Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for July, 2007

“Cave” di Marco Anelli e Stefania Beretta

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 24, 2007

Mostra “Cave”. Copyright: Marco AnelliA vent’anni dall’apertura dell’ormai celebre “Refettorio delle Stelline”, la Fondazione del Gruppo Credito Valtellinese continua la sua operazione di promozione e divulgazione dell’arte contemporanea e oggi annovera varie sedi espositive sparse per l’Italia., fra le quali una anche in Sicilia ad Acireale. Ultima arrivata in ordine cronologico, perché inaugurata nel 2004, è già un punto di riferimento nella realtà culturale siciliana.

Attualmente - e fino al 27 ottobre - nei suoi locali, che sono quelli di un palazzo nobiliare settecentesco, presenta “Cave”, una mostra fotografica nata da un progetto eseguito su commissione per la Fondazione da Marco Anelli e Stefania Beretta.

L’idea era quella di raccontare realtà territoriali “periferiche”, poco note al grande pubblico, dove “la materia si identifica con il luogo e viceversa”. Per far ciò, Beretta è stata incaricata di documentare le cave siciliane, Anelli quelle valtellinesi: un modo per creare un ideale trait d’union fra nord e sud, fra i luoghi oltretutto dove sono sorte le banche ora consociate nel Gruppo.

Mostra “Cave”. Copyright: Marco AnelliE forse non è un caso se per fotografare la Valtellina sia stato scelto un fotografo romano, abbastanza lontano cioè da quella realtà, e che per la Sicilia sia stata chiamata una svizzera.

Gli esiti di tale scelta sono, di fatto, eccellenti.

Nei suoi scatti in bianco e nero, Marco Anelli tratta il paesaggio con la consueta sensibilità formale e tonale, per cui ogni cosa è ridotta a forme, luci ed ombre, ove la stessa sporadica presenza umana pare poco più di un elemento figurativo fra gli altri. Rimane, tuttavia, intatto ogni elemento semantico: la forza della roccia, la vertiginosa verticalità, la piccolezza dell’essere umano di fronte alla Natura e ciononostante il suo plasmarla e scolpirla. Sono queste le metafore poetiche che traspaiono dalle sue immagini ben composte.

Altrettanto trasfigurati, i luoghi fotografati da Stefania Beretta assumono un che di mitico e a tratti enigmatico, al di fuori dalle comuni coordinate spazio-temporali. Le sue stampe C print hanno i colori e i contrasti decisi dei luoghi dove il sole regna sovrano.

Mostra “Cave”. Copyright: Marco AnelliLa ripetizione di semplici elementi, il moltiplicarsi talora delle immagini in forma di polittico, danno l’impressione di qualcosa che si ripete (o si è ripetuto) instancabilmente: lo smantellare, il costruire, lo sviluppo in architetture talora labirintiche. Il risultato è la rappresentazione d’un lavorio, però compiuto, che potrebbe risalire anche a un remoto passato: è questo, infatti, un mestiere antico millenni.

Entrambi i fotografi - ognuno a proprio modo - si sono tenuti distanti da un pedissequo racconto oleografico, trasmettendoci piuttosto il senso di una meditazione che coglie aspetti universali oltre che locali e contingenti.

La mostra comprende circa un centinaio di foto di grande e medio formato, ed è già stata esposta a Sondrio, in una duplice sede (la Galleria Credito Valtellinese e del Museo Valtellinese di Storia e Arte).

L’ingresso è libero e la brochure con alcune tra le opere più significative è distribuita gratuitamente presso lo spazio espositivo.

Mostra “Cave”. Copyright: Stefania Beretta

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L’arte di Bill Brandt

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 17, 2007

copertina di “Brandt Icons: The Bill Brandt Archives”Bill Brandt è il più illustre dei fotografi inglesi del Novecento, quantunque sia tedesco di nascita. La sua produzione è stata multiforme ed egli si è abilmente confrontato con generi come il reportage, il ritratto ed il paesaggio, oltre al nudo per il quale è soprattutto noto.

