Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Archive for May, 2007

ancora… uno sguardo sulla periferia romana

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 31, 2007

Quello che pubblico nuovamente è il post “incriminato”, ed eliminato recentemente dal blog. Chi di questa storia non sappia nulla può capire di più leggendo questo.

L’idea che mi ero fatta, cioè che per qualche motivo il post fosse risultato sgradito a qualcuno, si era rivelata esatta dopo la sua rimozione. Come ho avuto modo di apprendere, l’amministrazione del palazzo, la proprietaria dell’Hotel (citato solo per il fatto di essere un tipo di luogo espositivo al quale non siamo abituati) e, in un primo momento, la stessa curatrice della mostra, spinta da queste persone, se n’erano - pare - adontati, poiché ritenevano “la descrizione dell’ingresso di un palazzo antico nel cuore di Roma che resta ed è un palazzo prestigioso dove peraltro abitò la principessa Barberini e lo scrittore Massimo Bontempelli, vincitore del Premio strega del 1953… ‘forzata’ e fuoriluogo”.

Ovviamente, la mia intenzione non era quella di denigrare il palazzo d’epoca, che ha ospitato illustri personaggi fra i quali proprio lo scrittore e teorico del “Realismo Magico”, poiché le sue qualità e peculiarità sono sotto gli occhi di chiunque si trovi a passarci davanti, e la sua vetustà non lo rende certo luogo ambiguo.
Mia intenzione era piuttosto stimolare la curiosità dei lettori attraverso delle suggestioni contrastanti, che io come altri avevamo notato: solita galleria e insolito luogo espositivo; centro e periferia; nuovo e antico… Voleva essere un invito a godere di queste suggestioni, che io avevo espresso a titolo di opinione personale in un blog. Questo vorrei ribadire a chi mi abbia abbia frainteso.

Per il resto, ringrazio le persone che mi hanno incoraggiato a inserire nuovamente il post.
Fra loro la curatrice della mostra, che si è evidentemente ricreduta dopo averlo letto e mi ha scritto: “personalmente ho trovato il suo articolo moto interessante, ben scritto e incoraggiante, mi piacerebbe poterlo rivedere on line”; ma anche gli amici che hanno sottolineato: “hai solamente espresso ciò che pensavi sull’ingresso di un palazzo, con un linguaggio addirittura poetico. Forse in questo paese non ci si può esprimere sull’ingresso di un palazzo?”; o che hanno voluto gratificarmi così: “avevo letto quel post e non mi sembrava né strano, né aggressivo, ma al contrario, sincero e scritto benissimo come sai fare tu”.

Allo stesso modo ringrazio quanti hanno voluto dissipare ogni mia remora o dubbio, perché - infine - ciò che mi è apparso chiaro è che se la pubblicazione del mio post non danneggiava nessuno, la sua non-pubblicazione, invece, forse danneggiava il fotografo. E siccome qui si vorrebbe promuovere la fotografia, ecco la mia recensione del lavoro di questo artista.

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Luigi ForeseAncora una mostra del festival FotoGrafia, sponsorizzata dal Comune di Roma, e ubicata in un luogo sorprendente: l’entrata-corridoio di un hotel a due stelle, sito al terzo piano di un vecchio palazzo all’inizio di via Cavour, proprio vicino al Colosseo.

Il luogo è ben segnalato, all’entrata dello stabile c’è una locandina cartonata della mostra, ma si stenta a credere che sia proprio lì; la portineria sembra uscita da un film d’altri tempi, l’ascensore - incastonato in un andito dal quale si diparte per perdersi nell’oscurità la scala - è anch’esso particolare con il suo finto pavimento di graniglia lucidata marrone, e le pareti laterali rivestite di altrettanto finto rovere. Il suo specchio sta lì a restituire i volti increduli e un po’ sospettosi di coloro che si recano alla mostra in quest’albergo. Non si può dire che non introduca bene l’atmosfera della periferia. La mostra, comunque, s’intitola più genericamente “Sguardo sulla città”.

L’autore è un giovane fotografo abruzzese, che è già stato segnalato, e sul sito della scorsa edizione del festival e in alcune pubblicazioni specializzate, per la sua indagine sul paesaggio urbano.

