Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for May, 2008

immagini fotografiche e media

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 30, 2008

Sull’Osservatorio di Fotografia & Informazione, sito dell’Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine, leggo un’articolo che pare emblematico dell’odierna situazione italiana per quanto riguarda l’informazione e la sua gestione da parte dei media, e più in particolare dei giornali. E mi pare importante dargli il giusto rilievo.

Non tentiamo nemmeno di parlare qui di una certa “selettività”, che i media mettono in opera nel dare le informazioni, il che oggi è forse solo più palese di un tempo, perché più palesi sono gli interessi che legano gli organi d’informazione al potere. Nè della reiterazione continua di alcune notizie, che è corollario di una scarsa informazione.

Quello di cui ci racconta l’Osservatorio è non soltanto l’ennesima “sbavatura” nel sistema di controllo delle notizie o quantomeno la scarsa cautela nel diffondere una notizia, sulle quali si tende a sorvolare comprensivamente per via di fattori come “i ritmi frenetici di lavoro, la concorrenza fra testate timorose di farsi battere sul tempo dalle concorrenti e il peso insufficiente (quando non inesistente) dato ai redattori iconografici”.

Al centro della vicenda è, infatti, un gruppo di dieci immagini pubblicate a marzo negli Stati Uniti su un libro, scritto da un docente della UC Merced, tale Sean L. Malloy, dal titolo “Atomic Tragedy: Henry L. Stimson and the Decision to Use the Bomb against Japan”; scatti provenienti da una collezione privata, la Robert L. Capp Collection, donata nel 1997 dal suo possessore agli Hoover Institution Archives della Stanford University, con l’obbligo di non render pubbliche le foto prima del 2008. Soldato dell’esercito americano, Capp aveva scattato personalmente molte immagini di Hiroshima, come appariva all’entrata delle truppe d’occupazione, ma aveva conservato gelosamente anche altre immagini provenienti da una pellicola fortunosamente rinventuta in una grotta nei pressi della città.

Sono queste ultime le immagini sulle quali la stampa europea ha fatto esercizi d’ispirata retorica nei giorni che seguono la pubblicazione (il 5 maggio) di questa serie di 10 fotografie, ritraenti i poveri resti di presunte vittime del massacro atomico. Immagini anonime, che erano state pubblicate dal Professor Malloy nel tentativo di fare uscire dall’anonimato il loro autore appellandosi alle conoscenze di colleghi ricercatori e studiosi. Col risultato invece di fare emergere l’impropria attribuzione del soggetto ripreso: alcune rappresentano con assoluta certezza le vittime di terribile sisma avvenuto nella zona di Tokyo nel 1923.

In realtà Vittorio Zucconi, che aveva firmato l’articolo apparso in prima pagina su La Repubblica, diceva proprio bene: “Tutte le immagini dei massacri, dei genocidi, delle fosse comuni sono oscenamente simili”.

E direi pure che il suo articolo è tutt’altro che “poco veritiero”: come conclude tragicamente l’Osservatorio, infatti, “l’inautenticità delle foto nulla toglie [all'articolo]…ma induce forse a riflettere su quanto marginali e accessori siano alle volte i fatti rispetto ai commenti sulle pagine dei quotidiani, al punto che i secondi possono benissimo fare a meno dei primi”. (Ma non si parlava d’informazione?)

Dicevamo sopra, l’articolo che vi segnalo non parla solo d’imprecisone e fretta, parla d’altro. Di come si gestisce in Italia la rettifica di una notizia e di come lo si fa altrove. E la comparazione delle diverse reazioni si rivela davvero molto istruttiva. Per questo vi rimando all’articolo stesso.

Qui non ci resta altro che constatare, ancora una volta, quanto un’immagine fotografica sia insufficente come testimonianza, e quanto poco racconti della realtà del momento da cui è stata “prelevata”.

Sul sito di Le Monde potete vedere le “controverse immagini“, quello di Repubblica le ha infine tolte.