La sua lunga carriera copre un cinquantennio, nel corso del quale egli muta il suo stile, restando però sempre coerentemente legato ai principi ideologici ed estetici cui aveva aderito in giovane età, entrando in contatto col Surrealismo attraverso Man Ray ed attraverso riviste importanti come “Littérature” e “La Révolution Surréaliste”.
Di questa corrente che non è solo artistica, ma anche di pensiero, Brandt apprezzerà l’ispirazione psicoanalitica e metafisica, non meno che quella marxista per il suo anelito verso la giustizia sociale, ma più d’ogni altra cosa amerà e condividerà sempre la totale libertà d’espressione creativa. Per questo non si considererà mai propriamente un fotografo, bensì un artista.
Fin dai primi reportage rivela tale inclinazione, per onorare la quale egli non prova alcuno scrupolo nel chiedere ad amici o parenti di posare per lui ricreando situazioni tipiche per l’epoca, piuttosto che riprenderle dalla realtà; scatti di tale natura come “Parlour Maids” o “The Cocktails in the Surrey Garden”, appaiono poi candidamente mescolati a riprese di fatti reali nel suo “English at Home”.

I suoi inizi sono fortemente influenzati dalla scoperta delle immagini di Atget: la loro semplicità ed il senso metafisico, che esse emanano, affascinano Brandt. Nel suo saggio, apparso nel libro “Camera in London”, egli dichiara apertamente il proprio interesse per certe atmosfere oniriche, da quadro di De Chirico (ma anche così tipicamente atgetiane), evocanti di un senso di solitudine umana e di lontananza. La capacità di cogliere tali situazioni, che passano inosservate agli occhi della gente comune, sarebbe, secondo questo scritto, appannaggio del buon fotografo, e frutto di un distacco, grazie al quale il mondo può apparire sempre nuovo ed inconsueto ai suoi occhi.
Un peso sull’ispirazione formale di Brandt, l’avranno pure film quali “Un chien andalou” e “L’âge d’or” di Luis Buñuel e Salvador Dalì.
La sua fotografia ha, in quel momento storico, come scopo la lotta contro il capitalismo fondato sulle sperequazioni di classe, e contro i condizionamenti repressivi della borghesia, tipica del pensiero surrealista, ma anche l’ambiente socialdemocratico col quale era stato in contatto a Vienna.
La protesta brandtiana non è però portata avanti con modalità plateali e manifestamente provocatorie, è bensì sottile e pervasiva nell’apparente innocenza degli accostamenti che egli opera fra immagini d’opulenza e immagini di miseria nera.

Non reporter, ma umanista, egli si propone lungo l’arco degli anni della Depressione e della Guerra Mondiale, nella veste di “comunicatore sociale”, che opera con i mezzi di una fotografia d’ispirazione surrealista che sa ben focalizzare gli emblemi della condizione umana.
La sua presa di posizione, però, più che politica è culturale, ed il suo impegno sociale è ampiamente condiviso dall’ambiente intellettuale del tempo: la sua attenzione verso le fasce svantaggiate della società è la stessa che appare nelle opere di scrittori come Orwell o J.B. Priestly, che in “An English Journey” descrive puntualmente il clima di desolazione che Brandt ha saputo acutamente trasmettere con le sue immagini di Jarrow, cittadina mineraria del nord dell’Inghilterra con un triste primato di disoccupazione.
Per meglio veicolare il proprio messaggio, Brandt opera sempre con perizia guidando lo sguardo dello spettatore esattamente laddove desidera. A sua disposizione ha mezzi tecnici nuovi per l’epoca come il flash, che usa d’appoggio alla luce ambiente, e la Rolleiflex, una reflex biottica che egli sceglie perché alla maneggevolezza unisce un formato (5,7 x 5,7) adatto ai tagli in stampa e all’accurato lavoro di camera oscura cui si dedica personalmente. Nel corso degli anni Trenta, non si discosta troppo dai canoni di stampa convenzionali, che richiedevano una piena leggibilità dell’immagine ed un’estesa gradazione di toni di grigio, ma in seguito preferirà l’interpretazione più espressionistica d’un bianco e nero dai forti contrasti, e non esiterà neppure a “rifinire” le foto con poco ortodossi ritocchi a penna.
Affermando la propria libertà creativa, scrive: “La Fotografia non ha regole. Non è uno sport. E’ il risultato che conta, non come lo si è ottenuto”.
E’ la continua esigenza di guardare il mondo con occhi sempre nuovi, che lo porta ad acquistare una Kodak di grande formato con un obiettivo grandangolare; e il mutare delle condizioni che lo hanno portato ad eleggere il reportage a propria forma d’espressione personale, lo spinge gradualmente a dedicarsi a tutt’altro.