La sua formazione artistica, i suoi studi di Scenografia all’Accademia di Belle Arti, come alcune esperienze sul campo in teatro, hanno il loro indubbio peso sul suo “sguardo”. Si chiama Luigi Forese ed ha scelto come suo set fotografico la periferia EST di Roma, rileggendola con un occhio educato alla contemporaneità.

Colori forti, saturi; ombre profonde, luci contrastate; immagini piatte spesso a campitura uniforme disegnano ed interpretano luoghi anonimi, suburbani, che potrebbero essere ovunque, a New York, a Città del Messico, chissà. Quello che Forese sembra rappresentare è appunto la categoria mentale della “periferia”, pressoché deserta, costellata dagli immensi personaggi dei manifesti pubblicitari, fra palazzoni colorati e improvvisi sprazzi di cielo azzurro smalto.

I suoi pannelli risultano, al di là del soggetto o forse proprio a causa di quello, estremamente decorativi; e, infine, ci stupisce di meno la scelta del luogo espositivo, usciti dal quale, ci troviamo per fortuna in pieno centro e tiriamo un sospiro di sollievo confrontandoci con l‘aspetto più turistico dell‘Urbe.

Lo “sguardo sulla città” di Forese è, infatti, acuto nel cogliere dettagli che normalmente passano inosservati, e la sua lettura artistica di questa particolare Roma è senz’altro interessante, ma anche metafisicamente inquietante. Cosicché possiamo anche esser contenti, recandoci in quei luoghi, di trovare una realtà ben più varia e vivace, quantunque complessivamente poco fotogenica.

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la Terra di Bari secondo Mario Cresci e Francesco Cito

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 29, 2007

Da qualche giorno sono in mostra presso le Gallerie Fnac di Milano e di Napoli i vincitori ex aequo del concorso internazionale di fotografia Bariphotocamera, “Uno scatto per l’economia”, indetto più d‘un anno fa.

Ideato da Chicca Maralfa e organizzato dalla Camera di Commercio di Bari per promuovere l’economia del territorio - in un momento di particolare tensione fra custodia delle tradizioni e spinte innovative verso la globalizzazione -, è stato curato da Cosmo Laera.

In giuria c’erano vari nomi importanti, fra i quali citiamo Gianni Berengo Gardin e Giovanna Calvenzi, e l’assegnazione del premio è stata decisa lo scorso settembre all’unanimità, grazie alle “contrapposte scelte linguistiche e narrative dei due autori, che fanno parte della cultura internazionale dell’immagine”. Tali autori sono Mario Cresci e Francesco Cito.

Mario CresciLa scelta è stata ardua vista la vasta partecipazione, anche da parte di fotografi piuttosto noti; sono state assegnate, quindi, ben undici menzioni speciali e qualche mese fa si è svolta una grande collettiva con 250 immagini di 50 fotografi: “Il sole nelle mani”.
Il titolo è stato preso in prestito dal lavoro di Mario Cresci, che ora, fino al 19 giugno, potete vedere - come si diceva - alla Fnac di Milano.

In questa idea simbolica di luce in cui la fotografia vive si collocano sia le immagini di un passato rurale, ineludibile, sia la ricerca attuale: perché il sole vita dell’antica cultura delle mani ha la stessa valenza della luce della mente che illumina i saperi e le speranza del futuro”, scrive Cresci, la cui opera racconta la realtà di un centro di eccellenza nella formazione post universitaria, l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Valenzano, dove attraverso la ricerca scientifica applicata il territorio incontra una più vasta dimensione mediterranea con la quale coopera e si confronta sulla base della condivisione di bisogni, ma anche sulla base di una storia e una cultura comuni, costruendo fondamenta di conoscenza e tolleranza per un futuro altrettanto comune.

Francesco Cito Napoli, invece, sempre fino al 19, si può visitare “Barche, pescatori e pesci “, il racconto per immagini che il pluripremiato fotografo partenopeo (in passato anche reporter di guerra) Francesco Cito dedica alla trasformazione in atto all’interno di un’economia marittima ed ittica, che soccombe alle leggi del mercato e alle smanie di facili profitti. In mezzo a tutto questo, ci segnala Cito, “solo la fede resta immutata: il rituale dei pescherecci in una danza continua, con a poppa la sacra Madonna, con l’odore di incenso per una sera più forte di quello del mare e del suo pescato”.