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due annotazioni al post precedente

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 23, 2008

Qui di seguito un interessante link di approfondimento e una precisazione.

Il link:

Sul sito di Jno Cook, artista visuale olandese da anni stanziato a Chicago - noto fra l’altro per aver disegnato e costruito una gran quantità di fotocamere a partire da materiali riciclati (esposte nel 1990 in una mostra al MIT List Visual Arts Center) - del quale trovate qui un simpatico ritratto, potrete trovare un circostanziato articolo sul lavoro di Robert Frank in “The Americans”.

Si tratta di un testo ispirato dalla richiesta da parte di Robert Delpire di un’introduzione per un tascabile, dedicato alle immagini di Frank, nei primi anni Ottanta. Il testo, molto più esteso del previsto, non fu però pubblicato che nel 1985, per la prima volta, sul catalogo di una mostra spagnola (”Robert Frank, Fotografias/Films 1948/1984″) col titolo “Robert Frank y La Fotografia”.

Quella qui linkata è una versione (in inglese) riveduta, e con l’aggiunta di note: “Robert Frank: Dissecting the American Image“. Vi consiglio di dare un’occhiata anche agli altri due scritti di Cook segnalati accanto al cappello introduttivo a quel testo.

La precisazione: in merito alla citazione della frase di Erwitt.

Il riportarla vuole essere solo un modo di sottolineare come in fotografia ci si è espressi con modalità e intenzioni spesso totalmente diverse, che hanno creato non pochi dibattiti e discussioni, per il solo fatto che si stenta ad accettare la semplice verità che in arte non esistono precise regole e ricette, ma solo la capacità o l’incapacità di gestire i diversi linguaggi in base alle proprie esigenze espressive.

Per dirla in termini più chiari: Adams è stato un maestro incontestabile, da cui molto si è appreso riguardo ad una conoscenza della tecnica, imprescindibile, fondamentale anche per chi voglia “stravolgerla” a suo piacimento. Le parole di Erwitt, che non credo sia un ingenuo, personalmente le interpreto come una provocazione verso i benpensanti, i quali da una parte hanno misconosciuto la vera grandezza di Ansel Adams, riducendolo a un mito del tecnicismo, dall’altra hanno tutt’al più tollerato, storcendo il naso, le immagini di Frank come “interessanti” (perché così dicevano i critici), ma fondamentalmente “sbagliate”.

Il citarla oggi potrebbe sembrare simile allo sfondare una porta aperta. Non credo però lo sia. Perché esiste ancora e ha largo seguito (soprattutto nell’era del digitale e di Photoshop) la fazione dei fotografi ipertecnici, appassionati solo di immagini patinate in tutto e per tutto simili a quelle della pubblicità.

E d’altro canto esistono pure i fotografi dell’approssimazione, che cercano l’arte per errore, o se preferite per serendipità.

Gli uni e gli altri dimenticano l’essenziale di quella frase di Erwitt, e cioè che “la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

L’intenzione. Nessuno credo possa negare che è quella la chiave di lettura per giudicare la riuscita di un’opera: l’aderire di essa all’intenzione dell’artista.

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“The Americans” di Robert Frank nel suo cinquantenario

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 21, 2008

Nel 1955 Robert Frank, fotografo svizzero trapiantato negli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ottiene grazie al sostegno dell’amico Walker Evans una borsa di studio dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation e, grazie ad essa, intraprende un viaggio, in condizioni precarie, attraverso quarantotto Stati a bordo di una vecchia auto con la moglie e i suoi due bambini, durante il quale scatta un‘enorme quantità di fotografie: pare ben oltre 25.000.

Dal suo vaglio emergeranno soltanto 83 immagini, selezionate per un libro, che in America all’inizio non troverà editore, a causa dell’innovazione estetica proposta da quelle immagini, ma ancor di più per via del loro implicito messaggio ideologico, non conforme al clima politico dell’epoca.

