Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for December, 2007

Araki Gold

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 27, 2007

Nobuyoshi Araki, “Kaori” Roma, a Palazzo Fontana di Trevi, è attualmente in corso un’ampia antologica del celebrato fotografo giapponese Nobuyoshi Araki.

La sua produzione quanto mai controversa, ma non per questo meno apprezzata, può lasciare perplessi qualora non si pensi alle radici culturali di questo artista, che ha saputo esprimere con concretismo e al tempo stesso con visionarietà un suo mondo, dove la fotografia è al centro di ogni attimo vissuto e riproposto in immagine con curiosità ossessiva o con poesia, a seconda dei casi.

La mostra è visitabile gratuitamente.

Vi rimando su Cultframe per leggere la recensione che ho scritto su di essa.

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I miei auguri e un… “segnalibro”

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 23, 2007


Buone Feste!!!
Inserito originariamente da specchioincerto

Ecco anche per voi gli auguri che ho postato su Flickr… con l’augurio di celebrare queste feste con un po’ di semplicità fanciullesca. :-)

Riguardo al segnalibro cui fa cenno il titolo del post, volevo suggerirvi la lettura della scheda sull’arte di Jacques Henri Lartigue, che forse potrebbe essere passata inosservata dal momento che non è mai stata sulla homepage.

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Grazie a una precoce iniziazione alla fotografia da parte del padre, come pure alla veneranda età raggiunta, Jacques Henri Lartigue può vantare una carriera fotografica di oltre ottanta anni.

L’esser stato chiamato fotoamatore (in un periodo, per altro, nel quale questo termine non era sinonimo di dilettante) ha dato luogo a fraintendimenti tali da far considerare la sua opera alla stregua di una felice combinazione: il risultato del passatempo d’uno spensierato benestante.

Ma… (segue)

[Pubblicato anche su Cultframe, dove troverete anche una scheda biografica, la bibliografia e vari link]

 

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tempo di regali: un libro di fotografia?

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 18, 2007

Consapevole del fatto che in questi giorni lo shopping natalizio può diventare un fattore ansiogeno tale da impedirci di pensare a quei libri, che magari abbiamo già visto mille volte, come (perché no?) a dei possibili regali, vi ripropongo la recensione di un testo base per la comprensione del linguaggio fotografico.

Uscito quattro anni or sono (la recensione risale a quand’era fresco di stampa ed era apparsa su Cultframe), il libro è tuttora più che valido.

Si tratta di “Leggere la fotografia. Osservazione e analisi delle immagini fotografiche” di Augusto Pieroni

Allo scopo di darvi ulteriore ispirazione aggiungo anche questo link alle monografie fotografiche della Taschen, che - come potrete constatare - propone un nutrito catalogo di opere interessanti a partire da prezzi incredibilmente contenuti. Segnalo, in particolar, le edizioni speciali per celebrare il venticinquesimo anniversario di questa casa editrice tedesca.

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Leggere la fotografia

In uno scritto di qualche anno fa, Augusto Pieroni analizzava il sempre più stretto rapporto che lega l’arte contemporanea e la fotografia, vedendo in quest’ultima un potente strumento di conoscenza e di rielaborazione delle forme visive.
Con un nuovo libro, intitolato “Leggere la fotografia”, egli ora indaga gli aspetti prettamente comunicativi di questo mezzo; e lo fa nella maniera più diretta, dando all’opera la forma di un manuale.

Già dal titolo, infatti, l’autore rivela un preciso intento didattico, che trova riscontro nella struttura del testo, organizzato in modo che ad ogni capitolo corrisponda un modulo, con una sintesi degli argomenti trattati all’inizio, e a chiusura l’esame di alcuni casi concreti.
Nella parte conclusiva del volume, sono poi proposte attività (esercitazioni finalizzate a produrre elaborati propri, e letture guidate degli esemplari testi fotografici di alcuni maestri, quali Man Ray e Cartier-Bresson), che rendono il libro familiare ed al tempo stesso appetibile a un target giovanile.

Pieroni, che definisce l’ambito del linguaggio fotografico preoccupandosi d’includervi “testi” di differente aspetto e natura, purché prodotti dalla registrazione su supporto materiale di un flusso luminoso (dal dagherrotipo all’immagine digitale), s’inoltra nella sua dissertazione attraverso tre fondamentali aree analitiche, nell’ordine: contesti, forme, contenuti.
Lo scopo dichiarato è di “organizzare lo sguardo del lettore” per permettergli di “dare un senso” all’immagine fotografica, piuttosto che godere inconsapevolmente e supinamente dei messaggi da questa veicolati.
Così, da esperto docente, l’autore propone un approccio a tutto tondo, che offre a chi legge le basi indispensabili per orientarsi all’interno di un discorso sintetizzante varie forme d’indagine critica.
Scritto in un linguaggio vivace e a volte fin troppo colloquiale, questo libro appare di facile consultazione, ricco di spunti per un percorso conoscitivo che rimane opportunamente aperto e alieno dai vari nozionismi. E’ un avvincente compendio per quanti si avvicinino poco smaliziati alla fotografia.

