credo che parlare della propria fotografia fosse per ognuno di noi il modo più autentico per parlare in quella sede di “Fotografia”, motivo per cui – a mio parere – è risultato anche piuttosto faticoso fare comparazioni con arti, certamente sorelle come il cinema e il video, ma che non rientravano (tranne che nel caso di Pietro D’Agostino e molto parzialmente di Samuele Bianchi) nell’ambito della nostra esperienza vissuta di produttori di immagini.

Rosa Maria Puglisi

Copyright: Rosa Maria Puglisi

Al di là di ogni aspettativa delusa – la mia per esempio è stata quella di non aver ottenuto indicazioni, ma non “sulla direzione da seguire” quanto sulla riconoscibilità di un percorso già in atto; per cui sono rimasta esattamente cogli stessi dubbi anziché conquistarne di nuovi – l’esperimento mi pare possa dirsi perfettamente riuscito, anche e proprio con tutte quelle pecche che riguardano l’espressione dell’umanità di ogni partecipante, proprio perché – quale che sia la sensazione di De Bonis – ognuno ha fatto del proprio meglio per abbandonarsi al “lavorio” auspicato e ognuno l’ha fatto secondo il proprio modo di essere.

Se Maurizio può chiamarci, infine, compagni di viaggio è perché questo cosiddetto esperimento non è stato altro che un viaggio esperienziale nella fotografia e dentro di noi. E tutti noi abbiamo accettato di farlo – credo – perché sentiamo in prima persona e percepiamo sempre più diffusa l’esigenza di scambi autentici di idee per superare l’impasse cui spesso ci costringe l’immobilismo della cultura e il conservatorismo dei suoi potentati, non meno delle varie logiche di mercato.


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Si farà “FotoGrafia 2009″?

Posted by Rosa Maria Puglisi on October 9, 2008

Il 6 ottobre è apparsa una notizia sul sito dell’ANSA, destinata a creare perplessità e ulteriore sconforto nell’opinione pubblica, già afflitta da un’insistente campagna “terroristica” da parte dei mezzi d’informazione, che vogliono il mondo intero sull’orlo di un inevitabile baratro economico, nel quale – per la verità – rischiano di trascinarci davvero gli allarmismi più che tutto il resto: di rado in questi giorni ci si ricorda che nella “Crisi del ‘29″ – autentico spauracchio del momento – un ruolo fondamentale l’ebbe il panico che si diffuse fra i risparmiatori, i quali correndo in massa a recuperare il proprio denaro fecero in realtà precipitare la situazione!

Forse parrà un’esagerazione accomunare la notizia della cancellazione del Festival Internazionale della Fotografia di Roma a quelle degli indubitabili disastri finanziari attuali, che in ogni caso avranno ripercussioni su tutti, ma d’altro canto il clima apocalittico imperversa davvero nell’opinione pubblica e nella parte di questa che è interessata alla Fotografia (e più in generale alla circolazione della cultura) la notizia battuta dall’ANSA è arrivata come un’ulteriore doccia fredda su ogni tiepido ottimismo residuo.

L’eco che ha avuto è stata forte e Repubblica stessa ha pensato bene di accendere i già ricettivi animi con un suo articolo uscito ieri, dai toni perfettamente in linea con tutta la comunicazione odierna, dai TG alla carta stampata.

A noi piace, invece, dare spazio qui al comunicato stampa del direttore di Zone Attive Emiliano Paoletti, il quale ci restituisce alla realtà dei fatti, portandoci alla conoscenza del fatto che il Festival ha un credito (in senso lato) che lo potrà far vivere al di là dei finanziamenti del Comune di Roma.

Una sana lezione di realismo costruttivo in un periodo in cui ci vogliono far credere che nulla si può più fare.

Segnalo pure – già che ci sono – la vivace e propositiva attività di un gruppo di Flickr nato per l’occasione, dal quale ho prelevato il comunicato e il logo seguenti.

Esiste anche una petizione, che chi vuole potrà firmare al seguente indirizzo:

http://firmiamo.it/sign/list/noncancellateilfestivaldellafotografiadiroma/

Per un’opinione controcorrente leggete la nota di Diego mormorio su: http://www.artapartofculture.org

FotoGrafia 2009 – comunicato stampa – mercoledì 8 ottobre 2008

In merito alla dichiarazione dell’Assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi riportata in questi giorni dagli organi di informazione precisiamo che al momento la scrivente società non ha ricevuto alcuna comunicazione, ufficiale o ufficiosa che sia, in merito al supposto “sacrificio” del festival FotoGrafia.