Il libro viene pubblicato nel 1958 a Parigi da Robert Delpire col titolo “Les Américains”. Ad introdurre il lavoro di Frank vi sono testi di scrittori e pensatori quali Simone de Beauvoir, Erskine Caldwell, William Faulkner, Henry Miller e John Steinbeck.

Grazie al successo di quella pubblicazione, l’anno successivo esce negli Stati Uniti, presso la Grove Press, “The Americans”, con un’introduzione di Jack Kerouac in luogo dei testi proposti in Francia.

Proprio il contributo di Kerouac, la cui celebrità va crescendo col diffondersi del movimento Beat, salva il libro dal flop e fa si che trovi una larga diffusione nonostante incontri, prevedibilmente, non poche ostilità da parte della critica.

L’uso massiccio della sfocatura, d’illuminazioni tenui e di sovraesposizioni visibilmente recuperate, i tagli compositivi estremi, l’apparente casualità delle scene riprese, l’ostentata indifferenza verso non solo verso temi tipici, ma anche verso la ricerca di momenti salienti da immortalare (veri e consolidati topoi ), fanno di quest’opera qualcosa di inatteso, addirittura “sovversivo” per l‘epoca.

Sono questi i mezzi espressivi adottati dall’artista per rendere manifesta la propria visione personale di quella grande Nazione; una visione sicuramente ambigua nei sentimenti, ma che allora venne probabilmente recepita senza mezzi termini come un attacco frontale da parte di questo europeo all’ottimismo dettato dall’Establishment.

Frank venne tacciato di antiamericanismo e di simpatie verso un’ideologia di sinistra (in un periodo in cui il ricordo del maccartismo era ancora vivo), quando non d’incompetenza: riviste come la diffusissima Popular Photography stroncarono le sue fotografie, stigmatizzando come imperdonabili carenze (”sfocatura senza senso, grana,esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e sciatteria generale”) quelle che invece erano scelte linguistiche innovative alquanto coraggiose.

Come dirà Elliott Erwitt: “Le immagini di Robert Frank potrebbero colpire qualcuno come sciatte - l’estensione dei toni non è giusta e cose del genere - ma sono di gran lunga superiori alle immagini di Ansel Adams per quanto riguarda la qualità, perché la qualità di Ansel Adams, se posso dirlo, è essenzialmente la qualità di una cartolina. Ma la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

Attraverso il suo sfocato, e i toni cupi, si manifesta un’angoscia esistenziale punteggiata da aperture inattese; in certe inquadrature decentrate si ritrova il senso frustrante d’indeterminatezza di una condizione monotona e intrinsecamente priva di senso, tipica di “quel tipo di civiltà nata qui [in America] e che si stava diffondendo ovunque”.

Era questo che il fotografo svizzero riportava puntualmente in un’opera, che - proprio come egli aveva previsto nel richiedere la borsa di studio - aveva preso via via forma, lungo i percorsi fisici e quelli mentali, per i quali s’era mosso senza una meta prestabilita, spinto da un’esigenza interna e dall’inquietudine (come accade “sulla strada” kerouachiana).

Nelle sue fotografie i moti dell’animo fluiscono nel continuo movimento reale - da cui l‘artista si sente attratto (“amo guardare cose banali, cose che si muovono”) -, movimento che è costantemente suggerito dal dinamismo percettivamente intrinseco proprio alle licenze tecniche, che allora gli furono aspramente contestate.

L’intenzione cinetica, del resto, pervade “The Americans” perfino nel “montaggio” della sua sequenza fotografica (quasi cinematografica: non per niente negli anni seguenti si dedicherà anche al cinema) dove ogni scatto è legato al successivo da una concatenazione logica, a seconda dei casi più o meno evidente, basata su una sorta di metamorfosi, per il quale troviamo il ricorrere di forme e di temi caratterizzanti (come bandiere, automobili, cappelli, simboli funerei) sapientemente variati in un gioco di contrappunti visivi.