Sono due reportage, questi - potremmo dire - dei più tradizionali, e ci fanno davvero riflettere sul presente di una terra, che immaginiamo cristallizzata in un’antica tradizione, ma che scopriamo in costante evoluzione, come ormai ogni altro luogo, fra speranze e contraddizioni.

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L’arte di Eugène Atget

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 27, 2007

copertina del libro “Eugene Atget. Itinaires parisiens”Noto come “il fotografo di Parigi”, colui che con un’enorme quantità di riprese (oltre 10.000) lungo l’intero arco della sua oscura carriera, aveva instancabilmente registrato nei minimi dettagli gli aspetti più quotidiani di una metropoli che stava mutando, Eugène Atget è in realtà ben altro che il documentatore d’insoliti e pittoreschi angoli della sua città; egli è il primo fotografo a liberarsi totalmente dalle convenzioni del Pittorialismo, per dare alla sua professione una nuova dignità, acquisita solo con i mezzi del suo specifico tecnico.
E’ il primo fotografo nell’accezione moderna del termine, oltre che un reporter sociale ante litteram. La vasta portata della sua rivoluzione fu, però, allora intuita soltanto dai Surrealisti e il suo lavoro, pur acquistando una larga notorietà dopo la sua morte, grazie all’opera di diffusione di Berenice Abbott, è ancor oggi oggetto di malintesi: la sua presunta naïveté, la supposta subordinazione ai limiti tecnici, e l’inavvertito ingresso dell’accidentalità nelle sue riprese, sono tuttora miti da sfatare; come quello, sopra citato, della sua appartenenza esclusiva al campo della pedissequa documentazione sociale.

“Atget era un attore che, disgustato dai maneggi inerenti al suo mestiere, si tolse la maschera e poi si diede a struccare anche la realtà” scrive di lui Walter Benjamin, e senza dubbio a lui dobbiamo una forma di visione pura, libera dagli orpelli del simbolico e del pittoresco.
Non si trattava, tuttavia, di registrare la realtà asetticamente, ma piuttosto di ricrearla fotograficamente, vale a dire per mezzo di luci, ombre ed inquadrature, secondo il proprio punto di vista, sfruttando in maniera interpretativa perfino le limitazioni di un’attrezzatura e di materiali tecnicamente poco evoluti.
Al di là d’ogni preconcetto, rimane il corpus delle sue immagini, che raccolte nel corso di quasi trent’anni, cambiano, mostrando non solo l’evidenza di una Parigi d’altri tempi, ma anche il raffinarsi di una poetica che procedendo dalle prime immagini pienamente descrittive (in cui la forte luce del mezzogiorno non lascia spazio alle emozioni), giunge a composizioni sempre più accurate e ad uno stile del tutto personale e soggettivo.

Limite imprevisto della tecnica di Atget appare semmai quello legato alla conservazione di carte sensibili, le cui componenti organiche, reagendo in differente misura da stampa a stampa al trascorrere del tempo, danno un’impronta d’apparente difformità all’opera. Per il resto, ogni altra peculiarità tecnica appare più sfruttata ad arte che subita.
Egli rimane, certamente per scelta, fedele fino alla fine al suo pesante apparecchio fotografico 18 x 24 a soffietto ed a un sistema di lenti, il cui assemblaggio modificabile consentiva di cambiare lunghezza focale, ma non di evitare tempi di posa molto lunghi e vignettature. E proprio tali tempi d’esposizione gli consentono di creare quel suo particolare vuoto, quasi metafisico, intorno ai suoi soggetti: “curiosamente quasi tutte queste immagini sono vuote… Sono queste le opere in cui si prefigura quella provvidenziale estraniazione tra il mondo circostante e l’uomo, che sarà il risultato della fotografia surrealista”, scrive Benjamin.
Sempre da ricollegare al sistema focale, è in Atget la tipica prospettiva “pendente” delle pavimentazioni (forse mutuata, per la sua esperienza di attore, dalle scenografie teatrali) presente in molte immagini, che trova un culmine espressivo nella foto del “venditore di paralumi”, del 1889-1900. La vignettatura stessa costituisce a volte una sorta di richiamo al teatro ed alle sue quinte.
Per quanto riguarda le stampe, il passaggio dai toni più chiari della carta all’albumina del suo primo periodo alla cosiddetta carta salata (cioè ai sali d’argento), sembra rispecchiare in pieno un cambiamento di interessi estetici, ravvisabile nella contemporanea scelta di introdurre nelle riprese illuminazioni più soggettive, che la nuova emulsione fotosensibile esaltava con una sua peculiare resa di pulizia dei bianchi e profondità dei neri.