A tal proposito si precisa che Zoneattive, società di proprietà dell’Azienda Speciale Palaexpo (a sua volta controllata al 100% dal Comune di Roma), è titolare del marchio del festival FotoGrafia, così come del marchio del festival Letterature, di cui ha curato le prime due edizioni. Pertanto, la decisione ultima sullo svolgimento della prossima edizione del Festival spetta alla società stessa, pur nel rispetto delle posizioni espresse dall’Amministrazione capitolina che ne è uno dei principali sostenitori.

Abbiamo chiesto già mesi addietro un incontro con l’Assessore per presentargli il Festival e condividerne gli indirizzi, purtroppo a questa richiesta non c’è stato riscontro alcuno. Nel frattempo sono stati avviati contatti con il Dipartimento Politiche Culturali, a seguito dei quali, dopo una prima conferma di massima del sostegno al Festival, ci è stato chiesto di presentare una proposta con una riduzione al minimo dell’impegno del Comune.
Abbiamo avanzato un’ipotesi che prevedeva un taglio del 35% del finanziamento, che complessivamente non avrebbe quindi superato i 150mila euro. Da quel momento non abbiamo più avuto notizie, fino alla dichiarazione dell’Assessore dell’altro giorno.

Appresa la notizia, ci siamo messi a lavorare con spirito costruttivo per un’ipotesi di completo autofinanziamento del Festival, concentrando tutta le sezione ufficiale e gli eventi al Palazzo delle Esposizioni e valorizzando al massimo il ruolo di gallerie private, accademie straniere, scuole e centri di fotografia.
Questa idea è resa sostenibile dal fatto che FotoGrafia, caso unico nel panorama dei festival cittadini, riceve un sostegno dai suoi sponsor pari a quello del Comune di Roma, a cui va aggiunto l’investimento dei tanti operatori locali che ogni anno realizzano autonomamente le oltre 100 mostre del Circuito.

Il Festival in questi anni si è del resto affermato come un evento che coinvolge attivamente e in maniera diffusa il territorio: dai musei istituzionali alle piccole librerie in periferia e che ne valorizza le potenzialità di luogo d’arte in equilibrio tra tradizione e contemporaneità, come le bellissime mostre delle prime edizioni ai Mercati di Traiano stanno a testimoniare.
E’ ormai riconosciuto come evento di punta a livello nazionale ed internazionale, contribuendo a rilanciare una centralità culturale della nostra città, grazie ad un lavoro di qualità, con grande consenso di pubblico e critica. Non a caso da ormai tre anni il Festival si svolge sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, riconoscimento concesso a poche iniziative e tutte di altro profilo istituzionale nel nostro Paese, e negli anni anche con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura.

A differenza di altre iniziative, che hanno il carattere di mere rassegne, il Festival si è costantemente impegnato per produrre nuova cultura ed esportarla, per valorizzare talenti locali e attrarne a livello nazionale ed internazionale, operando in una logica di rete in cui il nostro intervento è stato sempre volano di crescita e promozione, con ricadute ampie e diffuse su tutto il territorio.
Grazie al Festival sono giunti a Roma i più grandi fotografi internazionali, che oltre a realizzare nuovi lavori su Roma (Koudelka, Barbieri, Petersen, Parr, Iturbide e Basilico) si sono resi disponibili per seminari, lectures e incontri nelle scuole di fotografie sempre con l’intenzione di favorire l’incontro, lo scambio e la crescita.
Il Festival si è impegnato in questi anni nella produzione di nuovi lavori, presentando ogni anno proposte inedite ed in anteprima e superando così la logica dell’acquisto di pacchetti preconfezionati. In questa prospettiva, ha coinvolto con accordi di co-produzione partner, istituzioni e sponsor.

Tra questi, la Regione Lazio con il progetto Lazio Terra, che per due anni ha visto la realizzazione sul tema dell’identità del paesaggio laziale di un workshop per giovani fotografi curato da maestri internazionali, il cui risultato è stata una mostra e la produzione di un catalogo.

Baume&Mercier, che oltre a sponsorizzare il Festival promuove con noi il Premio Internazionale FotoGrafia – Baume&Mercier, al cui vincitore viene finanziata la produzione di una nuova mostra, presentata al Festival e la realizzazione di un catalogo dedicato. La vincitrice della prima edizione, la giovane slovacca Lucia Nimcova, grazie alla produzione di questo lavoro ha poi vinto il Premio Leica Oskar Barnack al festival di Arles e quello promosso annualmente dalla European Central Bank. Il vincitore della seconda edizione, Giorgio Barrera è attualmente impegnato nella produzione del nuovo lavoro.