La sua poetica - è stato scritto - è affine al free jazz di Ornette Coleman, il quale in quegli stessi anni ha esplorato i confini formali della musica dissolvendoli e ampliandoli come Frank ha fatto con quelli della fotografia; facendo piazza pulita di strutture e composizioni ormai stereotipate, aprendo strade - ad uno sguardo retrospettivo - non così sovversive dal momento che hanno solide radici proprio nella tradizione che hanno solo apparentemente negato, ma soltanto nuove: sono quelle che percorreranno fotografi come Diane Arbus, Gary Winogrand, e Lee Friedlander.

“The Americans” ha ben rappresentato l’anima inquieta dell’America della Beat Generation ed è stato considerato da molti fotografi una vera opera seminale per la fotografia americana.

Per celebrarne il cinquantenario dalla prima pubblicazione, che è ricorso il 15 maggio di quest’anno, la casa editrice tedesca Steidl ha ripubblicato il libro in una veste totalmente nuova, curata in ogni particolare dallo stesso Robert Frank. L’aspetto grafico è stato riveduto, e - soprattutto - le immagini proposte risultano sensibilmente diverse: frutto di una scansione digitale in tricromia delle stampe vintage dell’artista, esse restituiscono alla vista molti particolari che in edizioni precedenti erano andati perduti; e spesso ci troviamo di fronte alla proposta di nuovi tagli compositivi; inoltre compaiono qui due immagini stampate da negativi originali differenti rispetto a quelle usate in tutte le passate edizioni.

La versione italiana del libro è pubblicata da Contrasto.

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FOTOPROGETTI 08

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 17, 2008

Pubblico di seguito il comunicato stampa della mostra Fotoprogetti 08, esposizione finale dei Corsi di Progettazione Fotografica 07-08 curati dall’associazione culturale fiorentina Deaphoto. I lavori saranno esposti il 16, 17 e 18 Maggio presso la Limonaia di Villa Strozzi (Via Pisana 77, Firenze) – Apertura ore 16,30-19,30.

Si inaugura Venerdì 16 Maggio alle ore 19 presso la Limonaia di Villa Strozzi a Firenze, Fotoprogetti 2008. L’esposizione – a cura dell’Associazione Culturale Deaphoto in collaborazione con il Quartiere 4 del Comune di Firenze – presenta in Mostra le opere dei diciannove partecipanti ai Corsi di Progettazione Fotografica organizzati da Deaphoto nella stagione 2007-2008.

L’esito espositivo finalizza quello didattico incentrato sullo sviluppo delle capacità progettuali degli studenti, attraverso un progressivo affinamento di elaborazione visiva e lettura critica della realtà e delle immagini, la riflessione teorica sul medium e la stimolante conoscenza delle tendenze e degli autori della fotografia contemporanea. I percorsi progettuali, partiti dalla definizione personale dei temi della ricerca, sono proseguiti con la realizzazione delle immagini, fino alla definizione delle procedure di installazione e valorizzazione espositiva e alla redazione dei testi di presentazione delle opere.