Il merito più grande di Atget consiste ad ogni modo nell’aver coniugato una consumata maestria tecnica, col tempo raffinata, e celata dietro la semplice naturalezza delle sue immagini, con la tenace determinazione di “collezionare” soggetti fino ad allora trascurati per affidarli alla memoria storica. “Per più di vent’anni, per mezzo della mia iniziativa personale e del mio lavoro, ho raccolto da tutte le vecchie strade della vecchia Parigi immagini fotografiche… di belle architetture secolari dal sedicesimo al diciannovesimo secolo: vecchi alberghi, case storiche o curiose, belle facciate… Posso dire di possedere tutto della vecchia Parigi”, scrive Atget, senza esagerazioni, nel proporre il suo imponente lavoro sulla “Vieux Paris” al Service Photographique des Monuments Historiques.

La sua raccolta è meticolosa, ma selettiva. Il suo tentativo, perfettamente riuscito, è quello di ricostruire il passato: l’atmosfera di questa città, quand’era ancora priva d’elettricità, d’acqua corrente, e dei segni dell’industrializzazione. Nelle sue foto non vi è traccia di queste cose, come sono ignorate le due maggiori esposizioni internazionali in essa tenutesi nel 1889 e nel 1900. Le vedute celebrative e le manifestazioni grandiose sono state del tutto trascurate a favore di aspetti più dimessi e realistici della vita quotidiana: la descrizione di parchi, alberi, negozi, oggetti umili, particolari di facciate erose dal tempo, angoli di caratteristiche viuzze e, più di rado, uomini, i cui mestieri erano anch’essi emblematici di un passato che andava sparendo.
Per questo immenso lavoro solo poche volte esistette una specifica committenza, in genere da parte di istituzioni interessate alla documentazione (un’eccezione appare la richiesta da parte di André Dignimont di una serie di immagini sui bordelli per un mai realizzato libro); Atget appare motivato in questa sua “epica impresa” di preservazione della memoria più da una sorta di “autocommittenza”, che dal suo presunto impegno a rifornire d’immagini pittori (anche di un certo spicco) ed illustratori.

Incompreso dai suoi contemporanei, ad eccezione dei Surrealisti, che colgono tuttavia solo alcuni aspetti della sua opera, Eugène Atget muore in miseria, lasciando un vero e proprio “monumento” a Parigi, unico per quantità e complessità d’immagini; ma soprattutto un nuovo linguaggio fotografico.

Rosa Maria Puglisi

già pubblicato su Cultframe, dove si trova anche una breve biografia dell’artista.

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Uno sguardo sulla periferia romana

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 25, 2007

Questo visitatissimo post è stato autocensurato per i seguenti motivi, forse dovuti ad una coincidenza che tuttavia mi piacerebbe poter verificare: le improvvise insistenti ricerche riguardanti la mia persona e la mia qualifica professionale, attraverso motori di ricerca e perfino con indagini telefoniche da parte di una sedicente signora Focacci che, verificata la connessione fra me e ciò di cui mi piace scrivere (arte e fotografia), ha pensato bene di riattaccarmi il telefono in faccia, oltre hai ripetuti ingressi provenienti dalla stessa email di yahoo.

Non reputandomi degna di tante e tali attenzioni - e ben lungi dal voler arrecare un danno  all’artista, togliendo l’articolo, o ad altri lasciandolo - preferisco tuttavia tale autocensura in attesa di chiarire il mistero.

Se qualcuno potesse aiutarmi a capirci di più, sarà il benvenuto. Mi riservo di reinserire successivamente il post, qualora l’artista lo chiedesse o a non rimetterlo, qualora altri mi chiedessero, motivandolo, di non farlo.

Grazie e scusate.