A questo punto della sua carriera, l’impronta del surrealismo diventa più chiaramente manifesta anche al livello estetico e formale.
Perfino nei paesaggi, che egli fotografa in omaggio alla propria passione letteraria, e che sono spesso indicati come un trionfo dello spirito gotico e romantico, un occhio attento può scoprire diversi spunti d’ambiguità e straniamento surreale; esemplare a tal proposito la sua quasi magrittiana “Isola di Skye” del ’47.
Nei ritratti di celebrità della cultura (lavoro intrapreso per “Lilliput” e portato avanti a lungo per proprio conto), l’approccio surreale si direbbe invece più metodologico che concettuale: riguarda, infatti, soprattutto composizioni ed effetti luministici scelti a svelare l’animo col quale tali personaggi si appressano alle loro attività creative; un debito è qui palese anche verso la cinematografia hitchcockiana e wellesiana, in particolare verso film come “Io ti salverò” (celebre anche per una sequenza onirica progettata da Dalì) e come “Quarto Potere”, con i suoi particolari piani di ripresa.
Sono i nudi l’espressione matura di una nuova e più intrigante visione di Bill Brandt, laddove forma e contenuto trovano una perfetta fusione.

Spesso superficialmente accostati alle foto ottenute da Kertész attraverso specchi deformanti, i nudi brandtiani non sono un gioco ottico e di forme fine a se stesso; né un punto d’arrivo definito, ma un’infaticabile ricerca che si evolverà fino agli ultimi anni di vita dell’autore: dai primi tentativi, scattati in interni, in cui le figure ambientate si mescolano a più astratti close-up su porzioni di corpo; agli innesti di quelle che sono ormai pure forme anatomiche su paesaggi marini; fino agli ultimi corpi femminili, ripresi sotto luci drammatiche e con attributi iconografici degni di Ernst e Magritte.
Più che mai creatore d’immagini, Brandt giunge finalmente alla completa libertà dai canoni formali della fotografia, trovando nel corpo femminile una materia duttile, la quale nelle sue mani si espande talvolta come nella scultura di Moore, talaltra si contrae divenendo elemento paesaggistico e geologico; soggetto ideale per una riflessione densa di simbolismi psicoanalitici - dal freudiano unheimlich agli archetipi junghiani - sulla vita stessa.

Rosa Maria Puglisi

già pubblicato su Cultframe, insieme ad una nota biografica e altre informazioni

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Estate alla Sapienza

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 9, 2007

Estate alla SapienzaAnche quest’anno - è il terzo - l’università “La Sapienza” partecipa all’Estate Romana: la Città universitaria sarà dal 10 al 29 luglio una delle piazze di Roma. Lì si svolgeranno concerti ed eventi teatrali (in cartellone uno spettacolo di Bustric), si potranno vedere film e corti d‘autore, saranno presentate nuove serie televisive, e si ospiterà un cosiddetto Wine bar scientifico, “con incontri-lezione e momenti di divulgazione scientifica“.

Da segnalare il progetto healing communication Spazio Bazar, festival che mixa cultura, musica, healing e creatività interglobale, ma anche i concorsi legati a questa “Estate alla Sapienza”: di musica (Sim, Sapienza in Musica), di poesia (Media di…versi), di teatro (Sipario Sapienza) e di fotografia (Ritratti d’estate).

Nel programma vengono ad innestarsi anche alcuni degli eventi di Mediterranea - Festival Intercontinentale della Letteratura e delle Arti, quest’anno alla quarta edizione (il cui tema è quest’anno I mille volti della pace).

D’interesse è anche la presenza di una installazione ideata da Giuseppe Stampone e Diomira network. S’intitola “WART” ed è costituita da 4 cubi contenenti la scritta del titolo, animata dalla proiezione di migliaia di volti e voci che esprimono un quesito sul tema della guerra. Ogni giorno dalle 22.00 alle 24:00, saranno registrati nuovi volti e voci del pubblico di Estate alla Sapienza, che verrà così inglobato in quest’opera multidimensionale. Una curiosità è l’inserimento dei contenuti derivati dalle registrazioni nello spazio virtuale di Second Life.

Del resto l’intera manifestazione, organizzata anche con l’aiuto dei docenti e degli studenti della facoltà di Scienze della Comunicazione, è all’insegna della multimedialità, e propone anche una Radio Sapienza, che seguirà gli eventi in collaborazione con RadioRai; e avrà la sua vetrina televisiva su Music Box, la tv interattiva su Sky 717, che manderà in onda come in un videoclip il racconto di quest’estate all’Ateneo romano.

L’intero programma della manifestazione, che si aprirà domani sera con un concerto di Roberto Vecchioni e si chiuderà il 29 con uno di Simone Cristicchi, è scaricabile da www.estateallasapienza.com.