Rosa Maria Puglisi

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Mario Vidor e la Sicilia: un viaggio fotografico alla ricerca del mito

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 16, 2007

“La magia, il mito e la suggestione degli antichi centri siciliani sono stati filtrati, interpretati e fatti propri, dando loro nuova vita, dall’obiettivo di Mario Vidor.
In questa personale l’approccio storico non ne rappresenta l’aspetto innovativo, considerata l’esperienza del fotografo d’arte nel settore; piuttosto l’originalità è da ricercare nella resa con cui egli ha saputo dimostrare il profondo rispetto per civiltà millenarie, focalizzato con immagini austere, di grande impatto emotivo, attraverso le quali la genialità dell’Uomo trascende sia l’ambito del tempo che quello dello spazio, per assumere una dimensione condivisa, universale sul valore delle opere umane”. Enrica Angella e Piero Bongi

Segnalo la presentazione del volume di Mario Vidor “SICILIA, tracce dal passato”, lunedì 17 dicembre 2007, ore 18.00, presso la Libreria Internazionale Ulrico Hoepli di Milano (nello Spazio Espositivo secondopiano).

Di questo libro s’era detto qualche mese fa, in occasione di una mostra a Palermo che ne aveva accompagnato l’uscita.

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“Franco Vaccari. Opere 1955/1975″

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 13, 2007

Franco VaccariUna retrospettiva, divisa in due diverse sedi, ripercorre attualmente a Modena l’opera di un artista che ha fatto della fotografia il suo mezzo d’indagine prediletto.

Il titolo di questa esposizione è “Franco Vaccari. Opere 1955/1975“ ed è proposta come un viaggio creativo oltre quella visione ingenua (ancora condivisa da molti), la quale ha creduto che “ la realtà fosse trasparente allo sguardo e si potesse cogliere il senso delle cose attraverso esso”, proprio con la fotografia.

E’ un itinerario che inizia idealmente presso la Palazzina dei Giardini e prosegue presso il Fotomuseo Giuseppe Panini.

Posta all’ingresso della Palazzina dei Giardini, un’opera introduce subito lo spettatore ad un percorso mentale del tutto insolito, quello sempre sotteso alle indagini di Franco Vaccari, che immagina per il visitatore un ruolo diverso da quello di semplice spettatore.

“C’ero anch’io 2007” è, infatti, una delle sue cosiddette “esposizioni in tempo reale” - la numero 37 per la precisione - seguite alla prima, che tanto scalpore destò durante la Biennale di Venezia del 1972.

L’installazione è costituita da una semplice photomatic (per intenderci la macchinetta delle fototessere), che scatta a chiunque si presti una striscia di foto, completa di dati come luogo, data e occasione, i quali “contestualizzano lo scatto e certificano un momento di esistenza.” poiché secondo l’artista “la fotografia può essere vista come una forma di protesi che viene in soccorso della memoria proprio quando il senso dell’io nel tempo della globalizzazione tende a perdere di consistenza”.

Nella stessa sede è presentato anche “Radici”, un corpus d’immagini inedite realizzate fra il ‘55 e il ‘65, rilette e ricontestualizzate, attraverso l’allestimento espositivo, all’interno della successiva tematica di ricerca dell’autore. E’ una ricerca sugli automatismi fotografici, esistente in nuce nei suoi primi scatti, quella che troverà un’espressione cosciente e coerente in opere successive. Fra le altre qui esposta: “La città vista a livello di cane”, serie fotografica dove è messa in questione la consueta inquadratura ad altezza d’occhio umano, sostituita da una posta a 50 cm dal suolo.

L’intera opera di Vaccari presto rivela come tali automatismi siano a tal punto insiti al mezzo fotografico, da impedire al fotografo di dominarlo realmente: è “… sbagliato pensare che la tecnica sia neutrale… la tecnologia ha una sua autonomia che funziona quasi a nostra insaputa, condizionando e cortocircuitando, spesso completamente, la nostra coscienza e la nostra volontà”.

La fotografia non è affatto strumento fedele di riproduzione della realtà, eppure si rivela implacabile nella registrazione di elementi che sfuggono all’immediata percezione dello sguardo.

Nella sede del Fotomuseo Giuseppe Panini troviamo ancora opere inedite come “Isola di Wight” del 1970, reportage allora totalmente innovativo, perché imperniato sulla “capacità del mezzo fotografico di registrare le dinamiche dei comportamenti piuttosto che i condizionamenti dell’autore”, in quanto offre dell’accampamento del pubblico, accorso al celebre concerto-evento, un’immagine totalmente improntata alla casualità, dal momento che - scrive Vaccari - “mi resi conto di appartenere ad una cultura estranea a quella dell’evento a cui stavo partecipando. Quindi per liberarmi dai miei condizionamenti mentali decisi di aggirarli mettendo in atto un automatismo: quello di scattare una foto a destra e una a sinistra ogni cento metri”.