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“Nature in bianco/nero”

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 24, 2007

E’ stata inaugurata ieri, presso la Galleria Acta International, l’ennesima mostra di questa grande manifestazione che è FotoGrafia. Si tratta di “Nature in bianco/nero”, un lavoro di Fausto Donnini di cui abbiamo già avuto modo di parlare, perché ha partecipato anche al Photofestival milanese.

Le fotografie esposte sono le stesse di allora, e questa è un’occasione per chi , trovandosi a Roma, voglia conoscere l’opera di questo bravo paesaggista ed ottimo stampatore. Per chi non l’avesse già letta e fosse interessato a farlo, la recensione la trovate cliccando qui .

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Giochi della memoria

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 18, 2007

L’installazione fotografica di Alex Majoli, di cui abbiamo parlato nel precedente post, è il punto d’arrivo di un percorso espositivo interno alla GNAM che, come avevamo accennato, ci fa prima incontrare altre due mostre.

Sono queste, entrambe, a proprio modo imperniate sui “Giochi della memoria” e perciò sotto questo titolo collettivo le presenta Giovanna Calvenzi, quasi fossero un tutt’uno.

Entrambe ci parlano della rimembranza: l’una, sembra rievocare un periodo storico ormai lontano e le sue atmosfere, in asfittiche ambientazioni urbane; l’altra, invece, sembra presentare un album di foto-ricordo. Ma sono giochi, appunto; anzi finzioni.

E’ finzione palese il suggestivo lavoro di ricostruzione che Paolo Ventura intitola “Viaggio nella memoria”: scenografie in miniatura e fantocci di personaggi che ricostruiscono un passato immaginato attraverso i ricordi altrui; e sembrano quadri, o magari tableau vivant densi di una luce drammatica su cromatismi dimessi, frutto dell’illuminotecnica teatrale.

Moira RicciPiù sottile è il gioco di Moira Ricci, la quale manipola il medium fotografico, servendosi della tecnica del fotomontaggio, per partecipare in prima persona ad un passato non da lei vissuto, ma dalla madre scomparsa.

E’ un recupero nostalgico della persona cara, ma anche una riflessione meta-fotografica, che ci rimanda alle considerazioni barthesiane, al suo stupore dello “è stato”, ingenuo ma sentito, e da molti condiviso punctum della fotografia; e che arriva a sovvertire l’opinione che “la fotografia rende presente un evento passato”. Perché si potrebbe invece dire, parafrasando Pessoa, che il fotografo è un fingitore. Perché la fotografia è veicolo d’invenzione, più che di realtà, ma in qualche modo usa la finzione per dire cose vere: Il poeta è un fingitore/ finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente”.

Grazie alla fotografia, con questo lavoro intitolato “20.12.53-10.08.04″ l’autrice partecipa, evocando una dimensione sincronica, alle vicende quotidiane della vita della madre, così come gliele hanno forse mille volte fatte vivere le foto ricordo del suo album.

L’illusione ottica è pressoché perfetta, se non fosse per l’onnipresenza di questa ragazza che scruta pensosa gli altri in posa, sempre uguale a se stessa - al di là di abiti e acconciature “d’epoca” - mentre il tempo scorre normalmente nel racconto della vita dei familiari.

Come ci sottolineano con le loro opere i due giovani artisti, questo può la “magia” della fotografia: fermare il tempo, rimescolarlo, creare ricordi anche inesistenti.

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Libera me

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 16, 2007

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, oltre alla collezione permanente, in questi giorni grazie alla settimana dei Beni Culturali, potrete visitare gratuitamente anche le tre mostre fotografiche ospitate dalla struttura, facenti parte della rassegna romana FotoGrafia.

Fra queste l’installazione di Alex Majoli - allestita in collaborazione con Alessandro Sala, Arianna Arcara e Daria Birang - trae rispetto alle altre ancor più forza e senso dalla collocazione all’interno degli spazi tinti di nero che ospitano le opere dei tre giovani artisti.

Libera me” nasce, come riflessione a posteriori, dal lavoro di un fotoreporter che dal 2001 fa parte, secondo membro italiano dopo Ferdinando Scianna, della pretigiosa agenzia Magnum; e prende ispirazione per il suo titolo dalle Messe di Requiem, in particolare da quelle alle quali compositori come Verdi hanno aggiunto una parte con quel nome, dedicata al pio ufficio della sepoltura.