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Ad Amsterdam: “Jacques Henri Lartigue”

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 8, 2007

Charly, Rico et Sim, Rouzat, septembre 1913.A chi si trovasse ad andare quest’estate in vacanza in Olanda vorrei consigliare un’esposizione di colui che fu definito il “fotoamatore” francese più in vista del Novecento: al Foam (Foam_Fotografiemuseum Amsterdam) fino al 26 agosto è possibile, infatti, visitare la mostra “Jacques Henri Lartigue”.

Fu questi “fotoamatore” nel senso più letterale, ma anche più sentito del termine, in quanto alla fotografia si dedicò con passione sin dalla più tenera età e fino alla fine della sua vita.

Per lunghi anni Lartigue scattò instancabilmente immagini su immagini, che raccolse in più di cento album, e sperimentò con curiosità le potenzialità della tecnica fotografica che rapidamente si evolveva, attraverso apparecchi fotografici più leggeri e materiali fotosensibili più rapidi, man mano sempre più duttili alle sue intenzioni creative.

Introdotto alla fotografia dal padre - anch’egli fotoamatore - all’età di sei anni, Lartigue inizia precocemente a registrare le proprie giornate di rampollo di una delle più facoltose famiglie d’oltralpe, amante della bella vita, del gioco, degli sport, nonché delle più strane invenzioni legate alla locomozione.

Sono i primi del Novecento. In Francia, come altrove, il nuovo secolo sembra portare una ventata di fiducia verso un progresso supportato dalle innovazioni tecniche, e il giovane Lartigue fotografa con partecipe entusiasmo la propria famiglia, e la cerchia degli amici, intenti nelle loro attività preferite. E’ testimone di corse automobilistiche, dei decolli delle prime “macchine volanti”, degli esperimenti di strani marchingegni. Ritrae le passeggiate di eleganti signore, i luoghi di villeggiatura più in voga, e tutta la spensieratezza di un’epoca, che è poi stata definita Belle époque.

E’ proprio questo il periodo che la mostra olandese presenta, quello certamente più noto di Lartigue, che va dalle sue prime fotografie fino al 1932.

Ai primi riusciti tentativi, nei quali il piccolo Jacques - solo più tardi, giunto alla notorietà, aggiunge al proprio il nome di battesimo paterno: Henri - come per gioco esplora con divertita curiosità il mondo circostante attraverso le possibilità trasfiguranti offertegli dai mezzi fotografici, segue un più attento studio che si focalizza soprattutto sul movimento: la plasticità dei gesti, frazionati in mille pose; il moto, spesso lanciato, catapultato nel vuoto, in un continuo impulso vitale.

Questi scatti nascono, probabilmente, anche come veri e propri studi di supporto alle creazioni pittoriche che a quel tempo impegnano Lartigue. Rappresentano, tuttavia, e trasmettono pienamente, lo spirito positivo e ottimistico, che anima l’autore, non meno di quelle brevi annotazioni sui suoi diari, che ci parlano di una vita serena e senz’ombra di preoccupazioni, dove persino il tempo meteorologico è sempre disposto al bello. Sembrano un inno alla joie de vivre.

Accanto a un centinaio di fotografie, in questa mostra si possono ammirare pure alcuni degli album e dei diari del fotografo francese, e persino diverse immagini stereoscopiche.

Per un approfondimento sul senso dell’opera di Lartigue, vi rimando alla scheda dedicata alla sua arte.

logo Arlette Prevost detta Anna La Pradvina con Chichi e Gogo, Avenue du Bois de Boulogne, Paris, 1911 Mr Folletête (Plitt) e Tupy, Paris, marzo 1912

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In Sicilia: “André Kertész”

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 3, 2007

André Kertész, Distorsione n. 6Arroccato com’è sui Nebrodi nell’entroterra di fronte al Tirreno e alle Eolie, che gli fanno da magnifico sfondo, Montalbano Elicona merita sicuramente la sua appartenenza al club dei “Borghi più belli d’Italia”; e grazie all’entrata insieme ai vicini Castroreale e Tripi nel progetto per il distretto culturale “Terre federiciane. Un viaggio tra preistoria e contemporaneità”, finanziato dalla Fondazione Cariplo, la sua Amministrazione Comunale può attuare la giusta scelta di valorizzare al livello turistico il paese attraverso valide iniziative culturali.

Fra queste abbiamo il piacere di segnalarvi la vasta mostra antologica di André Kertész, ospitata nei locali del locale castello svevo-aragonese, recentemente riaperto dopo un intervento di restauro e al suo esordio come spazio espositivo.