Largamente inedite sono pure opere che raccontano i viaggi minimi di Franco Vaccari, come “Viaggio+Rito“, la “esposizione in tempo reale” numero 2.

Le due mostre offrono così un itinerario a partire dalle immagini degli anni Cinquanta, influenzate dai reportage di Capa e di Cartier-Bresson, ma anche dalla fotografia dei surrealisti, echi della quale sopravvivono negli anni successivi grazie alla fondamentale impronta data alle varie opere dall’introduzione di quegli elementi di casualità tanto cari al Surrealismo.

Da quelle prime immagini di Vaccari, al passaggio alle sue istanze neoavanguardistiche - presaghe dell’arte relazionale -, fino all’attuale teorizzazione di un “inconscio tecnologico”, scopriamo con meraviglia che il passo è breve.

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“Genti di Dio” di Monika Bulaj

Posted by Rosa Maria Puglisi on December 5, 2007

Il Festival Internazionale “I Grandi Appuntamenti della Musica” si svolge ad Arezzo - ideato da Giulia Ambrosio e prodotto dall’ Ente Filarmonico Italiano, con il patrocinio e il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Toscana, della Provincia di Arezzo, dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Arezzo, nonché di varie aziende toscane - ed offre fino al 15 dicembre una interessante panoramica della scena concertistica attuale.
Quest’anno il Festival di Arezzo è stato dedicato a Edvard Grieg, grande compositore norvegese del quale ricorre il primo centenario della morte.

Monika BulajAll’interno del suo ricco programma c’è anche un’importante mostra fotografica, che si protrarrà fino al 30 dicembre. Si tratta di “Genti di Dio”, opera della fotografa, scrittrice e antropologa Monika Bulaj, presentato a Palazzo Chianini Vincenzi. L’ingresso è gratuito.

La mostra già proposta in diverse occasioni approda per la prima volta in Toscana, ed è il risultato di una ricerca, intrapresa più di vent’anni fa, quando la fotografa polacca - partendo dal confine orientale della Polonia e proseguendo a piedi da Nord a Sud, per campi e boschi - ha vissuto fra i contadini, pentecostali e carismatici, uniti oltre ogni barriera linguistica e culturale da un comune senso mistico-religioso.

Presa dalla fascinazione di questa esperienza Bulaj ha proseguito il suo cammino seguendo i percorsi dei popoli nomadi, onnipresenti nel mondo tra Baltico e Mar Nero. Essi con le loro storie non solo di persecuzioni e deportazioni, ma anche di convivenza e continui scambi culturali, diventano i protagonisti di un avvincente racconto dove spiritualità e sentimento magico s’intrecciano continuamente.

Il suo viaggio fra le minoranze etniche, che costellano il vicino Oriente, è andato così avanti per anni: a piedi, in bicicletta, o su mezzi di fortuna come slitte e trattori. Dormendo in fienili e stalle; per monasteri ed eremitaggi fra gli Armeni egli Hutzuli, “i geniali musicisti e guaritori dei Carpazi orientali”. Fra popoli dei quali ignoriamo addirittura l’esistenza, e tradizioni antiche che immaginiamo ormai irrimediabilmente fagocitate da quelle moderne Nazioni, i cui confini nello scorso decennio abbiamo dovuto tragicamente scoprire per nulla scontati.

Monika BulajAndando lungo i confini dell’Europa, verso il Mar Caspio, per le montagne del Caucaso e della Bulgaria (sui monti Rodopi ” dove puoi sentire centinaia di zampogne suonare sotto le stelle”), Bulaj è giunta “dove il Bosforo ti attira come un imbuto, nella Istanbul più segreta dove ebraismo, islam e cristianesimo d’oriente hanno generato forme di devozione meticcie e irripetibili, una fede aperta molto più antica delle riforme di Ataturk, figlia di una grande anima nomade. Quella nata nelle steppe fra Asia Centrale e Altopiano Anatomico”.

E’ un viaggio che suscita la meraviglia dello spettatore, richiamando alla sua mente luoghi in fondo vicini, ma lontani, ché lo rimandano a memorie storiche antiche e a tradizioni che credeva sparite.

Infatti, “chi racconta, oggi, dei discendenti dei guerrieri tartari , musulmani e allo stesso tempo grandi patrioti polacchi? Chi narra delle tombe dei grandi zaddiq, dove ancor oggi vengono gli ebrei «chassidim» da tutto il mondo per lasciarvi una supplica, ma di fretta, con addosso la paura di quella terra ridotta a cimitero dai totalitarismi?”

Ma anche, chi in un’epoca nella quale i contrasti e le divisioni vengono evidenziati, chi in un mondo che guarda le diversità culturali e religiose con sospetto, ricorderà l’esistenza e l’esempio di queste “Genti di Dio”, le cui fedi popolari travalicano ogni frontiera confessionale, unendo fra loro il Cristianesimo, l‘Ebraismo e l‘Islam?

Grazie a questo lavoro Monika Bulaj ha ottenuto il Grant in Visual Arts da parte della European Association for Jewish Culture.

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