I lavori presentati sono indicativi, così, di alcune delle tendenze principali della fotografia contemporanea. Per quanto riguarda lo studio sulla figura, il corpo e il ritratto si va dalle verifiche identitarie interattive di Silvia Giannini (Indovina chi è), alla descrizione e narrazione frammentaria del caleidoscopio di corpi di Emanuele Santinelli (La perfezione imperfezione dell’essere umano); dagli autoritratti dicotomici di Simone Tatini (Bianco Nero), allo studio delle età della vita attraverso l’iconizzazione delle mani di Mira Tonioni (La vita è nelle nostre mani). Ancora sul ritratto sono concentrate la ricerca sociale di Domenico Galasso, con la sua descrizione psicologico-narrativa di un senza fissa dimora (Francesco Origliano, poeta) e quella antropologico-identitaria di Stefano Bensi, che con il suo Personal Trash contrappone in dittico la persona alla spazzatura che essa stessa produce. Sul versante di un pop oggettuale riletto in chiave sociale e concettuale troviamo le ricerche visive di Alessandra di Silvestro, Martha Solis Gonzalez e Natascia Patrone: la prima con una ricerca sull’ambiguità dei messaggi pubblicitari delle vetrine (Quasi Vero), la seconda con una ricerca sul gadget del mondo dell’infanzia (Nino Feliz), la terza con uno studio indiziario su oggetti personali cult del vestire quotidiano (Some of my Clips & Shoes). Sullo stesso concetto visivo possiamo collocare anche costruzione in patchwork della sagoma di maratoneta di Diego Nasci (Firenze Marathon) in cui la narrazione dell’evento si sintetizza in oggetto feticcio fatto di immagini di chiara ispirazione pop. Di taglio decisamente narrativo invece i lavori di Gabriele Giustini, con la sua sequenza di immagini ispirate a un disco rock dei Wilco (Yankee Hotel Foxtrot), Matteo Ermanni con il suo poetico reportage in bianconero di un piccolo paese semiabbandonato dell’appennino tosco-emiliano (La Cà, la solitudine di un Paese) e Paolo Randellino, che con il suo Vi(s)ta da cani realizza una straniante sequenza secondo la loro insolita prospettiva. Nella analisi ambientale si pongono poi le fotografie di Luigi Cipolla, Ginevra Grasso, Franco Romagnoli e Riccardo Santi. Luigi Cipolla analizzando con rigore alcuni aspetti della Marginalità urbana, Ginevra Grasso con un lavoro poetico filosofico sul residuo e la traccia (Quello che resta), Franco Romagnoli ((Di)Passaggio), con la rielaborazione digitale-concettuale dello spazio e del vissuto e Riccardo Santi, con la sua ricerca concettuale e percettiva sulla Fase D.E.M. (double eyes movement). Su posizioni di fiction si collocano, infine, i lavori di Francesca Ronconi, surreale sequenza ispirata al mito di narciso sul tema della violenza (Salted Pages), e di Francesca Senzani (Alle cose, Un progetto a vista) un allucinato viaggio su una maternità immaginaria realizzata in un parco giochi.

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Volume! Marco Albrizio al pianoforte

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 15, 2008

Questo evento musicale è (probabilmente) un off topic rispetto ai temi qui solitamente trattati. Ciò che, tuttavia, mi spinge a segnalarvelo è una frase che leggo sul comunicato inviatomi dalla Galleria, che ne parla come di “una serata in cui la visività prenderà forma attraverso le note“.

Il luogo in cui questo recital musicale si svolgerà è la Fondazione Volume!, galleria romana solitamente riservata all’arte contemporanea, della cui particolare suggestività - forse ricorderete - avevo avuto modo di scrivere in occasione di una bella mostra di Graciela Sacco.

Il programma della serata, che per i motivi sopradetti immagino interessante, prevede “una serie di composizioni per pianoforte accomunate dal desiderio di dare voce all’attenzione, sempre crescente, per il corpo. Dalle prime intemperanze di Beethoven, ai sussulti gelidi e bloccati di Stockhausen”.

Si svolgerà domani 16 maggio alle ore 19 nei locali, appunto, della Fondazione Volume! in Via S. Francesco di Sales 86 | 88.

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“Unofficial”

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 12, 2008

Giovane artista slovacca poco più che trentenne, Lucia Nimcova ha già ottenuto diversi prestigiosi premi internazionali per i suoi lavori, dove la fotografia di documentazione s’intreccia ad un concettualismo nutrito d’ideologia. Nell’ambito del Festival Internazionale FotoGrafia di Roma, fino al 25 maggio è in mostra al Palazzo delle EsposizioniUnofficial”, progetto da lei realizzato vincendo lo scorso anno il primo Premio Baume & Mercier, che aveva come tema “una storia del mio mondo”.

Dopo essersi precedentemente concentrata sulla condizione femminile nei Paesi del Centro e dell’Est Europeo, Nimcova si sofferma qui sul proprio Paese d‘origine, raccontandone la realtà sociale, quale è stata tramandata dalla gran quantità di materiale fotografico presente negli archivi pubblici e privati amatoriali della propria città, Humenne.