Alex MajoliL’opera è costituita da tre “gironi”, dalla vita alle spoglie fino ad un oltre.

Sulle cupe pareti immagini in bianco e nero di volti che, isolati dalla stampa, emergono dall’ombra più profonda come persone (nel senso più preciso del termine e in quello etimologico latino di “maschere”) del dramma umano. Questa sezione è denominata appunto “Persona”.

In mezzo alla piccola sala uno strano “congegno” circolare, e per questo infinito, ricrea in piccolo al suo interno una sorta di “diorama” a due livelli. Quello in basso dai toni caldi e ancor più tragici di abiti dismessi bagnati di sangue - segnale di un trapasso avvenuto - è stato chiamato “Lacrimosa”. Quello in alto, dove la realtà si trasfigura in una luce così vivida da far scomparire i contorni e il paesaggio, e da ridurre i corpi degli uomini a semplici e indistinte ombre, è “Libera me”.

Scriveva Calvino riguardo a “Una Questione Privata” di Fenoglio: “Ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”.

E’ così che le immagini del fotogiornalista Majoli, scattate per documentare il genocidio in Rwanda, o colte in altre occasioni in giro per il mondo, vengono qui ripensate come una metafora della condizione umana nel teatro del mondo.

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Al fotografo che grida: “al lupo!”

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 14, 2007

Recentemente mi è capitato di leggere sul sito di Fotografia & Informazione (il cui link forse avrete già notato fra quelli di questo blog) un articolo di Marco Capovilla, docente al master di giornalismo dello Iulm e vicepresidente dell’associazione cui fa capo il sito sopracitato, semplicemente illuminante sulla situazione attuale dell’informazione e che è quasi un appello ai fotogiornalisti.

Questo scritto mette, infatti, pienamente in luce come nell’attualità giornalistica regnino spesso gli eccessi dello “spettacolo dell’informazione”- per gratificare la nostra fame di notizie eclatanti e, quindi, per soddisfare le esigenze del mercato editoriale - giungendo ai limiti dell’impostura, e potendo sempre contare su immagini ad hoc, non necessariamente ritoccate nell’aspetto, ma che sicuramente forniscono della realtà un’immagine letteralmente retorica, ovvero ”abbellita” ed esasperata grazie alla nota figura retorica della sineddoche, quella per la quale una parte della cosa è scelta, solo una parte per esprimere il tutto (classico esempio: la vela per dire la barca a vela).

Per sua natura, la fotografia non può certo offrirci altro che una parte (della realtà) per il tutto, questo è evidente, e ciò che questo comporta al livello dell’informazione giornalistica, già in passato Capovilla ha avuto modo di segnalarlo (vedi link), supportato da un ancora più agguerrito Marco Vacca, presidente dell’Associazione Giornalisti dell’Immagine e reporter vincitore del World Press Photo ‘99. Quello che è meno evidente è però l’uso scorretto che si fa di questa peculiarità del mezzo.   

Dobbiamo concordare con Marco Vacca quando afferma che: ““La cultura fotogiornalistica non sta nel Dna dei giornali italiani”; e sottolineare che sempre più si fa largo il bisogno di una più larga e capillare diffusione della cultura visuale come strumento essenziale per la comprensione della realtà, altrimenti sempre più confusa e confondibile, proprio in un momento storico in cui molti considerano l’informazione giornalistica e fotogiornalistica come puro vangelo e ad essa si affidano per farsi una (propria?) opinione del mondo.

Ma ecco il link all’articolo, e buone riflessioni!   

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Manuel Álvarez Bravo

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 12, 2007

Nella pagina interna che porta il suo nome, vi ripropongo una scheda sull’arte del grande fotografo messicano, maestro di Graciela Iturbide e di Flor Garduño, imperniata sul suo senso del tempo e sui versi che il premio nobel Octavio Paz dedica proprio ad Álvarez Bravo.