Organizzata con la collaborazione del Ministero della Cultura francese, che ha fornito le ben 180 fotografie, provenienti dal fondo Kertész del Museo Jeu de Paume di Parigi, l’esposizione fornisce ai visitatori una visione piuttosto completa dell’opera dell’artista ungherese, in quanto copre gran parte dei suoi lunghi anni d’attività: dai primi scatti nella natia Ungheria, a quelli parigini e infine a quelli newyorkesi.

Kertész lascia la Patria nel 1925 per trasferisrsi in una Parigi, in pieno fervore artistico, dove immortala i volti degli intellettuali, ma soprattutto la città stessa, della quale ama “annotare” con la sua fotocamera i “piccoli avvenimenti”, quasi come in un diario del suo continuo stupito vagabondare da flaneur. E’ il periodo parigino, di fatto, quello in cui egli si esprime con maggior libertà e vivacità creativa.

La sua produzione spazia, quanto a soggetti, nell’ambito della varietà offertagli dalla quotidianità: è questa la sua maggiore fonte d’ispirazione. Nei piccoli istanti, in quelle che lui chiama “piccole cose da nulla” cattura significati profondi, evoca un incanto - tutto giocato sulle forme e sulle luci - naturale, semplice e al tempo stesso ricco di stimoli immaginifici.

Coniuga un’impostazione formale costruttivista, fatta di punti di vista particolari e rigore compositivo, con una libertà poetica che nasce da uno sguardo spontaneo e sempre curioso, da fotografo umanista.

Henri Cartier-Bresson che, come Brassaï, si è riconosciuto a lui debitore, scrive: “Nello scatto della macchina fotografica di Kertész sento il suo cuore battere”.

Libero da artifici “accademici”, il fotografo magiaro è aperto anche alla ricerca e persino al divertissement, come vediamo nelle Distorsioni, la celebre serie di 200 immagini di nudo - delle quali sono in mostra ben 60 - scattate tutte nell’arco di un mese nel 1933. In esse i corpi di due modelle russe sono ripresi da varie angolazioni su di uno specchio concavo/convesso noleggiato presso un Luna Park, con effetti deformanti che - come è stato scritto - percorrono “tutta la gamma di possibilità, dal grottesco al contemplativo, dall’estetismo più puro alla stranezza più provocante”.

Nel 1936 si trasferisce a New York, dove sente sprecato il suo talento, ma continua nonostante tutto a fotografare la città, con grande lirismo, cogliendone linee e punti di vista inconsueti dalla sua finestra sopra Washington Square, o documentandone la vita di strada.

Questa mostra rappresenta un avvenimento da non perdere, perché porta per la prima volta nel Sud Italia l’opera di quello che è riconosciuto come uno dei più grandi maestri della fotografia e come un autentico testimone del XX secolo.

L’evento espositivo è inoltre accompagnato da un volume monografico, “André Kertész”, edito da Federico Motta, con una selezione di 355 opere, 81 delle quali inedite, con un’introduzione del curatore del volume Pierre Borhan , e testi di diversi studiosi di fotografia.

André Kertész, Distorsione n. 40

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Ancora sul Reportage contemporaneo

Posted by Rosa Maria Puglisi on July 2, 2007

Segnaliamo l’intervento di Roberto Cavallini, docente di Storia della Fotografia presso l’Università Tor Vergata di Roma e collaboratore di CultFrame, nel dibattito stimolato dall’articolo di Maurizio De Bonis su Reportage e senso della fotografia, questo ispirato dalla mostra di Paolo Pellegrin ancora per una settimana visitabile al Museo di Roma in Trastevere.

Cavallini sposta la nostra attenzione - sull’attuale prassi espositiva, non meno che su quella editoriale, sottolineando - come da noi suggerito - il fatto che assistiamo a “una tendenza editoriale ed espositiva che dichiara di utilizzare la fotografia di reportage come una immagine che rimanda ad una persona, ad un evento, mentre, al contrario, nei fatti queste fotografie sono utilizzate per le loro qualità estetiche e per la capacità di generare meraviglia”.

Così “un lavoro di anni, di reportage, di informazione, rischia di essere ridotto ad esibizione estetica”, appiattito da un’amplificazione spettacolare - concedetemi l’ossimoro - che rende indistinguibili tempi e luoghi, conflitti e tragedie di popoli diversi, con buona pace del giornalismo, ma - in fondo - anche dell’espressione artistica, come si rileva in quest’intervento.

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