La “storia del suo mondo” che essa ci propone è quella di una normalità quotidiana che fa i conti con la “normalizzazione sovietica”. Da questa particolarissima indagine sociologica, dai forti connotati politici, emerge una critica stringente a un sistema in cui ovunque, oltre la facciata, traspare tuttora un’eredità di sudditanza ai meccanismi mentali promossi dal comunismo, a distanza di quasi un ventennio dalla caduta del Muro di Berlino.

Il linguaggio scelto dall’artista è quello spartano, tipico di una tradizione sovietica, dove all’immagine fotografica molto poco è concesso in termini di estro creativo. Persone ed eventi sono presentati con una scoraggiante semplicità, tutta studiata a rendere l’immagine chiara nella sua evidenza, immediatamente fruibile nei valori ideologici propagandati.

La “normalizzazione”, in quanto contromisura sovietica dopo i fatti della Primavera di Praga, era – ha scritto Nimcova – come “una terapia, come una cura per i sintomi della libertà e della democrazia. Totalitaria nella natura, il consenso nazionale era implementato attraverso campagne motivazionali politiche e domestiche“. Una sorta di lavaggio del cervello ideologico, di cui ha risentito tutta una generazione, i cui sforzi erano diretti solo all’essere “normali”.

Fra documento e finzione, l’artista presenta insieme ad immagini d’archivio altre scattate per l’occasione, praticamente indistinguibili da quelle di repertorio, in quanto ne citano tutti i consolidati luoghi comuni - dall’inquadratura, alle luci piatte, ai contenuti – per restituirci la sciatta monotonia ortodossa voluta dal regime sovietico per propagandare un finto consenso di facciata.

Tale passato diventa per Nimcova fondamentale strumento di comprensione di un’attualità – a suo dire – niente affatto discontinua, e tuttora avviluppata nei meccanismi mentali di convenienza sociale ereditati dal comunismo. Cosicché la “normalità” di oggi, quella che aggancia quel Paese al carro “progressista” dell’Occidente, non è altro che una mutazione della “normalizzazione” di ieri, dove ognuno subisce acriticamente e con indifferenza ogni mutamento storico, impostogli in fondo sempre dall’alto.


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“The Houses of Hristina”: una mostra e un documentario

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 7, 2008

In collaborazione con Tekfestival, dal 7 all’11 maggio, l’associazione culturale romana Gerdaphoto propone presso la galleria “247” (in via del pigneto 247) la mostra fotografica “The Houses of Hristina” di Hristina Tasheva.

In mostra un lavoro, che nasce dalla dura quotidiana esperienza personale da immigrata illegale dell’autrice, bulgara di nascita, la quale dopo essersi laureata in economia si trasferisce nei Paesi Bassi, ad Amsterdam, dove è costretta a sbarcare il lunario facendo le pulizie per gente con cui non ha quasi altro contatto che quello di telegrafici messaggi scritti.

Lo spaesamento, l’adattamento ad un nuovo ambiente e ad una cultura diversa dalla propria, il senso di una “allargata prigione”, la nostalgia di casa, in un luogo dove ogni casa dove lavora diventa in certo modo “sua”, per quanto appartenga a perfetti estranei, che ciò malgrado finiscono col darle accesso ai luoghi più intimi delle loro abitazioni; di questi ed altri sentimenti ci raccontano gli scatti esposti, che sono il frutto di un tentativo da parte di Tasheva di venire a patti con una squallida quotidianità.