Mi è piaciuto anche linkare per voi un emblematico ritratto, scattato nel 2000 da Pedro Meyer,  al fotografo già novantottenne, dinnanzi alla ricostruzione di quella che è forse la sua immagine più nota: “La buena fama durmiendo”

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“Strada facendo”… la Torino di Zoltan Nagy

Posted by Rosa Maria Puglisi on May 7, 2007

Zoltan NagyMartedì 8 maggio, alle ore 18, s’inaugura presso la Libreria Agorà di Torino (in via Santa Croce, 0/E) la personale di Zoltan Nagy “Strada facendo - passeggiate torinesi d’inizio millennio”, che resterà aperta fino al 30 giugno, e presenta una selezione di 25 fotografie in bianco e nero, tratte da un più ampio corpus di circa 120 immagini, scattate nel capoluogo piemontese nel corso degli ultimi 5 anni.

Italiano d’adozione, Nagy è nato a Budapest e si è formato in Germania alla celebre Folkwangschule für Gestaltung di Essen. Specializzatosi in fotogiornalismo, e trasferitosi in Italia nel 1974, egli è membro dell’Associazione della Stampa Estera, nonché collaboratore d’importanti testate in lingua tedesca, svedese e danese. Molto noto nella natale Ungheria, dove sue fotografie fanno parte delle collezioni permanenti di diversi musei, nel nostro Paese è immeritatamente poco conosciuto, sebbene abbia al suo attivo la pubblicazione di vari libri ed abbia già esposto la sua opera sia in collettive che in personali.

Zoltan NagyLa mostra di Torino, di cui parliamo, è un’ottima occasione per conoscere il suo talento, poiché in essa si dispiega la sua arte fotografica. Un’arte garbata e dai toni - si potrebbe dire - sussurrati, se confrontata alla prassi fotografica attuale, strillata, che così spesso incontriamo nelle mostre e sui giornali, e che vediamo premiata per il suo sensazionalismo privo di spessore, nel quale tutto si risolve in un unico sguardo; che passa inesorabilmente avanti senza riflettere.

Zoltan Nagy, invece, qui come altrove, suggerisce la realtà lasciandola aperta alla nostra lettura: senza dichiarare e senza imporre un punto di vista unico.

Esiste un punto di vista, è vero, che è quello ottico, scelto dal fotografo - per le sue rispondenze formali e compositive, oltre che semantiche - con una cura così impeccabile da dare l’illusione perfetta di una naturale immediatezza; però, come dovrebbe sempre accadere nelle creazioni artistiche, le sue immagini ci mettono in una posizione dialettica nei confronti della realtà, più che di fornirci univoche risposte.

Zoltan NagyTale intento si manifesta perfino nella ricorrente scelta di un doppio “fulcro” all’interno delle scene riprese, per cui il nostro sguardo vaga incerto dall’uno all’altro soggetto presente, senza stabilire a priori gerarchie d’importanza e, senza acquietarsi pigramente appagato, è guidato a percorre linee di fuga e traiettorie in andata e ritorno, scoprendo nuovi dettagli, formulando nuove ipotesi, e ponendosi nuovi interrogativi sul significato di quella che solo ad occhi distratti può apparire piatta quotidianità.

La fotografia di Nagy è davvero prossima alla “scuola francese”: per il suo atteggiamento umanistico, come per il mettere a fuoco con perizia e instancabile curiosità dettagli solitamente trascurati della vita cittadina d’ogni giorno, che pur sotto gli occhi di chiunque spesso sfuggono nel flusso del tempo; ma sopratutto - come ha scritto Bruno Boveri - “per la leggerezza del tocco e la sottile ironia, per il gusto del paradosso e del contrappasso (prolungamenti artificiosi, rimbalzi iconici e semantici, ripetizioni formali, quasi auto-citazioni interne ad alcune immagini, e ribaltamenti prospettici)”.

Chiudendo la rassegna “Torino 1 città 1000 città”, il lavoro di questo fotografo rappresenta una postilla alla manifestazione, perché - come sottolinea lo stesso Boveri - ci mostra dopo le visioni di un capoluogo che si trasforma, un aspetto più abituale della città, nel quale, però, la si scopre ormai trasformata: torna il paesaggio urbano consueto ed unitario, ma popolato di nuovi personaggi, e pervaso da una nuova multietnicità, che fa sembrare Torino mille città.

Zoltan Nagy Copyright: Zoltan Nagy

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