Alcatel-Lucent che sostiene la Commissione su Roma e ormai da diversi anni il progetto Mese Europeo della Fotografia, di cui Roma fa parte insieme ad altre 6 capitali (Berlino, Bratislava, Lussemburgo, Mosca, Parigi e Vienna). Il Mese Europeo della Fotografia prevede la realizzazione ogni due anni di una mostra collettiva, corredata da un catalogo distribuito in tutta Europa, che ha quest’anno per titolo Mutations II. La mostra viene inaugurata il 30 ottobre a Parigi e dopo aver fatto tappa in tutte le altre città approderà a Roma nell’ambito del Festival a Primavera. Alla mostra è abbinato il Premio per la fotografia europea Alcatel-Lucent, quest’anno assegnato al giovane artista finlandese Tuomo Rainio, scoperto e segnalato da FotoGrafia.

Oltre a questi, molti sono stati i partner che ci hanno consentito in questi anni di produrre e documentare attraverso la fotografia storie e visioni del nostro mondo: dalle gallerie private che spesso hanno contribuito con propri investimenti alla realizzazione delle mostre alla Comunità di Sant’Egidio con cui da anni realizziamo lavori di reportage in paesi in via di sviluppo; dalle Onlus con cui abbiamo realizzato progetti di educazione e socializzazione con bambini e ragazzi in condizioni di disagio (dai ragazzi delle scuole elementari di Scampia ai progetti con le macchine usa&getta negli slums di Nairobi e Mumbay, solo per citarne alcuni) all’IILA (Istituto Italo Latino Americano) con cui realizziamo il Premio IILA – FotoGrafia per la giovane fotografia latinoamericana, il cui vincitore è ospite in residenza a Roma per realizzare un nuovo lavoro sulla città.

Il successo di tutto questo lavoro, ha consentito al Festival di entrare a far parte dei principali network internazionali, in cui siamo gli unici a rappresentare Roma e l’Italia. Tra questi, oltre al già citato Mese Europeo della Fotografia, il Photofestivalunion che raccoglie tutti i festival europei e l’International Federation of Photography Festival il cui primo incontro si è svolto a Pingyao (Shanxi, Cina) nello scorso mese di settembre, occasione nella quale abbiamo presentato tre mostre di giovani fotografi romani.

In questo modo riusciamo a promuovere anche al di fuori dei nostri confini la fotografia italiana e ad attrarre un numero sempre maggiore di talenti internazionali che vedono in FotoGrafia un’occasione di crescita e sviluppo: come nel caso più recente di Paolo Woods, trentenne fotografo italiano che con il lavoro “Il Far West cinese” presentato al festival quest’anno ha vinto il Premio GRIN (l’associazione dei photoeditor italiani) e della giovane fotografa inglese Leonie Purchas, il cui lavoro “In the shadow of things” prodotto dal Festival ha vinto il Premio F, importante riconoscimento istituito da Forma di Milano e Fabrica di Treviso.

Il Festival ha così proposto in questi anni un mix positivo tra crescita dell’offerta, contenimento dei costi grazie al sostegno alla produzione e ricadute ampie e diffuse sul territorio. Ha avuto un ruolo di volano e sviluppo per cui le economie investite dall’Amministrazione non si sono esaurite nella realizzazione di una bella rassegna, ma hanno generato nuove opportunità che ne hanno permesso il moltiplicarsi.
Tutto questo avendo moltissima attenzione alla politica dei prezzi, in modo da facilitare il consumo culturale in città: molte mostre a titolo gratuito, altro, come nel caso del Palazzo delle Esposizioni, con ingresso ridotto a 6 euro. Tale politica ha riguardato anche i cataloghi del Festival che si possono acquistare tra i 10 e i 20euro, grazie a Zoneattive Edizioni, la piccola casa editrice a cui abbiamo dato vita per realizzare direttamente la maggior parte dei libri di FotoGrafia. Il risultato è un evento che ormai coinvolge oltre 100mila visitatori e appassionati ogni anno.

Tutto questo è possibile grazie al lavoro e alla collaborazione di tanti ed in particolar modo allo straordinario impegno, oltre che di Marco Delogu, di un piccolo staff di persone giovani, competenti ed appassionate che costituisce l’anima di Zoneattive. Ringraziamo per questo, le migliaia di persone che in pochissime ore hanno testimoniato direttamente e invadendo il web il sostegno a questa iniziativa e ci auguriamo pertanto di ricevere a breve un chiarimento nel merito di questa vicenda da parte dell’Assessore Umberto Croppi.

Emiliano Paoletti
Direttore

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Inserisco questo sondaggio per la vostra e la mia curiosità

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