Da questa esperienza è nato anche un documentario, girato dalla regista olandese Suzanne Raes, e uscito alla fine del 2007, che è stato presentato all’International Documentary Film Festival (IDFA) del 2007 e ha ricevuto numerose favorevoli recensioni sulla stampa olandese e internazionale. Ne è scaturita inoltre, grazie a un’idea della regista e con l’appoggio di IDTV e Human Television, l’istituzione di un’associazione per la tutela degli artisti migranti illegali, dal nome “Art 2 Stay. Work and stories of ‘illegal’ artists“, con sede ad Amsterdam, presente sul web sotto forma di piattaforma digitale per artisti che vivono nei Paesi Bassi illegalmente: luogo dove costoro possono condividere la loro arte e le loro storie l’un l’altro, e con un vasto pubblico; sla sua funzione è quella di una galleria, ma pure costituisce una precisa dichiarazione e un tentativo di guardare a questa forma d’illegalità con altri occhi.

Nell’ambito del Tekfestival ‘08 (che ha come tema “Ai confini del mondo…dentro l’Occidente”), il documentario “The Houses of Hristina” di Suzanne Raes sarà proiettato domani, 8 maggio, alle 22,30 presso il Cinema Trevi (vicolo del Puttarello, 25). Saranno presenti sia la regista che la stessa Tasheva.

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Future Shorts

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 7, 2008

Vi “inoltro” questa locandina di uno dei tanti eventi, che FUTURE SHORTS ITALY organizza periodicamente. Questo avrà luogo presso il Circolo degli Artisti a Roma (via Casilina vecchia, 42) domenica 11 maggio a partire dalle 19.00,  e riunirà in sé varie forme d’espressione, dal teatro al design, dalla fotografia alla musica e ai corti. L’ingresso è gratuito.

E’ un modo come un altro per parlarvi di questo network che dal 2003 - anno in cui è nato in Inghilterra - si occupa di cortometraggi, “di tutto quel cinema breve a cui bastano pochi minuti per cogliere e rappresentare ogni tipo di emozione”.

Si tratta di una sorta di vetrina internazionale, poiché ha sedi oltre che in Inghilterra e (dal 2007) in Italia, anche negli Stati Uniti, in Canada, in Russia, in Messico, in Giappone, in Argentina ed in Venezuela. In essa la creatività e l’innovazione trovano espressione e visibilità.

Così, in nome della convinzione che l’identità del cortometraggio sia quella di “una forma di espressione cinematografica a se stante, fresca e seducente, alternativa al cinema tradizionale”, la crew di Future Shorts Italy promette - cito dal loro sito - “di stimolarvi, stupirvi, ispirarvi, ma soprattutto divertirvi!”

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Itinerari abruzzesi di Thomas Ashby

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 2, 2008

Terzo evento della serie espositiva “Immagini e Memoria” - dopo “Roma nelle fotografie di Peter Paul Mackey (1890-1901) e “I giganti dell’acqua: acquedotti romani del Lazio nelle fotografie di Thomas Ashby (1892-1925)” - fino al 22 maggio presso la British School at Rome è possibile visitare la mostra “Itinerari abruzzesi. Archeologia, arte e folklore nelle fotografie di Thomas Ashby (1901-1923).

Frutto delle catalogazioni - completate nel 2005 - della collezione fotografica di Thomas Ashby, delle raccolte del Rev. P.P. Mackey e delle sorelle Agnes e Dora Bulwer, rese possibili da un generoso finanziamento della Getty Foundation, la mostra presenta una selezione di immagini: da un lato fotografie originali stampate a contatto con le tecniche d’epoca (aristotipia o gelatina-argento a sviluppo) da pellicole in nitrato di cellulosa, un supporto flessibile in uso già a partire dalla fine dell’Ottocento; dall’altro fotografie digitalizzate in un formato più grande, ed elaborate per restituire loro l’originaria ampiezza alla gamma tonale del bianco e nero, così da dare piena leggibilità ai particolari più minuti dei costumi e delle espressioni dei volti, laddove il tempo le aveva rese indistinte a causa dello sbiadimento e dall’ingrigimento dei toni.

Una mostra molto interessante da un punto di vista storico-fotografico e documentario, le cui schede catalografiche e relative fotografie sono disponibili per la consultazione nel catalogo della rete URBS, Unione Romana Biblioteche Scientifiche (www.reteurbs.org).

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